mercoledì 18 ottobre 2017

Il vaso di Pandora della merda. Cosa ho imparato dal caso Weinstein.

La prima cosa in realtà non l'ho imparata, è stata piuttosto una conferma, il Grande Classico ribadito e riadattato secondo l'esigenza del momento: non credere mai ad una donna che denuncia una violenza. Soprattutto se è una donna disinibita, libera e magari pure ricca e famosa.
Insomma, come è possibile credere ad una come Asia Argento? Una che è sempre stata sopra le righe, una che ha fatto dell'eccesso ostentato uno dei suoi punti di forza, una fattona figlia di papà che chissà come ha fatto ad avere successo. E poi sono passati vent'anni, sicuro sta cercando pubblicità.
Lei e quelle altre troie di Hollywood, che prima ci sono state perché gli faceva comodo e poi adesso denunciano. Ma figuriamoci.

Ho imparato che parlare di potere e patriarcato è pressoché impossibile, perché se una donna accetta (non "subisce", "accetta") proposte sessuali dal suo capo, il problema è che lei è una zoccola arrivista e le gerarchie di potere non c'entrano niente. Poteva sempre andare via.

Questa storia mi pare l'esempio lampante delle difficoltà di molte e molti nel comprendere ed affrontare quello che è alla base della violenza sessuale: il potere patriarcale. 
Il solo nominarlo suscita fastidio e derisione. Eppure in qualche modo tutto nasce da lì, dall'idea che una donna valga meno in quanto donna e che quindi sia accettabile e quasi "normale" che un uomo possa approfittare della propria posizione e del proprio potere per sottometterla.


Ho imparato che perché una vittima di violenza venga creduta ci vogliono i dettagli. 
Alle persone in realtà non importa niente della violenza, quello che conta è sapere come, dove , quanto e con cosa una donna è stata penetrata. Se ha urlato abbastanza, se le ha fatto male, se ha sanguinato, se i medici del pronto soccorso sono rimasti scossi dalle sue condizioni. 
Senza sangue esposto non c'è violenza.

Alle persone piacciono i dettagli, quelli più truci.
Se non ci sono sangue e lacrime difficilmente una donna sarà creduta.
E il degrado. Ci vuole il degrado.
Perché nell'immaginario collettivo lo stupro è una cosa che succede di notte, in strade buie, in vicoli appartati. O in case fatiscenti e sporche, dove a stuprare non è un uomo, ma un "orco", un "mostro", qualcuno che deve sembrare il più lontano possibile da noi.

Ho imparato, anzi di nuovo ho avuto la conferma, che non basta dire "no", perché ci sarà sempre qualcuno pronto a misurare con quale tono, intensità e convinzione lo hai detto. 
Avevi la voce alta? Si capiva bene? Hai scandito bene le parole? Non è che avevi bevuto e biascicavi? E se per caso hai "lasciato fare" perché magari eri pietrificata dalla paura ecco che sei improvvisamente complice. 
Magari la cosa ti ha fatto comodo e ti è pure piaciuta.

E dire che tutta questa storia potrebbe essere usata come il più lampante degli esempi di cosa sono e come funzionano le questioni di potere in una società e un ambiente maschilisti. 
Patriarcato e cultura dello stupro qui mi paiono perfettamente descritti in ogni loro sfaccettatura. 
C'è l'uomo potente che approfitta della sua posizione nei confronti di una donna e c'è una società maschilista che stigmatizza la donna che di quello stesso maschilismo è stata vittima. 
E così all'infinito.

Non so come stiano affrontando questa storia nel resto del mondo, ma qui la faccenda non pare riguardare Weinstein e il sistema che lo ha coperto e protetto, ma Asia Argento.
Lei è la colpevole che deve difendersi. 
I "c'è qualcosa che non mi torna" sono ovunque, potenti e disgustosi, anche tra le/gli insospettabili, troppo impegnate/i a sputare merda su una donna che non piace piuttosto che indagare cosa sia successo e che significato abbia.


La vittima che deve spiegare perché è stata vittima. Di nuovo e sempre.

martedì 3 ottobre 2017

Sesso con, stupro con. Non farcela mai.

Di nuovo torno sulle parole usate per raccontare la violenza.

Sarebbe bello essere una linguista, credo ne potrebbe uscire qualcosa di interessante.
Da parte mia, mi limito, come al solito a mettere per iscritto le cose che mi vengono in mente.

