venerdì 8 ottobre 2010

Di giornalismo, ipocrisia e cazzate varie.


Quando una ragazzina di quindici anni scompare, la prima cosa che si fa di questi tempi è correre su facebook a vedere quale foto ha messo come profilo, quanti amici ha, a quali gruppi è iscritta, nella speranza di trovare chissà cosa.
Poi si continua andando a riprendere da ogni angolazione possibile i vestiti che indossava, i libri che leggeva, la musica che ascoltava, i poster, il diario.
E visto che spesso a quell’età si è un po’ cretini, allora si comincia a dipingere la ragazzina come una sciocchina, una che voleva fare la velina, che giocava con i ragazzi, probabilmente era anche una facile, odiava la sua famiglia, voleva scappare dal paese e via così. Ah, questi giovani d'oggi, scontenti di tutto, senza ideali.

Poi la ragazzina si trova.
Se è viva e sta bene, la faccenda finisce lì, una bravata da adolescente, fatta senza pensare alle conseguenze.
Non c’è notizia, non c'è sangue, non c'è dolore. Al massimo ne può uscire una puntata da Sposini o dalla D’Urso per filmare il ritorno a casa e la riappacificazione, tra lacrime, sorrisi e frasi di circostanza sull’importanza del dialogo tra genitori e figli.
Alla “ribelle” si spiega con tono paterno che la ribellione è sbagliata, che non si deve fare l’oca in giro, che internet è pieno di pericoli.
E lei annuisce sorridendo, senza trucco, vestita da educanda e abbraccia la mamma.

Se invece la ragazza viene stuprata parte la caccia al mostro, si chiedono e si danno i più macabri dettagli e lì le puntate sono decisamente più d’una, con ospiti, opinionisti e di nuovo lacrime e abbracci, col solito contorno di luoghi comuni sulla rete, sui tempi che sono cambiati, signora mia, non si può più girare da sole. E questi extracomunitari che vengono senza controllo, poi. E però queste minigonne troppo corte e il trucco pesante, dove andremo a finire.

A volte però la ragazza muore e dal punto di vista mediatico è una svolta: trasmissioni, collegamenti, comparsate, opinionisti di grido, psichiatri da salotto, plastici. E non solo al pomeriggio, ci sono finalmente le prime serate.
C’è da stazionare ore e ore davanti ai portoni delle case, suonare campanelli, parlare ai citofoni, intervistare i vicini, il verduraio di fiducia, la compagna di scuola.
Ma mai, nemmeno per un attimo si pensa a chiedere scusa per lo schifo che su quella ragazza s'è buttato fino a qualche ora prima.

Ieri ho guardato Linea Notte per qualche minuto.
La giornalista era in piedi davanti all’appartamento della famiglia Scazzi, visibilmente impacciata e con lei c'erano decine e decine di altri giornalisti, telecamere, microfoni pronti a rubare il più piccolo rumore, il minimo dettaglio.
Tutti a correre da una parte all’altra, senza il minimo rispetto per chi là dentro stava piangendo una figlia morta in un modo atroce.
Una famiglia sventrata assediata da "giornalisti" che dovevano procurare al pubblico pagante la dose di dolore quotidiana.

“Dobbiamo dividerci gli spazi”, ha detto sorridendo.

Ecco, io in quel preciso istante ho provato un senso di schifo che ho sentito poche volte nella vita.
La spettacolarizzazione del dolore altrui sta diventando ogni giorno più forte, macabra, violenta, irrispettosa verso tutto e tutti.

Come se non fosse successo niente dalla fine di Agosto, oggi tutti parlano di una povera ragazza, tanto dolce e piena di sogni che è morta ammazzata, sperando che nessuno si ricordi che di quella stessa ragazza fino all’ultimo momento s’è detto di tutto.

Solo che qualcuno se lo ricorda, io me lo ricordo e per quanto possa sembrare strano, l’atteggiamento di questi “giornalisti”  mi fa male.
Mi fa male come adolescente “ribelle”, perché portavo i pantaloni troppo larghi e i capelli troppo corti e la mia professoressa di lettere al liceo non sapeva se darmi della lesbica (che poi, cara G., non è un insulto, tanto per la cronaca) o della tossica.
Mi fa male come donna che ogni giorno si trova davanti mille stereotipi e fa una fatica bestiale a non sbroccare davanti all’ignoranza e alla pochezza di certa gente.

E non è solo per questa storia. Questo modo di fare giornalismo, di cercare la notizia, di sezionarla, sventrarla e darla in pasto a tutti è ormai prassi comune.

Ha ragione Lorenzo, che la chiama pornografia.

4 commenti:

  1. bhè sono daccordo su tutto quello che hai scritto è davvero uno schifo.alle volte mi trovo a pensare se in quella situazione ci fossi io ... bhè arrivo sempre alla conclusione che perderei il senno e si troverebbero a fare altri 1000 speciali sul perchè un povero coglione ha impalato un paio di giornalisti sotto casa che facevano solo il loro lavoro.Manca il rispetto.

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  2. siamo nel sistema... e fa schifo!Ernest

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  3. L'informazione dovrebbe servire a far conoscere la verità, senza permettere giudizi (soprattutto nel caso di situazioni che richiedono approfondimento): io penso, però, che a certe spettacolarizzazioni ci si possa sottrarre, rifiutando di farsi strumentalizzare dallo stesso mezzo che trasmette l'immagine della donna come un oggetto di piacere (accade sempre più spesso in programmi culturalmente bassi, e nelle tante pubblicità)!Angie

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  4. Fra l'altro prima era colpa del mondo, che travia i ragazzini di oggi, di facebook, dei programmi televisivi che fanno intendere che solo le veline sono realizzate (cose dette sui media di chi ha creato questo genere di tv spazzatura in Italia,fra l'altro).

    Poi è arrivato l'orco assassino, linciamolo, gruppi su facebook(che non si presta MAI a queste esagerazioni, grande spazio di libertà ipocrita e buonismo da 4 soldi).

    E ora, che la storia è di nuovo cambiata, cosa diranno ? Che schifo, se fosse per me dedicherei poco spazio alla cronaca e più spazio ad altre notizie, sapientemente occultate...

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