domenica 25 novembre 2018

Due volte l'anno.



Due volte l'anno ai maschi chiediamo di stare un passo più indietro.

Un passo soltanto, in occasione di due giornate che per noi sono occasione di lotta come ogni altra, sì, ma che hanno una valenza simbolica diversa, anche in virtù della visibilità che in quei due giorni particolari paiono avere le nostre istanze e rivendicazioni.

Solo un passo. Come quello che è stato chiesto ieri.

Non si è detto "andate via" o "qua non vi vogliamo": la scelta, quest'anno come in anni precedenti, è stata inclusiva, non separatista.
Si è chiesto "per favore", solo 'sto piccolo passo indietro: gli uomini dietro al carro, il corteo delle donne lo aprono le donne, le donne devono entrare per prime nella piazza tenendo il loro striscione.
Mi pare così logico. 
La stessa richiesta che è stata fatta lo scorso anno, speravo che magari stavolta non sarebbe stato un gran problema.

Le donne organizzano una manifestazione contro la violenza sulle donne, le donne aprono la manifestazione contro la violenza sulle donne. 

Lineare, no? Dove sta lo scandalo? Cosa c'è di tanto assurdo e incomprensibile?

E invece.

E invece anche questa volta 'sto cazzo di passetto indietro per moltissimi deve essere parso un'insormontabile scalata in montagna, tra dirupi, ghiacciai e la morte sempre in agguato, data la difficoltà con cui (alcuni) alla fine lo hanno fatto.
Ci hanno tenuto a spiegarci che loro erano lì per noi, per manifestare la loro solidarietà con le nostre lotte e quindi perché mai negargli il gusto di entrare in piazza per primi?
Hanno ribadito il plurale maschile ogni volta che dal carro le compagne parlavano a femminile.
Hanno spiegato perché il separatismo è una cosa brutta, come ci indebolisce, come ci allontana.

Eppure era solo un passo.

Gli abbiamo chiesto di andare qualche fila più in giù.

Ma evidentemente per chi è abituato a stare comodo ai vertici della piramide in virtù del proprio pisello farsi da parte è davvero troppo faticoso.

Anche se lo chiediamo solo due giorni l'anno.

P.S. un abbraccio solidale alla compagna col megafono che per ore ha detto "per favore, gli uomini dietro il camion!". Sembrava così calma, ma sono quasi certa che in realtà stesse ribollendo dentro.

lunedì 6 agosto 2018

Cose di maternità.

La doverosa premessa è che dal femminismo ho imparato a parlare per me. E che il personale è politico.
Quindi quello che dirò qui non è altro che la mia esperienza, che spero possa essere interessante  per altre che magari come me si sentono strette in un ruolo in cui con belle parole e discorsi illuminati pare che chiunque ci voglia relegare.

Lo spunto lo prendo dal titolo di un articolo su Chiara Ferragni, che avrebbe dichiarato di avere interrotto allattamento al seno perché “non mi annullo per un figlio.
Non ho letto l'articolo, non so cosa abbia effettivamente detto e in tutta franchezza mi interessa poco.
Ciò che davvero mi interessa sono le reazioni e i commenti di tante e tanti a quel titolo. Commenti in larga parte parecchio beceri, spesso volgari e ovviamente profondamente sessisti.
La “baldracca" è una “lurida" che se proprio non ha voglia di annullare allora non avrebbe dovuto fare un figlio, visto che l’annullamento di sé sta “nel pacchetto” quando partorisci. 
Non solo, l'allattamento al seno è osannato come il solo modo giusto di nutrire la prole e poco importa se non hai abbastanza latte o se la sola idea di passare le tue giornate a tette al vento mina la tua sanità mentale. Le buone madri si sacrificano, si annullano, si mettono sempre e comunque in secondo piano rispetto alla luce dei loro occhi.

Appena rimasta incinta ho pensato che mai e poi mai avrei allattato a richiesta: l'idea di essere un bar perennemente aperto mi faceva orrore.
“Vedrai”, mi dicevano, “funziona così”, “devi". Nessuna alternativa possibile.

Con due gemelli non ho nemmeno mai pensato di provarci, non potevo nemmeno immaginarmi tutto il giorno con due poppanti attaccati al seno.