Ancora una volta l'occasione per parlarne mi viene offerta da La Repubblica, che tenta con difficoltà di trovare il titolo adatto per un pezzo sullo stupro di Firenze.

Comincia malissimo, parlando di "sesso con".

Comincia male, sì, ma non sta facendo niente di così strano o fuori dalla norma.

Provate a iniziare a farci caso: quando la violenza sessuale è compiuta da professionisti, professori, guardie, i titoli che troverete racconteranno quasi tutti di "sesso con". Insomma, dire "stupro" fa proprio pensare ad una cosa brutta, non ci stanno scappatoie. 
Chiamare un rapporto sessuale non consensuale col suo nome,"stupro", parrebbe andare ad  insozzare carriere o divise, a volte perfino luoghi di nascita, e allora deve essere parso molto meglio scrivere "sesso con". Che poi come sottotesto c'è il classico "e però pure lei se l'è cercata" che sta bene su tutto.



Qualcuno su twitter fa notare che il "sesso con" presuppone consenso e che quindi, insomma, sarebbe il caso di trovare un titolo migliore.

La Repubblica non vuole certo deludere lettrici e lettori e quindi si impegna nel secondo tentativo e riesce a titolare "stupro con".

"".
Perché come sappiamo bene lo stupro presuppone reciprocità e consenso.

La donna stuprata è corresponsabile, perché lo stupro è avvenuto con lei. 
Non a sue spese, non ai suoi danni, non sulla sua pelle, non devastandole la vita. 
Con lei. 

In sua compagnia. 
Magari le è pure piaciuto e poi ha cambiato idea e ha denunciato, si sa come vanno certe cose.






Ma di nuovo su Twitter qualcuno sostiene che  ancora proprio non ci siamo e finalmente al terzo tentativo La Repubblica arriva a quello che, forse, sarà il titolo definitivo: "violenza sessuale".















Ci sono voluti tre tentativi e le proteste più o meno ironiche su un social network perché uno dei giornali più diffusi del paese riuscisse a trovare un titolo per un articolo che parla di violenza sessuale.

Quello che è successo con questi tre titoli, comunque, non è altro che un esempio facile facile di quello che accade quando si parla di violenza sulle donne. 

Si trovano mille modi, magari anche più o meno inconsciamente, per sminuire, per trovare scusanti, per colpevolizzare le vittime, come è nella migliore cultura dello stupro.

Scrivere "sesso con" è giudicare le vittime, sottintende che ci sia stato un rapporto consensuale e quindi, di fatto, si toglie credibilità a chi ha denunciato lo stupro. 

Non mi pare che cose simili accadano con una tale sistematicità in altri casi, ma sicuramente sbaglio.
Nel caso, correggetemi.


lunedì 2 ottobre 2017

Notti brave.

Capita spesso a molte di noi di sentirci dire che esageriamo, che ci fissiamo sulle banalità, che i problemi sono "ben altri", che focalizzarsi su parole e narrazioni sia inutile e ci renda delle specie di pazze isteriche fuori dal mondo.
Ci siamo abituate.

Ci capita, per dire, ogni volta che non riusciamo a ridere dell'ennesima battuta sessista, quando non sorridiamo appagate se per strada ci fanno notare che abbiamo un bel culo, se non accettiamo che altre donne vengano chiamate puttane per le loro scelte di vita.

A volte perfino io mi dico di lasciar correre, di evitare le polemiche, per una volta sola di lasciarmi scivolare tutto addosso e farmi i cazzi miei.

Solo che poi capita di leggere nella cronaca locale di uno dei più diffusi quotidiani nazionali dell'ennesimo stupro

Una ragazza stuprata ripetutamente da tre uomini  poi abbandonata in strada.

E capita di leggere che l'autore di quel pezzo descriva la violenza come una "notte brava".

Una notte brava.

Tipo quando vomiti perché hai bevuto troppo o ti sei fatta un sacco di canne e ti gira tutto o vai in motorino fino a Ostia per fare il bagno di notte.

Una notte brava.

Ecco, a furia di dire "notte brava", di parlare delle abitudini sessuali delle vittime, di sminuirle, di descrivere la violenza a qualcosa che ci può capitare se non siamo attente, quella violenza sarà percepita come qualcosa di poco importante, qualcosa che se è capitata proprio a noi, in fondo, è perché ce la siamo cercata.

