mercoledì 26 dicembre 2012

Di Pontifex, femminicidio e dell'ignorare.

Giorni fa Pontifex ci ha deliziato con una delle classiche schifezze di Bruno Volpe: "Le donne e il femminicidio, facciano sana autocritica. Quante volte provocano?"
La tesi era la solita: le donne si sono emancipate, hanno lasciato la sicurezza del focolare, osano andare in ufficio e in palestra, osano avere una vita sessuale diversa da quella delle loro trisavole e quindi si mettono nei guai. Se qualcuna muore per mano di un uomo ci si dovrebbe interrogare su quanto sia stata lei a volerlo:

Il nodo sta nel fatto che le donne sempre più spesso provocano, cadono nell'arroganza, si credono autosufficienti e finiscono con esasperare le tensioni esistenti.
Bambini abbandonati a loro stessi, case sporche, piatti in tavola freddi e da fast food, vestiti sudici e da portare in lavanderia, eccetera... Dunque se una famiglia finisce a ramengo e si arriva al delitto (FORMA DI VIOLENZA DA CONDANNARE E PUNIRE CON FERMEZZA), spesso le responsabilità sono condivise.
Quante volte vediamo ragazze e anche signore mature circolare per la strada in vestiti provocanti e succinti?
Quanti tradimenti si consumano sui luoghi di lavoro, nelle palestre, nei cinema, eccetera?
Potrebbero farne a meno. Costoro provocano gli istinti peggiori e se poi si arriva anche alla violenza o all'abuso sessuale (lo ribadiamo: roba da mascalzoni), facciano un sano esame di coscienza: "forse questo ce lo siamo cercate anche noi"?

Niente di nuovo, oggettivamente, ma alcune di noi non sono capaci di seguire il consiglio di chi dice di lasciar perdere, di ignorare, di non linkare, di non diffondere perché così gli si regalerebbe una visibilità che altrimenti non avrebbero.

Personalmente del rank mi interessa ben poco e non ho paura di denunce o querele se dico che quella roba è feccia più di quanto non ne abbia di sapere che certe parole possano uscire da quella cosa orrenda, violenta, razzista, omofoba e misogina che è Pontifex e viaggiare nel mondo. Anche perché non ce li vedo a contare i vaffanculo per poi querelarci tutte, mi pare esagerato pure per loro.

Ci dicono che no, non è così che siamo noi che ancora ne parliamo ad aver reso famosa questa gente, che è colpa nostra se  ora si sa cosa è quel sito e quali orrendi messaggi veicoli.

Solo che poi l'altro giorno un prete ligure avrebbe affisso il simpatico "articolo" di cui sopra sulla porta della sua chiesa, perché i fedeli potessero leggerlo.

Fortunatamente almeno lì non ci sono stati inviti ad ignorare l'accaduto e la notizia è finita sui giornali, aumentando il numero di persone disgustate da quelle parole, che incolpano le donne di essersi fatte ammazzare, picchiare, stuprare.

Io continuo a non voler ignorare.
Voglio continuare ad incazzarmi e deunciare, voglio continuare a diffondere perfino questo schifo, perché tante e tanti si accorgano che un problema c'è, esiste e deve essere affrontato.
Lo dissi tempo fa, in un'occasione completamente diversa: 
Ignoriamo le pubblicità lesive dell’immagine della donna.
Ignoriamo il bombardamento di stereotipi sul femminile.
Ignoriamo le battute da bar.
Ignoriamo le campagne pubblicitarie che ci vendono a pezzi.
Ignoriamo chi ci offende, chi ci umilia, chi ci vuole ancora ben dentro lo stereotipo del "donna schiava zitta e lava".
Facciamo finta di niente, non diamogli importanza.

Ma si può sapere quanto ancora volete ignorare prima di porvi il problema?
Davvero credete che denunciare quotidianamente questo orrore sia soltanto un modo per regalargli una visibilità che altrimenti non avrebbe?

AGGIORNAMENTO:

Pare che abbia chiesto "scusa" per quella che non era altro che una "imprudente provocazione".

Niente di nuovo, insomma: prima l'attacco a testa bassa, poi la scusa per una "provocazione" forse esagerata.

Questo non prima di aver dato del frocio al giornalista che gli chiedeva conto dell'accaduto.
Insomma, se davanti ad una donna un po' scollacciata un maschio non si eccita al punto da perdere il lume della ragione per obbedire solo al più bieco istinto di metterle le mani addosso, allora quello non è un uomo vero, è un frocio, cosa che per un uomo di chiesa deve essere una terribile offesa.