I miei bambini, fortemente e faticosamente voluti, sono nati prematuri e sono stati in ospedale quasi due mesi, la prematurità e il basso peso gli hanno dato delle difficoltà ad attaccarsi alla tetta e io ero parecchio provata.
Ci ho provato, eh.
In ospedale non facevano che dirci quanto il latte materno fosse fondamentale per dei bimbi prematuri.
Mi svegliavo alle 6 per tirarmi il latte e poi ogni quattro ore fino al momento di uscire per andare in ospedale, dove lo tiravo ancora per garantirgli le otto poppate giornaliere (che per due fa sedici).
Una volta venuti a casa non ho avuto tempo, voglia e testa per continuare così, quindi ho dato il mio più caloroso benvenuto alla Formula e ho comprato sedici biberon.

“Dovresti continuare a provare”.
“È stata l'esperienza più bella della mia vita".
“È un altro tipo di contatto, più intimo, col biberon non lo potrai mai provare”.
“Chiama una consulente”.
“Negli ospedali dovrebbero incentivare l'allattamento al seno”.
Quest'ultima frase mi ha sempre fatto venire in mente suor Evangelina di “Call the midwife", che dopo aver obbligato a furia di sensi di colpa una donna ad allattare, una volta visto che la puerpera stava impazzendo e la bimba morendo di fame, si converte al latte artificiale e chiede scusa alla donna per non averla ascoltata e capita.
Ecco, alcune fan del latte materno che ho incontrato sono state come un muro e con me hanno avuto l'effetto esattamente contrario a quello che avrebbero voluto.
Per fortuna mi è venuto sempre in soccorso il mio pessimo carattere.
Non ho mai avuto paura di dire che la gravidanza non è stata in alcun modo il periodo più bello della mia vita, che non ho mai passato notti insonni a vegliare rapita sul sonno dei miei figli, che credo che il co-sleeping sia una forma di tortura.
A volte ho parecchio esagerato, ma tant’è.

Ma pare che certe cose una madre non le possa nemmeno pensare, figuriamoci dire ad alta voce. Questo ti rende in primo luogo una pessima madre e subito dopo una che evidentemente deve avere dei problemi, perché una donna che, come avrebbe detto Ferragni, non vuole annullarsi per la prole non può che essere una che non sta proprio bene.

E la cosa divertente è che questo tipo di discorsi non vengono solo dalle tanto vituperate “mamme pancine” (ma esistono, poi? Sono davvero come le dipinge quel tizio su Facebook? Anche su questo sarebbe interessante aprire un capitolo) o da qualche bigotta ultracattolica votata al sacrificio, ma anche da donne che fino all’attimo immediatamente precedente al test di gravidanza parevano avere un altro tipo di idea e di desiderio per la propria vita e anche della figura materna.

Questi pochi mesi da madre mi hanno fatto pensare che sarebbe ora di scardinare dalle fondamenta un'idea di maternità che nonostante le belle parole ci vuole sempre in secondo piano rispetto alla prole, sempre e comunque in disparte, con i nostri desideri e le nostre necessità messi in un angolo.
E questa pare essere un'idea di maternità ampiamente condivisa, a destra e a sinistra, tra le/ i maschiliste/i più o meno consapevoli, tra le/i bigotte/i di ogni generazione e da certe femministe, che pare abbiano come unico pensiero il “corpo generativo delle donne”, con buona pace di quelle che 'sto "corpo fertile" non ce l'hanno.

Da femminista, da donna e -incidentalmente- da madre credo che sarebbe interessante e importante riappropiarci anche di questo, di rivendicare le nostre paure, difficoltà, disagi, i nostri desideri e le nostre aspirazioni, di non lasciare che a parlarne sia chi ha come faro quello della madre chioccia che vive per i propri figli e figlie.

Insomma, onestamente, i ragazzini rompono i coglioni? Sì.
Sono a volte talmente insopportabili da farci quasi pentire di averli voluti? Sì.
Li amiamo? Sì.

Per fortuna ho ricominciato a fumare.

giovedì 1 marzo 2018

Il mestiere del femminicida.

Avrei voluto trovare il tempo per scrivere la miriade di cose che mi sta facendo pensare quanto accaduto a Cisterna di Latina, ma non ne ho.
Mi limito a qualche considerazione sparsa, a buttare giù le prime sensazioni che questa storia orrenda come tante, troppe altre mi ha portato.

