venerdì 2 settembre 2011

Comunicare.

Stamani pensavo alle reazioni di molti miei amici (maschi) davanti a quella che tempo fa hanno chiamato "deriva femminista".
L'ultima, per ora, quella di R., che ha commentato così un aricolo su Boobs & Bloomers che ho postato su faccialibro: ma la smetti de fa' il lesbicone riot?

Ora, sono certa che non fosse nelle sue intenzioni insultarmi (che poi per quanto mi riguarda "lesbica" non è un insulto, tanto per dire), ma trovo indicativo il fatto che per farmi sapere che le mie parole sulle questioni di genere non lo interessano o forse sono troppe, non abbia potuto evitare di usare il termine "lesbica" in chiara accezione negativa.

C'è evidentemente un problema a monte e credo che sia facilmente rintracciabile nei modi della comunicazione.

Quante volte avete letto su un giornale o sentito al TG la parola "femminicidio". 
Mai, immagino.
Eppure è la parola che serve per dire che "una donna è morta ammazzata per mano di un uomo". 

Il reale viene negato attraverso la rimozione della parola stessa che serve per dirlo.
Certo, non si può nascondere il fatto che la signora X è stata ammazzata dal marito, il signor Y, ma si  cercheranno altri modi di raccontare. 
Il signor Y non sarà un femminicida, ma un uomo "geloso", magari "cupo", forse "ossessionato" o anche "succube", "vessato", "respinto", "lasciato".
Forse si racconterà di come ha giocato tutti i risparmi al videopoker, di come ha perso il lavoro, quasi che la disoccupazione o la dipendenza dal gioco potessero essere un alibi.
 
La vittima, poi, sarà probabilmente descritta come una donna "forte", una che "aveva in mano le redini della famiglia", una che "pretendeva molto", una che "l'ha provocato". 
Insomma, una colpevole di essere stata uccisa.

Tutt'altra storia quando l'assassino è straniero e la vittima "una di noi".
In quel caso lui sarà un "mostro", un "bruto", un assassino crudele, senza cuore, che non si è fermato davanti alla Maria Goretti che lo implorava di lasciarla vivere, davanti alla brava madre di famiglia, alla moglie amorevole, alla donna per bene.

Qualità che a nessuna donna ammazzata dal marito, compagno, padre, fratello in un "raptus inspiegabile", è dato di possedere.

La continua negazione, il cercare altre parole, altri modi per dire il femminicidio, sono evidentemente così radicati nel comune sentire, che chi usa questa parola o è un "lesbicone riot" o una "femminista" (dove il termine ha chiaramente un'accezione totalmente e inequivocabilmente negativa).
Quindi ecco che in qualche modo viene screditata e minimizzata qualsiasi cosa diremo e faremo:  schierarsi apertamente e usare le parole corrette, sembra essere una colpa, un attacco al "gruppo", qualcosa che immediatamente ti porta fuori, in un posto che gli altri vedono come ostile, inospitale.

Il problema, dicevo, è a monte: quante volte da quando possiamo ricordare, ci siamo sentite dire "non puoi farlo perché sei femmina"?

Ormai abbiamo talmente interiorizzato un certo tipo di comportamenti, che il nostro stesso modo di comunicare risulta è infettato.

Si deve allora partire da noi, con la ricerca di un nuovo linguaggio che condanni ogni giorno e senza distinguo qualsiasi atteggiamento e stereotipo sessista. 

Ci sto provando e mi accorgo con orrore che spesso devo fermarmi per non dire di uno stronzo che è un "figlio di puttana". 

Il cambiamento passa anche da qui, credo, e questo può essere un primo passo.

Partire da noi, sradicare e combattere ogni residuo patriarcale ovunque lo incontriamo.
Solo così, credo, potremmo cominciare a comunicare in maniera diversa.

Forse, allora, non ci diranno più che siamo censoree e bacchettone se denunciamo atteggiamenti sessisti in politica, in televisione, sui giornali, sui cartelloni pubblicitari. 
E magari più in là si smetterà di usare il termine "femminista" come fosse un insulto ogni volta che diciamo che quando una donna è ammazzata da un uomo si chiama "femminicidio" e che se novantasei donne vengono ammazzate in nove mesi vuol dire che c'è in atto una guerra contro ciascuna di noi.

Ah, la sola cosa che un maschio può fare e una femmina no, è scrivere il proprio nome sulla neve pisciando.


5 commenti:

  1. Lo può fare anche una femmina, fidati...

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  2. il prossimo che mi rompe le palle, pardon ovaie, sul femminismo... lo lego a una sedia con gli occhi forzatamente aperti e gli faccio vedere a ripetizione questo http://www.youtube.com/watch?v=s0TRi3bLX1s e altri video sul concetto di 'parità all'italiana'

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  3. anch'io ogni tanto faccio fatica a eliminare questo insulto dalla mia testa tanto è radicato. ho iniziato però a redarguire tutti quelli che lo usano con un semplice "perché, che ti ha fatto sua madre?" e vedo che per qualche secondo rimangono a rifletterci sopra, ma solo per il fatto di aver insultato qualcuno che non conoscono purtroppo, oltre non vanno.

    tempo fa volevo trovare un termine equiparato per gli uomini: il problema è che solo per noi la sessualità è pensata come negativa, qualsiasi loro eccesso è visto come virile, quindi forse è un vicolo cieco.

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