Per il parroco non ci sono che due categorie di uomini: quelli che davanti alla violenza della visione di una donna nuda (!) provano "reazioni"e "sentimenti" evidentemente accettabili, e i froci, che non fanno una piega.
Un uomo che non salta addosso ad una donna in minigonna perché è convinto che certe cose si facciano solo col consenso dell'altra parte, non è contemplato nel suo universo. E poi comunque è sicuramente pure un po' frocio

[Per chi non vuole/può vedere il video, ecco la trascrizione:
Giornalista: «Lei ha scritto "le donne facciano autocritica, quante volte provocano?" o non l'ha scritto?»
Prete: «Capisce che se Lei una frase la sgancia dal prima e il dopo, può far dire cose molto diverse da quelle che sta dicendo, no?»
G: «Però questa cosa l'ha scritta?»
P: «Le ritorno a ripetere quel che ho detto prima, cioè scusi quando Lei vede una donna nuda cosa prova? Quali sentimenti prova? Quali reazioni prova? »
G: «Beh, ma questo che c'entra?»
P: «Non so se è un frocio anche Lei o meno, cosa prova quando vede una donna nuda? Non è violenza da parte di una donna mostrarsi in quel modo lì?»
G: «Senta, ma quindi la sua tesi qual è che se una donna...»
P: «No no io non faccio tesi volevo soltanto porre un problema per riflettere, non ho tesi, non ho niente da dire, solo riflettere, non facciamo delle ideologie che poi, allora la saluto mi son stufato»]


 Tutta questa faccenda, le parole di odio verso le donne, le "scuse" per la provocazione, l'idea che in fondo quelle se la cercano mi ha fatto tornare in mente la brillante uscita di Magalli di qualche tempo fa e che allora chiamai "istigazione al femminicidio".

Se proprio non vogliamo chiamare "istigazione" il dire "se l'è cercata", possiamo per lo meno dire che è un alibi porto su un piatto d'argento a tutti quegli uomini che ogni giorno ci picchiano, ci stuprano, ci ammazzano.
L'ho uccisa, ma lei mi aveva provocato. E' la cronaca quotidiana, niente che non abbiamo già letto o ascoltato.

Allora si delirava di "attenuante della provocazione", si diceva che "quelle te ce portano" (ad ammazzarle n.d.r.), oggi si parla di abiti succinti, di palestra, di scarsa cura nelle pulizie di casa (siamo solo nel 2013, non sia mai che un maschio si metta a pulire casa lui o si prenda cura della prole) e della dignità delle nostre madri e sorelle che viene maltrattata, umiliata da queste donnacce e dai loro abiti succinti ("dignità" comincia ad essere una di quelle parole che mi fanno venire la nausea).

Sarebbe interessante chiedere al prete che cosa ne sa lui della "dignità" delle donne, cosa sia per lui "degno" di una donna.
Essere casta e santa come la Madonna? Velo in testa nell'attesa che un angelo ci metta incinta alla faccia del nostro vecchio sposo per dare alla luce il figlio di Dio?

Ah, dice che il prete si spreta dopo aver passato una notte insonne in preda al rimorso e al dolore.
Evito di dire cosa me ne faccio delle sue scuse, della sua insonnia, del suo rimorso e del suo dolore.
Tra l'altro, trovo interessante che si scusi con il giornalista per avergli rivolto quella "ignobile parola".

AGGIORNAMENTO- Di nuovo.

No, non si spreta.
"Ci vuole ben altro per lasciare", dice la Curia.
E già che c'era ha augurato ad una giornalista "un colpo" e "un incidente".
Molto cristiano, non c'è che dire.

Le donne si sono date appuntamento a Lerici per dirgli quello che pensano delle sue sparate.
Quanto vorrei essere anche io con loro...

E comunque sentire parlare di Pontifex nei Tg mi fa quasi (quasi quasi) piacere.

mercoledì 5 dicembre 2012

Nude per il Valdese, censura e cancro.

L'Ospedale Evangelico Valdese rischia la chiusura.

Il Valdese opera ogni anno con 7.000 interventi chirurgici, segue 4500 malati oncologici, effettua 800.000 prestazioni di laboratorio, 600 interventi per tumore al seno.
E quindi, nonostante le ristrutturazioni ancora in corso, lo si vuole chiudere per farlo diventare una casa di riposo.

Fin qui, purtroppo, niente di speciale: è la cronaca di sempre.
Ospedali eccellenti che chiudono, soldi che mancano, strutture fatiscenti, medici e infermieri che lavorano senza stipendio, come all'Idi di Roma.

Quello che rende diversa la storia del Valdese è che più di trecento persone si sono fatte fotografare a seno (o torso, hanno partecipato anche uomini) nudo per "ricordare" i  settemila interventi chirurgici, i quattromilacinquecento malati oncologici seguiti, le ottocentomila prestazioni di laboratorio e i seicento interventi per tumore al seno.

Su facebook e youtube è partita la condivisione del video.
Ed immediatamente è partita la censura.
Sì, il video con i corpi di chi è stato curato ed è in cura al Valdese è stato censurato.

Su youtube si parla di "violazione della norma di youtube sui contenuti di natura sessuale o nudità".
Fa ridere, pensando a quello che si può vedere lì senza violare niente e senza andare su youporn.


Facebook ha oscurato i profili delle amministratrici di Un altro genere di comunicazione per aver  postato materiale ritenuto non rispettoso degli standard della comunità di facebook.
Eppure basta farci un giro per vedere immagini volgari e violente che rimangono al loro posto, perché non violano nessuno standard.

Allora mi chiedo se il problema non siano proprio quei corpi.
Quei seni.
Quelle cicatrici.