Sarebbe un passo avanti già non dover mai più leggere certe cose.


mercoledì 20 settembre 2017

Tutte le volte che non sono stata accorta.

In risposta al tweet di cui parlavo ieri, in molti hanno lamentato la scarsa prudenza delle donne, che dovrebbero imparare ad essere più attente per evitare brutte situazioni, molestie e stupri, così stamani ho iniziato a pensare a tutte le volte in cui non sono stata abbastanza "accorta".

Di certo non sono stata accorta quando il vecchio vicino di casa mi strinse, mi mise una mano sul culo e strusciandosi ansimante mi chiese di andare con lui "alla baracchetta". Ma avevo otto o nove anni e a quell'età ci si fida. Non so se vale, ma intanto la metto in lista.

Non sono stata accorta quando sul 57 un tizio mi mise la mano in mezzo alle gambe. Gli diedi uno spintone usando lo zaino come "arma": dentro ci stava il Rocci, spero di avergli fatto male.

Non sono stata accorta insieme a mia madre quando due tizi in macchina ci chiesero "una pompa". Mamma gli corse dietro con la sua Panda 750, li affiancò e disse loro cose irripetibili. Poi mi disse "se ti succede e sei sola, strilla e poi scappa". Mi stava accompagnando a scuola, credo fosse alle medie.

Non sono stata accorta quando un tizio mi seguì dal garage fino a casa borbottando cose che non capivo. 

Non sono stata accorta quando due tipi mi affiancarono in motorino sulla Gianicolense invitandomi a fare cose con loro.

Non sono stata accorta quando il prof. di Storia delle Relazioni Internazionali mi guardava le tette durante l'esame.

Non sono stata accorta quando al mare sola qualcuno ci ha tenuto a dirmi quanto fossi "carina" e mi ha chiesto se volevo compagnia.

Non sono stata accorta tutte le volte in cui per strada mi sono stati chiesti pompini, la fica, il culo, seghe, varie ed eventuali.

Non sono stata accorta quando sul treno il controllore venne nel mio scompartimento a dirmi che sola non era sicuro, ma potevo sempre andare con lui, che si stava anche più comodi.

Non sono stata accorta le innumerevoli volte in cui "casualmente" qualche mano è finita non richiesta sul mio culo.

Non sono stata accorta quando stavo entrando in macchina e un tizio in motorino ha accostato per chiedermi dove stava via della Giuliana e poi si è tirato fuori il pisello, ha iniziato a farsi una sega e mi ha chiesto se volevo continuare.

Non sono stata accorta quando guidando il motorino coi miei bei vestitini estivi sono stata oggetto di "complimenti" non desiderati ed espliciti inviti a spogliarmi.

Queste sono quelle che mi sono venute in mente a freddo.
So che se mi fermassi a pensare ne troverei parecchie altre.

Perché se è vero che "non tutti gli uomini", vi assicuro che è verissimo che invece "tutte le donne".

A tutte noi è capitato di essere molestate, di esserci sentite a disagio o in pericolo. 
A qualcuna è andata molto peggio e non tutte sono qui a raccontarlo.

Quindi, quando piagnucolate perché le nazifemministe cattive vi trattano come bestie e avete paura che vogliano castrarvi, fate un favore, andate affanculo da soli e non fateci perdere tempo.

martedì 19 settembre 2017

Di educazione, castrazioni e cazzate varie.

8 marzo 2016 - Roma
Spinta dalla strepitosa campagna antistupri de Il Messaggero, ho avuto la brillante idea di tweettare: "Leggo di app antistupro, di taxi dedicati, di telecamere e lampioni. Manco un cazzo di accenno all'educazione dei maschi. Siamo noi che dobbiamo imparare a non farci stuprare. Sempre. Da sempre.

Mi sembrava una cosa banalotta, a dirla tutta, una di quelle che dico sempre e che di solito sono accolte da un "cheppalle questa, sempre le stesse cose", ma l'ho voluta scrivere ugualmente.

Non l'avessi mai fatto!

Mai avute tante interazioni in anni di fregnacce in rete.

Io ero lì a ribadire l'ovvio, cioè che sarebbe ora di smetterla di colpevolizzare le donne vittime di violenza, di spiegarci come non essere stuprate e cominciare invece ad insegnare agli uomini a non stuprarci.

