mercoledì 28 settembre 2011

Cronistoria acida di donne e motori.

Ne ho già parlato parecchie altre volte: lo scorso 17 giugno le donne saudite hanno guidato le loro automobili sfidando un divieto assurdo.
Prima di quel giorno c'erano state altre donne che si erano messe al volante, la più "famosa", almeno da noi, è Manal Alsharif, che per l'orrido crimine ha passato un paio di notti in galera.

L'attenzione mediatica in quei giorni è stata altissima, noi su facebook avevamo lanciato un piccolo evento di solidarietà, che venne addirittura ripreso da alcuni quotidiani on line e dal TG3.

Quell'evento aveva raggiunto in pochissimo tempo 4688 adesioni e ci siamo scattate una cosa come trecento fotografie con un foglio che diceva Io Guido Con Manal!
Tutti molto felici, yeah, che fico yuppi du.

Poi a luglio è stata arrestata un'altra donna, sempre per aver guidato, ma nonostante la gravità della cosa, l'attenzione era palesemente scemata, e poi  in fondo era il 21 luglio ed eravamo in vacanza. 

Noi, forse, ma non i giornali, che non hanno creduto che questa storia meritasse lo stesso risalto dato a quanto accaduto a Manal qualche tempo prima.

Come se in fondo avessimo già fatto il nostro e continuare a denunciare una palese violazione dei diritti più elementari non avesse poi un gran senso.

Nel frattempo, dall'evento è nata una pagina: Io Guido con Manal - I drive with Manal e proprio lei in persona s'è fatta una foto col nostro logo per dirci grazie.

Ho continuato a seguire le vicende di Women2Drive attraverso il blog Saudi Women Driving, e ho notato un calo impressionante di interesse da parte dei nostri media e soprattutto da parte di quelle 4688 persone che avevano risposto entusiaste all'appello di giugno. 

Delle donne saudite si parlava poco e niente, non c'era più un evento cui allacciarsi, quindi non c'era più voglia di sapere cosa stesse succedendo.

Fino all'altro giorno, quando il re Abdullah aveva dichiarato che alle donne sarebbe stato concesso il diritto di votare e magari anche di essere elette... dal 2015.

Gioia, tanta.
Su facebook era un continuo di link, cuoricini e sorrisi.
Anche da parte mia, ma senza cuoricini.

Poi però informandoci meglio abbiamo notato qualcosa di strano: votare (dal 2015 sì), ma niente macchina, niente viaggi e niente studio senza permesso di un uomo. Perfino andarsi a curare in ospedale senza essere accompagnate non è permesso. Senza permesso di un Mahram (una specie di tutore. Maschio) non si può decidere liberamente se e dove studiare, se sposarsi o divorziare e via discorrendo. 

E quindi anche la gioia è stata ridimensionata. Parecchio.

E poi la notizia di una donna condannata a dieci frustate per aver guidato lo scorso luglio (ne parla anche Repubblica)

Non ho sentito parole particolarmente indignate.
Non ho letto decine di articoli e non ho ascoltato accorati appelli.
In pochissimi hanno rilanciato la notizia.
I parlamentari italiani, che hanno straparlato di velo per tutta l'estate, non hanno trovato un paio di minuti per commentare questa notizia.

Quello che mi fa rabbia è che a volte mi pare  che in questo paese ci si indigni e si prenda posizione una tantum, possibilmente quando c'è visibilità mediatica.

2 commenti:

  1. Il fatto è che l'indignazione (quella vera, che non scade in abitudine) costa fatica. Non parlo dei giornali e dei parlamentari, ovviamente.
    La prima cosa che tutti dobbiamo capire adesso è che il cambiamento che è necessario in ogni ambito, economico, politico, sociale, non lo possiamo costruire a tempo perso, continuando a vivere e a lavorare come facevamo prima. Al punto in cui siamo occorre impegnarci e opporci per forza modificando la nostra quotidianità. In Val di Susa i No Tav l'hanno imparato e stanno vincendo la loro lotta. Un altro esempio (quanto efficace è presto per dirlo) sono le piazze accampate di mezza Europa, di Wall Street e di Tel Aviv.
    Il livello del conflitto è alto, e richiede tanto da parte di ciascuno di noi.

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