Temo che il vero problema, la vera violazione sia proprio mostrare il corpo malato, il corpo non conforme, il corpo che lotta contro il cancro e che a volte perde. 
I corpi malati vanno nascosti, vanno compatiti, certo non mostrati al mondo.

Siamo seri: di tette è pieno il web, dai giornali on line ai social networks tutti, ma nessuno, a parte noi femministe vittoriane, bigotte e invidiose, si sente in dovere di "segnalare" la violazione di norme e standard davanti a due belle sise sane, turgide e giovani.

Forse il punto è semplicemente che quel video ci sbatte in faccia che il cancro non è quella cosa che ti appiccichi un nastro rosa alla camicetta, ti compri il mocho rosa, un paio di creme di marca e passa la paura.

Il cancro è una cosa brutta, che ti devasta. che devasta chi ti sta vicino.
Il corpo non è più quello che conoscevi e devi lottare per tornare ad essere quello che sei, per impedire a quella merda che hai dentro di mangiarti, di vincere.

E noi, la famiglia di chi quella battaglia la combatte ogni giorno, li vediamo quei corpi.

E alle belle parole di circostanza, al bombardamento rosa confetto, preferiamo vedere quei seni, quelle cicatrici, quei corpi, anche se fa male. Non avete idea quanto.

Perché mia madre è morta di cancro, perché la mia adorata zia è morta di cancro e io non accetto che nel 2012 ancora non ci sia un cazzo di cura definitiva, non accetto che "forse la genetica, forse la predisposizione, forse il fumo, forse questo...", io non accetto che donne e uomini che si sono esposti, che hanno mostrato i loro corpi, vengano censurati.

Vaffanculo.

Pontifex è immondizia.

Che Pontifex sia immondizia lo sappiamo bene. Le idee che lì vengono esposte sono violente e inaccettabili.
Donne e omosessuali sono le "vittime" preferite del loro vomito di odio.
Le donne sono puttane che se vengono stuprate è perché se la sono cercata, i gay sono malati da curare, l'aborto è omicidio e la donna che abortisce un'assassina che deve bruciare all'inferno e la ColpadiTutto è sempre delle madri, che proprio non riescono ad avvicinarsi alla perfetta perfezione della Vergine Maria.

L'ultima perla di Bruno Volpe è titolata "La mamma del bimbo suicida rifletta. E se avesse sbagliato tutto?" e non è il primo "articolo" simile apparso su quel sito.
Certo, lui mette subito le mani avanti: lui sa che 
questa parole [sic], crude, costeranno altre polemiche, altre critiche, ma Pontifex non vuole tradire sé stesso e i suoi lettori.
Giusto. Siamo razzisti, omofobi, misogini, sessisti, violenti e ce ne vantiamo.
Non si potrà certo rispettare il dolore di una famiglia e perdersi un'occasione così ghiotta per dare addosso ad una donna e a un ragazzino presunto omosessuale, no?
Se quella mamma avesse per tempo capito l'inclinazione (presunta) del figlio, che covava in lui il malessere della omosessualità, sarebbe intervenuta per tempo con adeguati ausili medici.
Non voglio fare l'esegesi del testo di Volpe, mi fa troppa rabbia. 
Quello che mi chiedo è come sia possibile che quest'essere possa continuare indisturbato a pubblicare certe schifezze senza che nessuno si prenda quantomeno la briga di chiedergli conto delle sue parole.

Perfino quel ridicolo di Sallusti dovrà (si spera)  pagare per le proprie azioni.

Che è, il logo con le chiavi di San Pietro accanto al nome spaventa così tanto?
Che si può fare?
Seriamente, dico.

lunedì 3 dicembre 2012

Se questi sono gli uomini

Sono più di cento le donne uccise dall'inizio dell'anno, anche quest'anno.
 
C'è una parola per dirlo, femminicidio, ma a molti questa parola proprio non piace.
È cacofonica, brutta, fuorviante, un neologismo esterofilo che non esiste in italiano... scuse per non dire che più di cento donne dall'inizio dell'anno sono state ammazzate in quanto donne
Uccise nella maggioranza dei casi da mariti, fidanzati, ex compagni, padri. Uccise nelle loro case, nei posti di lavoro, nelle vie delle loro città.
 
Uccise da uomini che non hanno voluto accettare un "no" come risposta alla violenza e ad una vita d'inferno, da uomini che credono che una donna non abbia il diritto di chiudere una relazione, di cominciarne una nuova, di non accettare violenza, umiliazioni, soprusi, di voler vivere una vita diversa.

Iacona racconta alcune delle storie di questo 2012 e lo fa soffermandosi con attenzione sui contesti, sulle famiglie, sulle relazioni, sulle amicizie di quelle donne, dimostrandoci -se mai ce ne fosse ancora bisogno- che l'assassino non è un orco che viene da lontano, ma è il fidanzato, il marito, l'ex compagno, l'uomo che diceva di amarle.
 
Uomini che hanno trattato le donne con cui vivevano come oggetti di proprietà e che davanti alla possibilità di perdere il loro potere hanno reagito uccidendo, spesso senza risparmiare i figli, vittime anch'essi o testimoni del delitto.

