lunedì 19 aprile 2010


La verità Andrè, è che tu ti sei voluto buttare via. La verità è che io (e di certo tutti quelli che t’hanno conosciuto) non riuscirò mai a capire perché.
Quando t’ho conosciuto quella mattina al baretto m’hai affascinata subito.
Che poi pensavo che con la storia dello zio comune mi stessi prendendo per il culo. Insomma, ai tempi non sapevo che il mondo fosse così piccolo.
Mi sei piaciuto immediatamente. Intelligente, simpatico, ironico, colto, curioso. E poi avevi uno sguardo diverso, profondo, che t’ho visto ogni volta.

Ci siamo persi per un bel po’. Ci siamo voluti perdere, forse.
Eppure allora parlavamo.

Poi le meraviglie della rete, ricominciare a vedersi ogni tanto, le chiacchiere in chat, i cortei, le birre a san Lorenzo.

E ora non ci sei più.

E sei morto in quel modo orrendo, che io nemmeno ci voglio pensare. Perché come faccio a immaginarti così? Io mi voglio ricordare quella sera che m’hai portata a cena fuori, che ci siamo raccontati quasi dieci anni di vita. Che mi parlavi della tua ragazza, del tuo ritorno in Italia, della cena di pesce che avresti preparato a casa mia.
Non c’è stata nessuna cena. Forse per colpa mia. Perché la mia vita “regolare” si scontrava con la tua. Ma mi avevi detto che andava meglio. Avevi un lavoro nuovo, che sembrava piacerti. Vedevo le foto che ti facevi coi colleghi. Il sorriso largo e gli occhi profondi. E mi parlavi in mille lingue, facevi citazioni assurde e sempre una battuta che per capirla ci voleva un po’.

E Sabato mattina m’hai cercata. E io non t’ho risposto. Ero in bagno, cazzo. Ero al cesso e per questo non t’ho detto l’ultimo ciao.
Vaffanculo, Andrea. Dovevi aspettare che ti dicessi “ciao cuggio, sto studiando, cheppalle. Vieni alla manifestazione oggi pomeriggio?” che ti costava aspettare un po’?

Sai che ancora non ho pianto?
Sono in uno strano limbo: non ci credo ancora. E' come se mi aspettassi un'altra telefonata di zia che mi dice "No, non è successo niente, sta meglio. Quel cretino, ci fa spaventare sempre tutti."

Perché, Andrè? Che c’avevi dentro che non c’hai mai detto? Perché non ci hai mai detto davvero quello che ti faceva stare così, quello che t’ha fatto prendere il tuo meraviglioso cervello e una vita che non poteva non essere splendida e buttarli via?
Ti menerei.
Se ti avessi davanti ora ti riempirei di botte. Non mi lancerei nei miei discorsi da ragazza saggia (ricordi? L’ho fatto anche quella sera e te annuivi sorridendo). Ti picchierei e basta. Per sfogare questa rabbia che sta talmente in fondo che nemmeno mi fa piangere.

3 commenti:

  1. sai, sono un po' in imbarazzo a scrivere questa inopportuna appendice ad una cosa tanto privata e tanto forte.confido nel fatto che, avendola tu resa pubblica, farti sapere che hai costruito un'immagine fantastica di questo ragazzo, che hai trasmesso emozioni anche a uno come me, che assai raramente si commuove e si impressiona anche di fronte alla morte, che le cose che hai scritto sono così belle e sentite che lui stesso, se potesse leggere, continuerebbe a ridere quel suo sorriso, beh, è un tributo alla sua memoria.

    RispondiElimina

Sproloquia pure tu.