Non credo affatto, in tutta onestà, che il mestiere del femminicida sia il nocciolo del problema. Il fatto che fosse una guardia, casomai, dovrebbe portarci ad altre e ulteriori riflessioni. Per quanto mi riguarda il problema è che era uno che non poteva accettare che la ex moglie non fosse roba sua, che volesse vivere senza di lui. È la base della violenza di genere e di ogni femminicidio. 
Mi pare inutile starlo a sottolineare di nuovo, ma evidentemente non è così. 
Se per alcune persone lo scandalo sta tutto nel fatto che il femminicida fosse un carabiniere forse non si ha idea di cosa siano la violenza di genere e la cultura patriarcale. O magari non importa un cazzo e si usano tre morte ammazzate per dire l'odio verso le guardie. Come se ce ne fosse bisogno.
È come quando sembra che si  goda se l'assassino, lo stupratore, il femminicida sono italiani. Sembra interessare di più la provenienza, il colore della pelle, l'estrazione sociale, il mestiere che non la vittima. Poi, oh, ciascun* faccia come gli pare.
Se poi vogliamo parlare del fascismo, del sessismo, della violenza endemica nelle forze dell'ordine allora è un altro discorso, ma francamente questi giorni vedo più tifo che una seria discussione in merito.


sabato 9 dicembre 2017

Robe di panza.

E niente, quando sei incinta da te ci si aspetta molto. 
Dovresti avere uno sguardo diverso, rapito, pieno di amore.
E la pelle del viso luminosa e distesa.
Ed essere sempre sognante, quasi assente, in estasi.
Dovresti salutare ogni mese che ti avvicina al parto con gioia e tripudio, ma non troppo, perché il pancione ti mancherà.
Dovresti farti foto artistiche (se poi ci sta un* sorella/fratello che bacia la pancia molto meglio, so' almeno 50 punti) e lamentarti dei dolori, senza dimenticare di sottolineare come tutto questo faccia parte del periodo più bello della tua vita.
Perché per chi hai intorno solo ora sembri essere davvero donna, davvero realizzata e davvero hai trovato il tuo posto nel mondo.

Cazzate.

Intendiamoci, io ho voluto questa gravidanza, c'ho messo pure un po' a rimanere incinta, sono felice di esserlo e non vedo l'ora di conoscere la prole, ma mentirei se chiamassi questi  mesi "il periodo più bello della mia vita".

Seriamente: non posso bere, non posso fumare, non posso prendere il motorino, niente affettati, salumi, cozze&vongole e altre mille "no" che in tutta onestà sono una gran rottura di palle. 
Mi tocca girare per Roma coi mezzi pubblici, mi si gonfiano i piedi e non mi entra più niente, soprattutto quei jeans in cui avevo faticato tanto a rientrare. 
Non posso dormire a pancia in giù e non posso prendere medicinali, io che sono una grande fan della chimica.
Mi formicolano le mani, sto scomoda e ho le sise troppo ingombranti.
E mi sento un mezzo cesso, altro che "come sono belle le donne incinte".
Dai, davvero "il periodo più bello della tua vita" dovrebbe includere emorroidi, caviglie gonfie e problemi intestinali? E la mia è anche una gravidanza facile, eh.

E poi ci stanno le persone che paiono godere nel dirti quanto la tua vita sarà una merda per i prossimi decenni.
Pare quasi esista una sorta di elenco disponibile per chi è già genitore da almeno 10 minuti con tutte le cose che non potrai fare almeno fino a che la prole non lascerà il nido.

Stando a quanto mi dicono non dormirò mai più, non mangerò mai più fuori, mai più pub, cinema e tantomeno mare, al massimo vacanze in Trentino. A me, che la montangna in estate la vedo come il peggiore dei gironi infernali.

"Vedrai" è la parola che mi sono sentita ripetere più spesso da quando ho reso pubblica la mia gravidanza.

Fortunatamente sono stata cresciuta da due tizi che andavano a mangiare fuori, spesso portandomi con loro, che mi hanno portata in campeggio che ero piccola e mi tenevano in spiaggia tutto il giorno. Ho avuto una madre che andava in vacanza sola con la sua amica Guga lasciandomi a casa con papà e un padre che ogni sabato si inventava qualcosa da fare insieme, che mi ha portata al cinema, nei musei, in bici a Villa Pamphilij.
Ripensare alla mia infanzia mi fa capire cosa voglio e non voglio fare con 'sti due cosi in arrivo.

E poi, come diceva Nonna Adriana, io so' impunita e a costo di chiudermi a chiave a piangere nello sgabuzzino non darò mai a nessun* la soddisfazione di dirmi "te l'avevo detto".


martedì 28 novembre 2017

La testa del corteo.

Foto presa da https://nonunadimeno.wordpress.com/
Sono quasi certa che se chiedessi in giro qualcosa sulla manifestazione che lo scorso 25 novembre ha attraversato Roma gioiosa, festante, combattiva e (auto)determinata, in molt@ mi parlerebbero delle femministe cattive e violente che hanno allontanato in malo modo un giovane uomo che voleva portare alle donne la sua solidarietà (che poi so' amiche mie ♥).