L'indagine, però, non si ferma qui, ma chiede a chi la violenza sulle donne la combatte ogni giorno di cosa ci sia davvero bisogno, cos'è che manca in Italia perché si possa davvero vincere quella che lui chiama una "guerra". 

E allora ecco che esce fuori quello che tante chiedono a gran voce da anni: più risorse ai centri antiviolenza, più finanziamenti per aumentare il numero dei posti letto per le donne che lasciano la propria casa e non hanno un luogo sicuro dove andare, formazione di personale qualificato, che possa essere un primo fondamentale aiuto alle donne in difficoltà, dialogo con le ragazze e i ragazzi nelle scuole...

Non è difficile e si salverebbero decine e decine di vite. 

Eppure...

Eppure si tagliano i fondi, non ci sono spazi e i soldi per combattere la violenza sulle donne non ci sono mai, anche se, come ben spiegato nel libro, il risparmio a lungo termine dei costi sociali della violenza sarebbe enorme.

È come se nonostante una donna venga ammazzata ogni due giorni il problema non fosse ancora sentito come pressante dalla politica e dalle istituzioni.
 
Oh, certo, ci sono decine di articoli in merito, ci sono giornali che addirittura hanno la sezione "femminicidio" ben incastrata tra una tetta e un culo, ma quello che mi pare si eviti di affrontare davvero è esattamente quello che Iacona racconta nel libro: la mancanza di una rete davvero capillare per le donne in difficoltà, o meglio, le enormi difficoltà in cui si trova di chi combatte la violenza sulle donne nel far fronte alle mancanze e ai silenzi delle amministrazioni e dei governi.
Basta vedere l'elenco dei centri antiviolenza nelle ultime pagine.
Non bastano, non sono abbastanza, non tutti hanno posti letto per accogliere le donne e i loro figli.

Ho sentito Iacona presentare il suo libro nello spazio daSud e anche se su alcune cose proprio non ci capiamo ("le donne sono il sale della vita", per dire, mi ha mandata ai matti), penso che il fatto che un giornalista noto, apprezzato ed impegnato come lui abbia deciso di parlare apertamente di femminicidio, di metterci la faccia, di dire questa parola che a quanto pare fa paura e di dirla da uomo.
 
Che non è poco, visti i tempi.



martedì 27 novembre 2012

Libertà intellettuale, leggi dello Stato e affari immobiliari.






Voglio avere la libertà intellettuale di rifarmi a Mussolini sia a livello filosofico che per come concepiva lo stato sociale
Queste le parole di Iannone durante il corteo di fascisti che ha sfilato per la mia città, medaglia d'oro per la Resistenza e già offesa da un sindaco con la celtica al collo, lo scorso 24 novembre.

A quanto pare nessuno ha pensato di sottolineare che in questo paese l'apologia del fascismo è ancora reato e che comunque Mussolini filosofo è credibile quanto Lola etoile del Bolshoi.

Questi si presentano alle elezioni dichiarando apertamente di volersi rifare a Mussolini, coccolati da chi dicono di schifare e belli comodi in palazzi e case di campagna che pago anche io.

Tutto questo grazie soprattutto a chi li ha vezzeggiati, li ha cercati per "dialogare" e "confrontarsi".
L'idea che feccia simile possa sedere in Campidoglio mi fa venire i brividi.






lunedì 19 novembre 2012

Di foto e morte in Palestina.





Non sta a me indagare cosa rappresenti per un essere umano la vista di un suo simile morto, dilaniato, ucciso, non è un’indagine che mi compete e soprattutto non ho i mezzi né tantomeno la voglia per affrontarla. Non ora, almeno.

Quello che mi spinge a scriverne ora, sono le decine di messaggi sui social networks che minacciano di “eliminazione dai contatti” chiunque posti foto  dei bimbi (degli adulti non si dice niente, ma presumo valga lo stesso trattamento) uccisi in queste ore a Gaza dall’esercito di Israele.

Le immagini sono atroci ed è -o per lo meno dovrebbe esserlo- impossibile guardarle senza esserne profondamente turbati. 
Il sangue di quei bambini, il genocidio di quel popolo non può lasciarci indifferenti.

Eppure...
Eppure ogni volta si ricomincia, si sentono le stesse parole, si leggono le stesse frasi: Israele si sta difendendo, Hamas sta uccidendo il popolo di Gaza, l'operazione militare è chirurgica e vuole stanare i terroristi, veri colpevoli delle condizioni di vita della gente di Gaza. 
Pare di leggere le stesse parole già dette durante Piombo Fuso.

In pochi giorni l’esercito Israeliano, secondo solo a quello USA, se non vado errata, ha ucciso più di 70 persone (quasi venti sono bambini) e ne ha ferite  670, di nuovo soprattutto donne e bambini, alla faccia delle “azioni chirurgiche”.

Nel silenzio e nella complicità degli ultimi premio Nobel per la pace, Obama ed Unione Europea, Israele sta bombardando una striscia di terra già abbondantemente martoriata. Anzi, peggio: si chiede ad Israele di fare tanta attenzione, se ne benedice il diritto alla difesa e si chiede solo di moderarsi un po'.