Insomma, non era altro che l'ormai per me trito discorso sull'educazione, la solita idea secondo cui se da subito si insegnasse che le donne non sono oggetti da possedere ed usare a piacimento, forse si potrebbe pensare di poter cambiare le cose. 

Invece no.

Stando alle risposte e alle discussioni nate da quel tweet, a quanto pare quello che è arrivato a molti e molte (!) sarebbe la mia convinzione che gli uomini siano tutti stupratori per natura.



Quello che ho notato nelle troppe interazioni è stata la solita, noiosa, inutile ed estremamente fastidiosa corsa al "non tutti gli uomini", ai "sì, ma...", e alla temibile "prudenza" consigliata alle donne.

Perché va bene tutto, ma per prima cosa tu, femmina, devi essere "accorta" e "vigile" per non metterti nei guai e per "prevenire da ambo le parti", che è sempre meglio "che curare il danno" (sono tutte citazioni, eh).
Solo così, forse, potremo evitare le violenze.
Forse.
Perché ci sono anche quelle in casa, in ufficio, in palestra, a scuola... Lo stupratore non è solo il tizio che spunta fuori nel buio, ti minaccia di morte e abusa di te. Spesso è tuo marito, il tuo compagno, il datore di lavoro, il vicino di casa, tuo padre.

Perché, diciamola tutta, l'uomo ha i suoi istinti ancestrali, come dice il Senatore D'Anna, quindi non è che possiamo pretendere molto.
Impariamo piuttosto a stare composte e silenziose al nostro posto, possibilmente alla luce del sole, in luoghi affollati ma non troppo e con un abbigliamento consono.

Ho constatato una volta di più l'enorme difficoltà (ahimè non solo maschile) nel nominare la violenza di genere per quello che è e l'incapacità (o la non volontà) di accettare e riconoscere l'esistenza di una violenza agita dagli uomini sulle donne.

Stigmatizzarla e nominarla non vuole in alcun modo insinuare che gli uomini siano tutti stupratori o femminicidi.

È offensivo attribuirmi un pensiero tanto idiota.

Ed è umiliante dover ripetere ogni volta le stesse cose.

Ma  ripensandoci è molto più semplice vederla così: la femminista vuole che si parli di "educazione dei maschi", perché è una misandrica nazifemminista che sogna la "castrazione dei neonati".

L'imbecillità e la cattiva fede della gente continuano a lasciarmi basita.

Io, che ogni volta che il discorso sull'educazione dei maschi sogno che tutti quelli che mai nella vita potrebbero anche solo immaginarsi quali prevaricatori, sfruttatori, stupratori, femminicidi prendano pubblicamente posizione non per dire "io non sono così", ma per affermare che la cultura nella quale sono (e siamo) cresciuti è una cultura patriarcale che vede lo svilimento continuo del femminile come qualcosa di normale ed accettabile e che non sono più disposti ad accettarla.

Oh, sia chiaro, io so benissimo che uscire dal privilegio è difficile e faticoso. 
Insomma, come scrive Lorenzo Gasparrini nel suo "Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni": 
A un bambino, a un uomo, il patriarcato offre molto: un potere duraturo sulle donne e su chi non è eterosessuale, un mondo costruito su quel potere [...]
Abbandonare il privilegio costa fatica e può essere doloroso.
Ma si può fare.

Conosco uomini che lo stanno facendo, che ogni giorno provano ad uscire da quella cultura che sottomette anche loro, ponendosi domande e cercando di cambiare atteggiamenti.

E non crediate che questa lotta continua non abbia un prezzo anche per le donne.
Parlare apertamente di patriarcato, di cultura dello stupro, di femminismo non è semplice. E scrollarsi di dosso atteggiamenti, parole e convinzioni è una fatica quotidiana pressoché infinita.

Questo intendo per "educazione".
L'uscita da un sistema che insegna che "l'uomo è cacciatore", che "l'istinto dell'uomo" è quello e che la donna deve solo trovare il modo di salvarsi.

Sono convinta che se non cominciamo a parlarne apertamente con ragazzi e ragazze non ne usciremo tanto facilmente.

giovedì 14 settembre 2017

Chi è che stupra?

Mi chiedevo, di chi è la colpa di un delitto?

