domenica 21 marzo 2010

19 marzo.


Ufficio.
Finalmente la Capa mi lascia uscire dalla sua stanza, io agguanto portafogli e sigarette e corro giù per dare un fax a FF e mangiare il panino con A che mi aspetta fuori.
Prendo una storta di quelle infernali. Mi si appanna la vista e mi fischiano le orecchie e mi viene da vomitare, ma stoicamente raggiungo il traguardo. Faccio cenno ad A di avvicinarsi, ma quasi non sto in piedi.
Svengo sulle scale d’ingresso.
A quasi collassa pure lui e il mio collega FF sembra parecchio preoccupato.
La portiera/usciera/non so cosa mi ficca in gola un’intera bustina di zucchero, facendomene cadere una buona quantità su capelli e vestiti, mentre un’infermiera (mo’ lavoro in una roba di ospedali) cerca di fermarla chiedendomi se sono diabetica.
Non mi strozzo né muoio nonostante i loro tentativi di farmi fuori.

Mi riprendo e piano piano torno alla mia stanza. La caviglia fa un male boia e chiaramente è quella che mi sono rotta qualche anno fa.

Finisco di fare quello che devo perché non si lasciano i colleghi nella merda, ma l caviglia fa male e al posto del malleolo ho una specie di pagnotta dolorante.

E quindi di corsa (più o meno) al pronto soccorso del San Camillo, che almeno è vicino casa dei miei e se serve qualcosa mamma può venirmi a raccattare.

Appena le porte si aprono mi accoglie un omone calvo sui 50, tutto di pelle vestito e pieno di borchie e catene. Anche i guanti sono borchiati. È lì da ore con la mamma, che gli dice “no, nun te lo pià n'antro caffè, che sei nervoso, bello de mamma”.

Entro, triage e parcheggio in corridoio aspettando l’ortopedico.

C’è una signora che forse s’è rotta una gamba e deve essere vista anche dal neurologo e l’infermiera fatica parecchio a convincere il marito a lasciarla sola, che lì non può restare e che anzi, se se ne va può avvertire i figli.
C’è un tizio che da quanto ho capito lavora in banca ed ha subito una rapina di quelle da film, con mani e piedi legati e minacce di morte. L’ha chiamato anche un pezzo grosso e lui gli ha raccontato per filo e per segno tutto l’accaduto con la voce rotta dall’emozione.
C’è un signore arabo di mezza età che continua a lamentarsi del dolore e a invocare Allah, causando l’ilarità, prima, e la rabbia, poi, di una coppia di coatti che paiono usciti da un film.
Lui quasi mena l’ortopedico (quello che io sto aspettando) perché si è rivolto alla sua ragazza (quella che fino a qualche minuto prima era “una stronza, bastarda e infame”) in modo poco cortese, prima di cominciare a piangere come un bambino perché “Amò, me fa male tutto, porco…”. Se non tirasse su col naso mi farebbe quasi tenerezza.

Sono le 18.40 ed è da due ore che aspetto.
Nulla di eclatante, per carità, ma la sedia a rotelle è terribilmente scomoda, devo fare pipì e mi sto fumando sotto.

Intanto ho la conferma che coatti e stranieri hanno spesso delle suonerie fastidiosissime e polifonicissime.

Ah, il medico passando di corsa ha gettato un occhio nella mia direzione e ha detto “quella caviglia è brutta”. Andiamo bene. In effetti è enorme.

Comincio a bestemmiare tra me e me: domani si sposano C&S e io sono nientepopodimenoche la fotografa ufficiale! Non posso mancare per nessuna ragione al mondo.
E poi il mio letto è sul soppalco, come ci arriverò?

Faccio le lastre. Il dottorino mi dice che secondo lui non c’è nulla di rotto, ma lui non potrebbe nemmeno parlare perché mi deve vedere il dottore, che nel frattempo è andato a fumare alla faccia mia che non ne posso più.

Però ho fatto amicizia con un ragazzetto indiano che s’è fatto male mentre lavorava: gli è caduto un ferro sulla mano. Continuano a non chiamare il suo nome e quando mi dice “da noi non è così, è molto meglio" mi viene da piangere. Vorrei sapere se sa  che c’è tutta una legge per gli infortuni sul lavoro, ma fortunatamente mi ha chiamata mamma per sapere come procede.

Devo fare pipì.
Devo fumare.
Devo bere.
E mangiare. Mangerei tonnellate di roba fritta ora, possibilmente pesce. 

Sono esausta e circondata di luoghi comuni.
Ci sono infermieri coatti degni di un film del vecchio Verdone, col pelo in bella vista e la catena d’oro.
Le donne sembrano tutte isteriche e i maschi sono dei machi stronzi che però girano la testa quando vedono il sangue. E poi ci sono quelli che non ne possono più e scappano, facendo scattare la porta allarmata.

Non passa mai… la gente comincia ad innervosirsi, c’è chi è in attesa da stamattina e cominciano i primi malumori e le prime liti tra vicini di barella e tra pazienti-parenti-infermieri.

Finalmente mi chiamano. Ho solo una brutta distorsione: quattro giorni di riposo totale, piede in alto, ghiaccio e se proprio devo andare al matrimonio, dovrò usare le stampelle.

Mi accompagna fuori una volontaria della Croce Rossa, che mi fa sbattere alla porta d’ingresso che quando si apre mi mostra di nuovo un’umanità che secondo me sta giusto negli ospedali.

5 commenti:

  1. cazzo mi spiace ! chissà che male !!!!!!!!!!! dacci dentro con il ghiaccio  .. intendo sulla caviglia non usarlo tutto per farti i camparini

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  2. utente anonimo22 marzo 2010 13:15

    nuuu... arguzia ferita?! come hai fatto a fare le foto per il matrimonio?!i pronto soccorsi sono Tutti uguali, però poi impari io alla terza colica renale ho fatto finta di stare malissimo tempo 20 minuti avevo la flebo nel braccio... la prima volta ho aspettato 3 ore!!!gioggio sloggata chissà perchè!?

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  3. Fa male, porcazzozza!Mo' al posto della caviglia ho una macchia nera e il malleolo è una meletta (s'è un po' sgonfiata).Stamani la dottoressa mi guarda e fa "oddio, che è?"Comunque, oggi ho comprato una cassa di Moretti! Capito, Simo??

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  4. Povera cara...Spero tu ti riprenda presto, poi ti sei fatta male al lavoro, potresti fargli causa!kissesAzzurra

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