“Israele ha diritto a difendersi”, dicono. 
E poi tacciono davanti ai corpi dei quattro fratellini uccisi nella loro casa insieme alla madre di 22 anni, al padre di 28, alla nonna, la zia, a due vicini. Un'intera famiglia sterminata perché Palestinese, perché a Gaza.

Un errore, una fatalità, li usano come scudi umani, c'era un covo terrorista lì vicino...
Le stesse parole, le stesse giustificazioni, la stessa morte, lo stesso dolore.

Non so se sia giusto mostrare le foto di quei corpi, ma continuo a farlo, perché davanti al silenzio, al disinteresse, alla ricerca di “spiegazioni” e “giustificazioni”, forse il solo modo per costringere qualcuno ad aprire gli occhi è sputargli la verità in faccia. 
Perché la giustezza del mostrare la morte, credo passi in secondo piano rispetto alla necessità di far sapere, di non tacere, di condannare.

Il massacro del popolo palestinese è continuamente negato.
Non ci sono solo le bombe di Israele. C'è l'umiliazione di un popolo intero, c'è l'impedire alla gente di vivere nella sua terra. Ci sono gli olivi sradicati, c'è l'acqua negata, ci sono le ambulanze fermate arbitrariamente ai posti di blocco, ci sono i bambini che vivono di niente, c'è un muro, ci sono i militari che entrano in casa tua.
E va bene così, fino al prossimo bombardamento.

Ad ogni voce che si alza in difesa del popolo Palestinese, ce ne sono a decine che urlano “antisemita!” e rispondono paragonando il lancio dei razzi qassam ai bombardamenti israeliani.

E allora, forse, far vedere quello che sta succedendo davvero a Gaza è il solo modo per tenere alta l’attenzione, per fare in modo che non si mettano più sullo stesso piano le “forze di fuoco” in campo.

Rosa Schiano è a Gaza, è sotto le bombe di Israele proprio mentre sulla mia pagina facebook si discute su "foto sì, foto no" e a chi le dice che pubblicare le foto dei bimbi, delle vittime negli obitori, delle macerie è “macabro”, lei, sotto quelle stesse bombe, risponde “io faccio informazione”. 

E le pubblica, quelle foto e quei video, che hanno su di me un effetto devastante.

Quelle foto, quel sangue mi fanno sentire parte di un mondo che di quei corpi non si è mai interessato quando erano vivi e il dolore che mi provocano è per questo ancora più forte. 
Mi fanno sentire talmente male da spingermi a condividerle ancora, a cercare altre informazioni, a fare quel pochissimo che possiamo fare da qui: informare, parlare, urlare, non tacere mai.

Sabato a Roma, allo sciogliersi del corteo, un ragazzo palestinese ci ha detto di non dimenticarli, di non fare calare l’attenzione, di continuare a parlare, a protestare, a scrivere perché non si dimentichi mai il popolo Palestinese.


Consigli di lettura:
Palestina: Storia di una pulizia etnica 1-2-3 di Baruda
E sempre da lì, leggetevi tutti gli articoli su Palestina e Medio Oriente.

venerdì 16 novembre 2012

Emergenza maschio



Che ci siano donne stronze, è un dato di fatto.
Che ci siano donne molto stronze, è un altro dato di fatto.
Così come è un dato di fatto che ci siano donne violente. 

Questo per evitare fraintendimenti e rotture.
Ne parlavo giusto ieri con una compagna reduce dall’orale di Dottorato, che mi raccontava di una professoressa di studi di genere (!), che, parlando di donne e terrorismo, se n'è uscita con un: “ma come? Donne e terrorismo? Le donne, che sono così materne?”

Ebbene, anche le donne sanno essere violente, dirlo è talmente ovvio da rasentare il ridicolo.

Usare però questi assunti per affermare che in Italia c’è una “sensibilizzazione unidirezionale” della violenza e che la realtà che viene presentata riguardo la violenza di genere è “fondata esclusivamente su condizionamenti, luoghi comuni e pregiudizi”, non solo è ridicolo, ma è un attacco pericolosissimo a tutte le donne vittime di violenza (dove per “violenza” qui intendo tutto: dallo stupro alle botte, dalle minacce alle vessazioni, dalla costrizione al femminicidio) e a chi da anni lavora con e per loro.
È di questi giorni l’“Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile”, basata su un questionario anonimo on line e rilanciata da un consigliere dell’Assemblea Capitolina, Ludovico Todini, ex Fronte della Gioventù, uno dei protagonisti dei gruppi studenteschi di destra (che confluiranno qualche anno più tardi tra le fila giovanili di AN) (sic.) che con forte senso dello stato fa il Carabiniere che tra una percentuale sparata con forse troppa leggerezza e qualche numero sballato (io in matematica sono una pippa al sugo, ma lui sta peggio) ci spiega quale sia la vera piaga del paese: la violenza femminile sugli uomini.

