venerdì 10 giugno 2011

Le donne guidano la rivoluzione

Copio e incollo da Europa e rinnovo l'invito a farvi una foto mentre guidate con Manal e le altre.
Il 17 giugno è vicino.





In Arabia Saudita le donne guidano la rivoluzione



Il 17 giugno signore di ogni età si metteranno in auto per rivendicare il diritto alla patente


Sarà il 17 giugno il giorno che i sauditi ricorderanno in futuro come l’inizio della primavera del regno? C’è una parte della popolazione che lo vorrebbe, anche se per il momento i fatti di casa Saud non sembrano andare in questa direzione. Eppure qualcosa si muove, e da tempo. Lo dimostra la campagna “io guido”, organizzata freneticamente sui social network dalle donne saudite che prevede, appunto per il 17 giugno prossimo, una manifestazione di massa unica nel suo genere: giovani e meno giovani si metteranno tutte al volante per rivendicare il diritto delle donne alla guida, ancora negato nel paese. «Le donne mediamente sono molto più coraggiose degli uomini e da tempo stanno dimostrando questo coraggio sfidando i divieti imposti dai vertici sauditi – dice l’attivista Mohammed al Qahtani – non mi sorprenderebbe se avessero un ruolo determinante nella nostra battaglia per le riforme », conclude lasciando intendere che proprio le donne potrebbero essere, come lo sono già state in Tunisia e in Egitto, l’elemento trainante del cambiamento futuro.
Solo qualche tempo fa un cable di Wikileaks, citando fonti statunitensi a Riyadh definiva l’Arabia saudita «la più grande prigione per donne al mondo».
Una definizione del tutto calzante, visto che i divieti al femminile nel più ricco paese del Golfo sono infiniti: vietato uscire di casa o viaggiare senza l’autorizzazione del “guardiano” maschio – sia egli il padre, il marito o il figlio –, vietato recitare in teatro, vietato votare, vietato stare al volante. «Permettere a una donna di guidare significherebbe provocare un miscuglio di generi che metterebbe la donna in serio pericolo, e porterebbe al caos sociale», recita una fatwa (precetto religioso) che risale al 1991. Tanto basta per vietare il rilasciare della patente alle signore, costringendole a mettere mano al portafoglio e pagare un autista quando possibile, e a implorare per un passaggio i maschi della famiglia quando no.
Shaima Osama ha 33 anni e una grave carenza di vitamina D. Ha trascorso la sua vita elemosinando passaggi in automobile per poter arrivare all’ospedale di Jeddah, dove vive, e ricevere la sua iniezione.
Fino al mese scorso. Quando stufa e indispettita per non aver trovato nessuno disposto ad accompagnarla, ha deciso di fare a modo suo. Le mani sul volante, e via. Arrestata sulla strada del ritorno, è stata liberata qualche ora dopo. Prima di lei un’altra signora ultrasettantenne era stata fermata nella città di Bisha, nel sudovest del paese: costretta a rilasciare una dichiarazione in cui ammetteva di aver sbagliato, è stata poi rilasciata. Stessa sorte all’attrice Wajanat Rahabini, fermata in una strada di Jeddah. Sono solo alcuni esempi delle decine di donne che quotidianamente sfidano le autorità e si mettono alla guida, incoraggiate anche dalla campagna nata su Facebook. Molte postano i video che le riprendono mentre guidano sul web, altre vengono arrestate e rilasciate dopo un presunto pentimento.
Come è accaduto alla giovane Manal Sharif, la ventisettenne che ha dato il là al movimento. Arrestata alle tre del mattino del 22 maggio scorso per aver caricato su YouTube il suo filmato, è stata rilasciata ben nove giorni solo dopo una dichiarazione di marcia indietro che ha tutto il sapore della costrizione.
Se Manal il 17 giugno non sarà in strada, le altre donne promettono però battaglia. Una guerra che a dirla tutta è iniziata da tempo – casi sporadici di donne al volante si registrano anche nel passato recente – ma che oggi, con il profumo dei gelsomini e il vento delle piramidi alle porte, assume tutto un nuovo senso per Riyadh. Il significato di un bisogno di cambiamento e di risposte concrete ai problemi atavici del regno: corruzione, disoccupazione, disuguaglianze.
La scelta di fronte a cui si trova il regno saudita lascia poche possibilità: reprimere per l’ennesima volta le rivendicazioni di libertà e giustizia rischiando di arrivare a un punto di non ritorno o allentare la presa, rischiando la dura reazione dei tradizionalisti? Fino ad oggi la posizione dei Saud è stata chiara: temporeggiare così da mantenere lo status quo. Da qui le generose elargizioni economiche (salari più ricchi, concessioni ai meno abbienti, qualche soldo pure alle organizzazioni religiose, che non si sa mai), ma per quando il denaro sarà la risposta sufficiente? «Non c’è nulla di sbagliato nel permettere alle donne di guidare – scriveva la settimana scorsa il direttore del quotidiano Asharq al Awsat – ma la situazione deve essere trattata con cautela». E via con la proposta di un comitato, del resto il regno è pieno di comitati che analizzano e valutano senza mai decidere. Un comitato che potrebbe considerare l’ipotesi «di permettere per ora la guida a donne di una certa età», proseguiva il direttore. Lo stesso schema che si ripete all’infinito: indulgenza e compiacenza. Insomma, sì alle riforme, ma a tempo debito, e per favore senza troppa confusione.
Come è successo con la farsa del voto rosa. Durante le municipali del 2005 le donne non furono escluse per legge ma da presunte «difficoltà amministrative », non c’era stato sufficiente tempo per organizzare seggi separati, si disse. Le prossime consultazioni andranno diversamente, fu quindi promesso.
Le votazioni del 2009 sono state rinviate al prossimo settembre, ma del voto alle donne nessuna traccia. Qualche giorno fa la decisione della Shura che chiede al ministero degli affari municipali di prevedere misure per «includere le donne nelle elezioni locali». «Semplici raccomandazioni generali – si affretta a precisare il portavoce della Shura – niente a che vedere con le elezioni che si svolgeranno quest’anno ».
D’altra parte l’Arabia Saudita sta usando tutte le sue forze per bloccare il vento del cambiamento nell’intero mondo arabo. Lo ha fatto in Bahrein spedendo i suoi uomini con i fucili in braccio, lo sta facendo, con alcune complicazioni, in Yemen. Ci ha provato in Tunisia e con più successo in Marocco e Giordania.
Con l’Egitto sta tentando la carta del compromesso, e potrebbe funzionare. Perché quindi non dovrebbe farlo proprio in casa sua?


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