In effetti i media non hanno mostrato molto altro di quella giornata e anzi si sono soffermati con fin troppa attenzione su quei pochi minuti, rilanciando il video dello scandalo manco fosse il servizio del millennio.

Eppure eravamo tante e tanti, con le nostre richieste, le nostre pretese i nostri desideri e le nostre rivendicazioni. 
E in piazza portavamo proposte concrete, avevamo un piano, il "Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere", scritto dalle tantissim@ che hanno partecipato alle assemblee di Non Una Di Meno in quest'ultimo anno. 

Ma alla fine pare vincere sempre chi nasce col pisello e l'eco di quel video di pochi minuti ancora non si è spenta.


Leggo fiumi di parole, tentativi di analisi politico-etno-socio-antropologiche ai limiti del ridicolo, quando invece la faccenda è chiarissima: la testa del corteo è di chi organizza. 
Chi si è impegnata anima e corpo perché quel corteo potesse partire ha tutto il diritto di decidere chi sarà ad aprirlo, il resto sono ridicole provocazioni.
Per dire, il Pride non viene aperto da pomiciose coppie etero, magari con prole al seguito, ma nessun@ pare farne un dramma.
Le manifestazioni studentesche raramente vedono il sindacato pensionati in prima fila.
Funziona così. Punto.

Ma a quanto pare quando si tratta di donne non è così difficile trovare un uomo desideroso di prendersi quello spazio e a dichiararsi vittima se respinto. 

Che almeno si facesse un'analisi sensata sul separatismo. 
Ma figuriamoci. 
Ormai dire "separatismo" è peggio che bestemmiare in un reality show. 
Eppure "separatismo" non è una parolaccia, ma una modalità di lotta, che andrebbe in primo luogo compresa e rispettata, se non altro per non usarla a sproposito. E che a volte è imprescindibile.



Il corteo del 25 novembre, comunque, non era e non voleva essere un corteo separatista.
Gli uomini erano i benvenuti, semplicemente gli era richiesto di non essere in prima fila. 
Quella era tutta delle donne.
E quella scelta andava rispettata.


Il tizio, in un momento di voglia di protagonismo, ha provocato deliberatamente e con la tipica, volgare, prepotenza maschile il corteo femminista contro la violenza maschile sulle donne, sporcando un momento di gioia e lotta costruito con fatica e sudore da tante e tanti (sì, le assemblee sono aperte a chiunque, perfino a lui, che avrebbe potuto partecipare e chiedere in quella sede di aprire il corteo).

Su Tumblr gira una frase che dice:
«Gli uomini che vogliono essere femministi non hanno bisogno di ricevere spazio nel femminismo. Devono prendere lo spazio che hanno nella società e renderlo femminista».
E di spazio nella società gli uomini in quanto tali, ne hanno a bizzeffe. Amici, compagni, prendete il vostro privilegio, quello che vi spetta per nascita e rovesciatelo, se volete lottare con noi.
Non cercate di imporvi sulle altre individualità. 
Distinguetevi da un sistema patriarcale che opprime anche voi.

Solo così la lotta potrà essere davvero comune e proficua.

Il fatto che si stia dando tanta importanza a uno stronzetto che voleva aprire il corteo femminista del 25 novembre dimostra con estrema evidenza quanto bisogno ci sia di femminismo.

E poi, amici uomini, se volete ad ogni costo essere il sesso forte, smettetela di piagnucolare perché le femministe cattive vi trattano male. 
E che palle.




venerdì 24 novembre 2017

Degradanti e ininfluenti: la prassi.

Leggo in giro una grossa indignazione alla notizia secondo la quale alle due ragazze americane stuprate da due carabinieri sono state fatte, in sede processuale, domande definite "degradanti" e "ininfluenti".

Ora, è molto bello quando le persone si svegliano e iniziano a capire come funziona il mondo, ma vorrei che fosse chiaro a tutte e tutti che di domande "ininfluenti, offensive e degradanti" che rendono di fatto le vittime di violenza sessuale le vere e sole imputate nei processi se ne fanno sempre. 
Citerei per l'ennesima volta "Processo per stupro", ma mi potreste obiettare che sono troppo ancorata al passato.
Quanto sta succedendo in questo processo non è, fidatevi, una novità.
Si comincia nelle caserme, coi vari “come era vestita” o “perché era sola a quell’ora” e si continua così.

Mi preme sottolinearlo perché anche nel “nostro” ambiente sembra che in molt@ si stiano stupendo per questo atteggiamento degli avvocati della difesa, come se non sapessero che questa no è altro che la norma e non vorrei che passasse l’idea che ciò sta succedendo solo perché gli stupratori portano una divisa. 
Questo vorrebbe dire negare quanto avviene ogni giorno sul corpo delle donne.