Mi sono andata a leggere la ricerca e la cosa che colpisce immediatamente è la totale assenza di scientificità, ammessa peraltro –seppur mascherata da una non meglio specificata carenza sociale e strutturale- dagli stessi indagatori. 
Merita sottolineare che nello spiegare il perché della parzialità dei dati raccolti e delle evidenti carenze, si sia tirata in ballo l’indagine ISTAT del 2006 sulla violenza sulle donne (2006! Ci sarebbe da scrivere in massa a chi di dovere e far presente che da allora il numero dei femminicidi è aumentato e forse sarebbe il caso di aggiornarsi, ma tant’è), presentata ironicamente (sarà stata ironia voluta o è uscita così?) come uno sperpero di denaro pubblico: 


Infatti, mentre il lavoro dell’I.S.T.A.T. ha potuto usufruire di un considerevole budget per coprire l’acquisto delle utenze telefoniche di un campione rappresentativo, con relativa assunzione e formazione di 64 intervistatrici con contratto a progetto, oltre ai costi telefonici per decine di migliaia di chiamate telefoniche in tutta Italia, gli autori della presente ricerca non hanno potuto gestire alcun budget.


Fin dalle prime righe mi pare che –ammettendo la buona fede del ricercatore- sfugga un punto fondamentale: chi  si occupa di violenza di genere non nega affatto l’esistenza di donne violente, quindi parlare di violenza di genere non vuol dire in nessun caso negare che, come ho scritto sopra, esistano donne stronze, donne violente, donne maltrattanti.
La violenza di genere è in questo paese una vera e propria emergenza (per quanto il termine non mi piaccia): una donna ogni due giorni è uccisa in quanto donna. Stupri, molestie, botte non si contano nemmeno più e lo Stato risponde togliendo soldi ai Centri Antiviolenza, alle associazioni che si occupano di violenza sulle donne e non spende un euro in più per l'educazione dei ragazzi e delle ragazze per contrastare l'aumento della violenza di genere anche tra i giovanissimi.

Affermare che 


Viene trasmesso il messaggio che la violenza femminile non esiste, e se esiste è “lieve”, non suscita allarme. In ogni caso è legittimata, normalizzata, positivizzata, sdoganata persino sui media

non è altro che un ridicolo “buttarla in caciara”.

La violenza femminile non è negata, si ammette tranquillamente che può non essere lieve (mi vengono in mente le tante parole scritte da Sud De-Genere sulle donne di mafia) e la sua “normalizzazione”, casomai, viene da chi pretende ancora che le donne siano angeli del focolare, sempre mamme, naturalmente predisposte ai compiti di cura della famiglia (uomo-donna, manco a dirlo) e dei vecchi.
A questo proposito non posso dimenticare articoli deliranti sulla violenza delle donne manifestanti il 15 ottobre o delle donne No Tav, che con i loro corpi e con la loro forza lottano ogni giorno per la loro terra. 
La violenza femminile, più che normalizzata, mi pare invece che venga vista come un qualcosa di “folle”, di completamente anormale ed estraneo al femminile che ci hanno cucito addosso, qualcosa che esce dalle “regole” che la società ci impone in quanto donne: il sesso debole, Venere, la mamma. I "millenni di iconografia femminile" di cui parlava Il Corriere dopo gli scontri del 15 ottobre.

Una donna che attacca violentemente qualcuno è un’”isterica”, una “pazza”, a meno che non si difenda da un assalto, ma in quel caso l’ideale mediatico e –temo- sociale resta l'inarrivabile Maria Goretti.

Questa ricerca, che – come detto- non pare avere una seria pretesa di credibilità [L’unica fonte di informazioni è costituita dalle dichiarazioni degli interessati, pertanto non è possibile effettuare alcuna verifica attraverso atti giudiziari, referti medici, registrazioni audio-video o altri documenti]
sembra voler mettere  in un unico calderone cose talmente diverse tra loro da non potersi nemmeno incontrare. 

Insomma, come si può credere che il fatto che una donna non voglia fare sesso dopo i preliminari sia violenza sessuale (domanda B1: è capitato che una donna abbia iniziato con te i preliminari di un atto sessuale, per poi rifiutarlo senza fartene comprendere il motivo)? 

Quale violenza sessuale è dire “fatti una pippa ché io non ho voglia di fare sesso stasera” (domanda B4: è capitato che la tua partner ti abbia ironicamente invitato a “provvedere da solo”, perché lei non aveva voglia di avere un rapporto sessuale?)

Alla fine della presentazione dei risultati dell’indagine (vi consiglio di leggere le domande, alcune sono strepitose) si ammette candidamente quanto prima era solo accennato: ‘sta ricerca non ha niente di scientificamente valido:


Per completezza di informazione va detto che il contatore inserito sulla pagina web del
questionario ha registrato circa 1900 accessi, a fronte di 726 compilazioni Il cartaceo è stato distribuito in 1000 copie, delle quali 332 restituite compilate ai 3 somministratori.
Pertanto vi sono percentuali di uomini (61.7% per il questionario online, 63.1% per il cartaceo) che pur avendo visionato i contenuti dell’indagine non hanno ritenuto opportuno prendervi parte.
Non è dato di sapere se abbiano visionato la pagina web solo per curiosità, se non abbiano partecipato all’indagine per riservatezza, per mancanza di tempo, per la difficoltà nel riconoscersi vittime, per non aver mai subito alcuna violenza, o altro ancora.