Se c'è un furto, la colpa è del ladro.
Se c'è una rapina, la colpa è del rapinatore.

Il rapimento ha il rapitore, l'omicidio l'assassino e via così.
Facile e lineare, son quelle cose che impari alle elementari con i disegnini sul sussidiario.

Solo che poi si arriva allo stupro. 

E chi ha la colpa di uno stupro?

"Lo stupratore!" diranno subito le mie piccole lettrici. No ragazze, avete sbagliato. (semicit.)

Per lo stupro la faccenda è più complicata di così.
Lo stupro è l'unico delitto per cui si hanno decine, centinaia, migliaia di colpevoli che non necessariamente coincidono con lo stupratore. Sarebbe così banale!

Qualche esempio, giusto per capire di cosa parliamo.

Colpa di uno stupro può essere la notte, una strada isolata, il gran caldo, una gonna, una maglietta, un paio di birre, le canne, la noia, l'orario, il quartiere, il colore della pelle, il mestiere, la provenienza, l'occupazione, l'istruzione ricevuta.

Ma più di ogni altra cosa, la colpa dello stupro è la donna.

Lo dicono in tanti/e da sempre, a volte a mezza bocca, quasi per non farsi sentire, come se si avesse vergogna di dire che, insomma, se ti stuprano la colpa è tua.

Finalmente, però, Lucetta Scaraffia su Il Messaggero non ha paura di prendere posizione e ci dice senza mezzi termini e ipocrisie come stanno le cose nel suo "manuale per le donne".



Innanzi tutto la colpa è di una che accetta passaggi dagli sconosciuti, tanto più alle 4 del mattino
Quindi se ti stuprano con ogni probabilità la colpa è tua che non hai ascoltato gli insegnamenti che di certo qualcuno deve averti dato. So' le basi. Gli sconosciuti, le caramelle, i passaggi, 'ste cose qua.

Senza contare poi che il mito della raggiunta eguaglianza con gli uomini stia portando a effetti perversi, che fanno si che molte ragazze ormai girino di notte senza prendere le più elementari precauzioni
Purtroppo Scaraffia non ci offre un elenco delle precauzioni più elementari, ma possiamo immaginare comprendano maglioni larghi, capelli arruffati e magari zozzi, pantaloni  che non lascino vedere le forme, scarpe comode per correre e magari un maschio accanto. La cintura di castità è fuori moda, ma ha sempre dato ottimi risultati.
In ogni caso mai, mai, mai credere nell'eguaglianza con gli uomini. Questa folle idea è pericolosissima ed è una grande causa di stupro.

Quindi dobbiamo essere prudenti e usare precauzioni. 
Meglio ancora dovremmo rimanere in casa, soprattutto di notte, almeno lì alle brutte ci stupra qualcuno che conosciamo già.

Ma sopra ogni cosa, amiche mie, la colpa è sua, di quello schifoso, infido, immondo, riprovevole Femminismo
Il femminismo infatti ha rigettato con orrore l'idea che le donne avessero bisogno di protezione, preferendo inseguire una libertà dal loro destino biologico, cioè negando sia la maternità sia la maggiore fragilità, per arrivare a equipararle in tutto e per tutto ai maschi. [...] La debolezza di questo progetto, così evidentemente utopistico, è stata pagata a duro prezzo da quelle donne, soprattutto giovani, che hanno creduto di non avere più bisogno di cautele. In realtà, un rapporto più libero e consapevole con il proprio corpo non deve escludere la necessità di riconoscere i rischi e le debolezze del destino femminile, per prevenirli.
Maledetto Femminismo, che ci ha parlato di gioia, di libertà, di indipendenza.

Che ci ha promesso un'esistenza piena così come la desideriamo, che ci ha detto che siamo forti, che possiamo tutto, che non dobbiamo piegarci mai.
Che ci ha detto che il nostro destino non è essere madri, ma che possiamo decidere noi stesse cosa fare delle nostre vite. Magari addirittura fare figli. Decine di figli e figlie.

Lui, che ci ha illuse cancellando l'antica idea che gli uomini devono proteggere le donne, che ci ha detto che avremmo potuto andare per il mondo da sole, magari alle 4 di notte, magari con una gonna corta e la canottiera aderente. 

