martedì 23 agosto 2011

Ave Mary è un boh.


Non sapendo io scrivere recensioni, vi rimando a quella di Alessandra Pigliaru, che invece lo sa fare benissimo)


Ho appena finito di leggere "Ave Mary", di Michela Murgia.

Se qualcuno mi chiedesse a bruciapelo se mi è piaciuto, la mia risposta sarebbe "boh".
Non può essere un pieno "no", perché ho assaporato ogni parola sulla rimozione della morte della donna -cosa su cui non mi era mai capitato di riflettere, ma che una volta intuita non ho potuto fare a meno di vedere ovunque-, ma ancora meno può essere un "sì", perché la mia sensazione è che il libro sia un'introduzione.

Una volta girata l'ultima pagina ho sentito la mancanza di qualcosa.
La sensazione per me è quella di un non finito.
L'ultimo capitolo, Finché morte non vi separi, per me non è conclusivo.
Ha lanciato una specie di bomba, ma poi l'ha lasciata lì, senza trarne alcuna conseguenza.
In questo finale per me troppo brusco, ho visto una specie di "paura di dire". Come se non fosse stata capace di mettere un bel punto. Insomma, non puoi dirmi che col matrimonio la Chiesa cattolica mi vuole schiava e non andare oltre.

Che poi non è nemmeno quello: io non ho più bisogno di sentirmi dire "ci vogliono schiave, ma possiamo liberarci", perché io sono già libera, perché -come mi ha scritto Alessandra- noi, per dire, siamo già libere e liberate e partiamo da noi.

O magari sono solo un po' delusa, perché forse, come ha commentato un'amica,"io con le sue conoscenze ci sarei andata giù pesante, ma forse non è né nel suo stile né nel suo interesse".

E va benissimo così, sia chiaro. Sono solo un po' delusa.

 

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