Nonostante ciò, la spavalda conclusione è che


Con tutti i limiti quali/quantitativi evidenziati in precedenza, si rileva tuttavia come l’analisi dei dati raccolti smentisca la tesi della violenza unidirezionale U>D e le sovrastrutture culturali che ne derivano. La teoria secondo la quale la violenza U>D sia la sola forma diffusa e quindi l’unica meritevole di contromisure istituzionali e di tutela per le vittime si è rivelata inattuale e non corrispondente alla realtà dei fatti.


Capito?
Metti un questionario on line, ci scrivi qualcosa intorno e olè! fine del problema. Non più violenza di genere, fine del femminicidio e vissero tutti felici e contenti.


---Aggiornamento---

Copio e incollo un bel commento di Pina Nuzzo (il grassetto è mio):

Solo un pensiero: ultimamente è un fiorire di studi, di teorie che avallano la rappresentazione delle donne come violente, da quando, nei rapporti sociali e interpersonali, le stesse pretendono di autodeterminarsi. Di non sottostare a ricatti sessuati. In tutte le coppie, in tutti i rapporti, c'è un problema e riguarda il potere; questo può degenerare in comportamenti aggressivi, violenti coercitivi. C'è però uno scarto, proprio della relazione tra i generi: l'uso del pene come arma. Il pene come metonimia: una parte per il tutto. Quindi parliamo pure di violenza e torture in tempo di guerra, di violenza e soprusi nei rapporti di coppia (in relazione ai figli, per esempio) ma lo stupro e l'annientamento dell'altra - il femminicidio - sono un altro genere di delitto. Il delitto su cui si rafforza il patriarcato.

mercoledì 17 ottobre 2012

Di discriminazioni, retaggi e "cose più importanti".

Nella sezione dell'Ufficio Stato Civile del sito del mio Municipio leggo: 
Le donne divorziate possono contrarre nuovo matrimonio solo se sono trascorsi trecento giorni dalla data del divorzio annotata a margine della copia dell'atto di matrimonio.
Le donne vedove possono risposarsi solo dopo trecento giorni dalla morte del marito.
Scopro che è l'art. 89 del Codice Civile (seh, "civile"...):
Art. 89 Divieto temporaneo di nuove nozze
Non può contrarre matrimonio la donna, se non dopo trecento giorni dallo scioglimento, dall'annullamento o dalla cessazione degli effetti civili del precedente matrimonio. Sono esclusi dal divieto i casi in cui lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del precedente matrimonio siano stati pronunciati in base all'art. 3, n. 2, lett. b) ed f), della L. 1° dicembre 1970, n. 898, e nei casi in cui il matrimonio sia stato dichiarato nullo per impotenza, anche soltanto a generare, di uno dei coniugi.

Il tribunale con decreto emesso in camera di consiglio, sentito il pubblico ministero, può autorizzare il matrimonio quando è inequivocabilmente escluso lo stato di gravidanza o se risulta da sentenza passata in giudicato che il marito non ha convissuto con la moglie, nei trecento giorni precedenti lo scioglimento, l'annullamento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio.
Si applicano le disposizioni dei commi quarto, quinto e sesto dell'art. 84 e del comma quinto dell'art. 87.
Il divieto cessa dal giorno in cui la gravidanza è terminata.
Non sono abbastanza brava per andarmi a cercare di che anno è questa roba, mi parlano della legge Fortuna, del 1970, anno dell'introduzione del divorzio nel nostro ordinamento.

Dal 1970 ad oggi sono passati 42 anni, ma per il Codice Civile una donna continua ad essere considerata incapace di scegliere della propria vita. 

Ancora, dopo 42 anni, una donna che vuole vivere la sua vita, è legata alla vita di un uomo. 
Che sia vivo, che sia morto, che sia il suo ex, che sia il suo futuro, basta che sia un maschio.

Per gli uomini ovviamente 'sta cosa dei trecento giorni non vale: loro possono risposarsi quando ne hanno voglia, dopotutto nel loro apparato riproduttivo non c'è un utero.

Ora, il problema ovviamente non è il matrimonio in sé, ma quello che questo articolo ci dice.
Ci dice sopra ogni cosa che una donna per vivere la propria vita come meglio crede, deve aspettare che il futuro marito sia certo che lei non sia incinta di un altro uomo. Non sia mai che debba crescere la prole altrui.

Quello che si vuole tutelare qui è, come mi ha scritto una donna su facebook, "l'agio del maschio", che in quei trecento giorni continuerà ad avere -di fatto- il controllo della donna, oltre che essere "tutelato" da un'eventuale falsa paternità.
Per trecento lunghissimi giorni quella donna non sarà libera.
Sarà ostaggio di una legge che non la considera degna di decidere.
Ostaggio di una legge che dice che dal momento che lei ha una vagina, deve aspettare trecento giorni.

Una donna mi ha detto che non devo vederla come discriminante, ma "precauzionale".
Precauzionale.
Come quando vai in un paese lontano e ti fai l'antimalarica. 
Come un vaccino. 
Come quando mi prendo la xamamina per non vomitare in macchina: precauzioni.