Ancora una volta ho imparato qualcosa: se mi stuprano la colpa sarà sempre e solo mia, che mi ostino a non accettare il mio destino, quello di un essere debole e inferiore e bisognoso di una corazza protettiva, possibilmente maschile.

Ho imparato che prima ancora di educare i maschi a non violentarmi devo essere educata io a restare al mio posto, quello stesso posto che mi è stato assegnato duemila anni fa, un posto di subalterna, di comparsa.

Devo ricordarmi bene di questi insegnamenti, perché in tutti questi anni al contrario ho sempre pensato che la colpa dello stupro fosse dello stupratore.

venerdì 8 settembre 2017

Raccontare la violenza. Un esempio.


Due studentesse americane a Firenze hanno denunciato di essere state stuprate da due carabinieri.
Non sono io a dover fare indagini e processo, quindi non è questo il luogo dove gridare alla colpevolezza o meno dei due.

Non voglio nemmeno giocare al "trova le differenze" tra la narrazione di questa violenza e gli stupri di Rimini, è troppo facile e lo stanno facendo tutt*, spesso scadendo parecchio in basso: fare classifiche tra lo stupro compiuto da stranieri e da italiani fa schifo, sia che lo facciano i vari Salvini, Zanardo e Meloni, sia che lo facciamo "noi" nel tentativo di dimostrare l'ovvio e cioè che sono gli uomini che stuprano e che la provenienza geografica, la religione, il colore della pelle non c'entrano niente.


Quello che qui mi interessa è il racconto della vicenda ad opera di uno tra i più importanti quotidiani nazionali. Evito volutamente di leggere carta straccia come Libero o Il Tempo, sarebbe penoso.

E’ una storia che fa rabbrividire quella che si sta consumando in queste ore a Firenze. Ancora oscura, strampalata, piena di dubbi e incongruenze, messaggera di verità o di menzogna e che rischia di gettare ombre e fango su un’istituzione, i carabinieri, simbolo di legalità e giustizia. In attesa dell’esame del Dna, che fugherà ogni dubbio, l’unica cosa certa, è che le ragazze hanno bevuto molto e una di loro aveva fumato cannabis: lo hanno confermato i test alle quali sono state sottoposte giovedì pomeriggio e il loro stato, se la violenza fosse confermata, aggraverebbe la posizione dei carabinieri perché le “vittime” non sarebbero state in grado di intendere e di volere e anche se i presunti violentatori dichiarassero che erano consenzienti l’accusa di violenza sessuale non cadrebbe e anzi ci sarebbero delle aggravanti. Le due ragazze avevano un assicurazione che prevede anche una copertura in caso di stupro. [Marco Gasperetti, Il Corriere della Sera, i grassetti sono miei.]
Ombre e fango sull'istituzione, alcool e cannabis, assicurazione sullo stupro. 
In appena un paragrafo Gasperetti di fatto giudica le due ragazze e offre la sua versione dei fatti. 
Mancano le gonne corte, l'ora tarda e il classico "se la sono andata a cercare", ma il livello è quello.


Eppure, se è vero che ancora non si sa nulla, se è vero che ancora non ci sono i riscontri del DNA, se e vero che ancora sono in corso le indagini, un giornalista dovrebbe limitarsi alla pura cronaca: due ragazze americane hanno accusato di stupro due carabinieri. 
Ma con poche, studiate parole il tarlo del dubbio è insinuato.
Le due fumano e bevono, di certo sono due poco di buono.
Basta leggere i commenti alla notizia sui vari social per rendersene conto.
Come osano due puttanelle americane gettare discredito sulla Benemerita?
Cosa ci facevano in macchina con due Carabinieri?
Perché si sono fatte accompagnare a casa?



Dei due presunti stupratori non sono stati resi noti i nomi, non abbiamo i loro profili Facebook da spulciare, non sappiamo se hanno madri, sorelle o fidanzate. Non conosciamo i loro volti, non ci sono foto a ritrarli sorridenti al mare con gli amici o in divisa nel giorno del giuramento con mamma e papà. 
Raramente è stata usata la medesima premura per altri accusati. O per le vittime, che troppo spesso sono gettate in pasto a un pubblico sempre più bramoso di dettagli quanto più possibile sporchi, dolorosi, macabri, come è stato per gli stupri di Rimini.

E questo è indicativo di un certo modo di fare giornalismo, che pare mutare in base al colore e al mestiere dei protagonisti delle vicende.