Questo schifo è la prassi, fa parte del pacchetto stupro.


Non solo vieni violentata, ma devi anche spiegare perché è successo.


E quindi devi giustificarti per un sorriso, per un bacio, per un bicchiere di troppo (?), per gli abiti che indossavi, per il posto in cui ti trovavi.


Oh, poi io se vi svegliate son contenta uguale, in fondo “meglio tardi che mai”. 


mercoledì 18 ottobre 2017

Il vaso di Pandora della merda. Cosa ho imparato dal caso Weinstein.

La prima cosa in realtà non l'ho imparata, è stata piuttosto una conferma, il Grande Classico ribadito e riadattato secondo l'esigenza del momento: non credere mai ad una donna che denuncia una violenza. Soprattutto se è una donna disinibita, libera e magari pure ricca e famosa.
Insomma, come è possibile credere ad una come Asia Argento? Una che è sempre stata sopra le righe, una che ha fatto dell'eccesso ostentato uno dei suoi punti di forza, una fattona figlia di papà che chissà come ha fatto ad avere successo. E poi sono passati vent'anni, sicuro sta cercando pubblicità.
Lei e quelle altre troie di Hollywood, che prima ci sono state perché gli faceva comodo e poi adesso denunciano. Ma figuriamoci.

Ho imparato che parlare di potere e patriarcato è pressoché impossibile, perché se una donna accetta (non "subisce", "accetta") proposte sessuali dal suo capo, il problema è che lei è una zoccola arrivista e le gerarchie di potere non c'entrano niente. Poteva sempre andare via.

Questa storia mi pare l'esempio lampante delle difficoltà di molte e molti nel comprendere ed affrontare quello che è alla base della violenza sessuale: il potere patriarcale. 
Il solo nominarlo suscita fastidio e derisione. Eppure in qualche modo tutto nasce da lì, dall'idea che una donna valga meno in quanto donna e che quindi sia accettabile e quasi "normale" che un uomo possa approfittare della propria posizione e del proprio potere per sottometterla.


Ho imparato che perché una vittima di violenza venga creduta ci vogliono i dettagli. 
Alle persone in realtà non importa niente della violenza, quello che conta è sapere come, dove , quanto e con cosa una donna è stata penetrata. Se ha urlato abbastanza, se le ha fatto male, se ha sanguinato, se i medici del pronto soccorso sono rimasti scossi dalle sue condizioni. 
Senza sangue esposto non c'è violenza.

Alle persone piacciono i dettagli, quelli più truci.
Se non ci sono sangue e lacrime difficilmente una donna sarà creduta.
E il degrado. Ci vuole il degrado.
Perché nell'immaginario collettivo lo stupro è una cosa che succede di notte, in strade buie, in vicoli appartati. O in case fatiscenti e sporche, dove a stuprare non è un uomo, ma un "orco", un "mostro", qualcuno che deve sembrare il più lontano possibile da noi.

Ho imparato, anzi di nuovo ho avuto la conferma, che non basta dire "no", perché ci sarà sempre qualcuno pronto a misurare con quale tono, intensità e convinzione lo hai detto. 
Avevi la voce alta? Si capiva bene? Hai scandito bene le parole? Non è che avevi bevuto e biascicavi? E se per caso hai "lasciato fare" perché magari eri pietrificata dalla paura ecco che sei improvvisamente complice. 
Magari la cosa ti ha fatto comodo e ti è pure piaciuta.

E dire che tutta questa storia potrebbe essere usata come il più lampante degli esempi di cosa sono e come funzionano le questioni di potere in una società e un ambiente maschilisti. 
Patriarcato e cultura dello stupro qui mi paiono perfettamente descritti in ogni loro sfaccettatura. 
C'è l'uomo potente che approfitta della sua posizione nei confronti di una donna e c'è una società maschilista che stigmatizza la donna che di quello stesso maschilismo è stata vittima. 
E così all'infinito.

Non so come stiano affrontando questa storia nel resto del mondo, ma qui la faccenda non pare riguardare Weinstein e il sistema che lo ha coperto e protetto, ma Asia Argento.
Lei è la colpevole che deve difendersi. 
I "c'è qualcosa che non mi torna" sono ovunque, potenti e disgustosi, anche tra le/gli insospettabili, troppo impegnate/i a sputare merda su una donna che non piace piuttosto che indagare cosa sia successo e che significato abbia.


La vittima che deve spiegare perché è stata vittima. Di nuovo e sempre.