Mi dicono che "i problemi sono altri" e che non si vedono poi "enormi limiti alla libertà sessuale delle persone, pur essendo quella norma vigente" (sic.) e che visto che la questione è solo simbolica, allora sarebbe il caso di occuparsi di cose più importanti, dei veri problemi delle donne (me lo dice un uomo, per inciso).
La stessa obiezione che si faceva alle donne che volevano votare, a quelle che volevano abortire senza rischiare morte e/o galera, che volevano il divorzio, che volevano la parità salariale. 

C'è sempre qualcosa di più importante quando si parla dei diritti delle donne, fateci caso.

Mi dicono che si tratta di un "vecchio retaggio" e che in fondo è "logico", ma a me pare solo un altro modo per controllarci e per tenerci sempre dentro la solita strettissima gabbia di moglie e madre.

Mi dicono che il problema è che la burocrazia non sta al passo coi tempi, perché volendo ora per vedere se quel figlio è  proprio tuo o se la sgualdrina che stai per sposare ha fatto le cosacce con un altro ci sono altri mezzi, ma la sola risposta che mi viene dal più profondo del cuore è: sti cazzi del retaggio culturale! 

Sti cazzi di quello che succedeva quarantadue anni fa!

Siamo nel 2012 eppure per lo stato IO non sono considerata degna di scegliere cosa fare della mia vita, che continua per legge (!) ad essere legata ad un uomo, vivo o morto. 

Ci mancano solo il consenso del padre e il lenzuolo col sangue della prima notte di nozze appeso alla finestra.

Come si fa a non capire che questo è discriminante?

Cosa c'è di tanto strano nel dire che se esiste una legge che mi impedisce di fare qualcosa perché sono donna questa è discriminazione e nient'altro?

Qual è quel cortocircuito per cui alcune donne non riescono a riconoscere come discriminante qualcosa che impedisce loro di agire, di pensare, di fare qualcosa solo perché sono nate femmine?

Non posso credere che per capire che se lo Stato (lo Stato! Lo Stato sono anche io, siamo tutte e tutti noi, non è una strana entità sovrannaturale!) mi impedisce di fare qualcosa perché ho la vagina non c'è retaggio che tenga: è discriminazione.







lunedì 15 ottobre 2012

Mai più complici (di Se Non Ora Quando). Not in my name!

Ho spiegato millemila volte perché io e SNOQ non abbiamo niente in comune e non posso non condividere il manifesto di Femminismo a Sud:






Noi non siamo complici di chi legittima una ministra che toglie lavoro e vita a tante persone, uomini e donne, rendendoli fragili e privandoli di un futuro.
Noi non siamo complici di chi mortifica una donna che rivendica il diritto di chiarire cosa è per lei violenza e quando e come bisognerebbe risolverla al di là delle parole vuote.
Noi non siamo complici di chi bacchetta le compagne di “non democraticità” e cala il sipario non appena emerge la differenza di classe che fanno di tutto per cancellare di modo che ricchi e privilegiati, ricche e privilegiate, continuino a dettare norme di comportamento e vita alle precarie come noi.

Noi non siamo complici di chi chiede a tutte le donne di restare unite in quanto donne e punta il dito dritto contro tutti gli uomini, nostri compagni di percorso e di lotta, per il diritto alla salute, all’istruzione, alla libera scelta, al lavoro, invocando quote di rappresentanza per determinare poi le stesse scelte di chiunque altro quand’è schiavo o da origine a meccanismi di potere.

Noi non siamo complici di chi gioca a separare nelle lotte donne perbene e donne permale in nome della dignità offesa e poi ci offende nella dignità regalando spazio a figure di potere che quella dignità ce la tolgono ogni giorno.

Noi non siamo complici di chi non guarda i fenomeni nella sua interezza e esige solo leggi repressive e autoritarie che non risolvono il problema della violenza sulle donne.

Noi non siamo complici di chi esclude (non includendo) le donne immigrate, coloro che una cittadinanza non ce l’hanno o ce l’hanno differente, non siamo complici di chi parla di patria e di nazione, di “rimettere al mondo l’Italia” per parlare dei diritti che dovrebbero essere di tutte le donne e non solo di quelle italiane doc.

Noi non siamo complici di tutto questo e di altro ancora ed è il momento di dirlo, urlarlo, perché lo decidiamo noi, perché la presa di parola è un atto rivoluzionario e nessuno ci può dire di restare in silenzio per metterci in coda alle “organizzatrici” e “professioniste” del femminismo.

Ci siamo stancate di essere tacciate come “non democratiche” o “violente” o “aggressive” o “settarie” o qualunque altra cosa vi viene in mente di dirci per insultarci e metterci all’angolo.

Abbiamo un’altra idea di democrazia e conosciamo la violenza fino in fondo, incluso quella che ci vuole lì addomesticate e in fila e in ordine a lasciare spazio a chi ha più potere, visibilità e risorse e ritiene di poterci cancellare.

Noi non siamo complici. No.

Mai più complici di Se Non Ora Quando