mercoledì 17 ottobre 2012

Di discriminazioni, retaggi e "cose più importanti".

Nella sezione dell'Ufficio Stato Civile del sito del mio Municipio leggo: 
Le donne divorziate possono contrarre nuovo matrimonio solo se sono trascorsi trecento giorni dalla data del divorzio annotata a margine della copia dell'atto di matrimonio.
Le donne vedove possono risposarsi solo dopo trecento giorni dalla morte del marito.
Scopro che è l'art. 89 del Codice Civile (seh, "civile"...):
Art. 89 Divieto temporaneo di nuove nozze
Non può contrarre matrimonio la donna, se non dopo trecento giorni dallo scioglimento, dall'annullamento o dalla cessazione degli effetti civili del precedente matrimonio. Sono esclusi dal divieto i casi in cui lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del precedente matrimonio siano stati pronunciati in base all'art. 3, n. 2, lett. b) ed f), della L. 1° dicembre 1970, n. 898, e nei casi in cui il matrimonio sia stato dichiarato nullo per impotenza, anche soltanto a generare, di uno dei coniugi.

Il tribunale con decreto emesso in camera di consiglio, sentito il pubblico ministero, può autorizzare il matrimonio quando è inequivocabilmente escluso lo stato di gravidanza o se risulta da sentenza passata in giudicato che il marito non ha convissuto con la moglie, nei trecento giorni precedenti lo scioglimento, l'annullamento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio.
Si applicano le disposizioni dei commi quarto, quinto e sesto dell'art. 84 e del comma quinto dell'art. 87.
Il divieto cessa dal giorno in cui la gravidanza è terminata.
Non sono abbastanza brava per andarmi a cercare di che anno è questa roba, mi parlano della legge Fortuna, del 1970, anno dell'introduzione del divorzio nel nostro ordinamento.

Dal 1970 ad oggi sono passati 42 anni, ma per il Codice Civile una donna continua ad essere considerata incapace di scegliere della propria vita. 

Ancora, dopo 42 anni, una donna che vuole vivere la sua vita, è legata alla vita di un uomo. 
Che sia vivo, che sia morto, che sia il suo ex, che sia il suo futuro, basta che sia un maschio.

Per gli uomini ovviamente 'sta cosa dei trecento giorni non vale: loro possono risposarsi quando ne hanno voglia, dopotutto nel loro apparato riproduttivo non c'è un utero.

Ora, il problema ovviamente non è il matrimonio in sé, ma quello che questo articolo ci dice.
Ci dice sopra ogni cosa che una donna per vivere la propria vita come meglio crede, deve aspettare che il futuro marito sia certo che lei non sia incinta di un altro uomo. Non sia mai che debba crescere la prole altrui.

Quello che si vuole tutelare qui è, come mi ha scritto una donna su facebook, "l'agio del maschio", che in quei trecento giorni continuerà ad avere -di fatto- il controllo della donna, oltre che essere "tutelato" da un'eventuale falsa paternità.
Per trecento lunghissimi giorni quella donna non sarà libera.
Sarà ostaggio di una legge che non la considera degna di decidere.
Ostaggio di una legge che dice che dal momento che lei ha una vagina, deve aspettare trecento giorni.

Una donna mi ha detto che non devo vederla come discriminante, ma "precauzionale".
Precauzionale.
Come quando vai in un paese lontano e ti fai l'antimalarica. 
Come un vaccino. 
Come quando mi prendo la xamamina per non vomitare in macchina: precauzioni.

Mi dicono che "i problemi sono altri" e che non si vedono poi "enormi limiti alla libertà sessuale delle persone, pur essendo quella norma vigente" (sic.) e che visto che la questione è solo simbolica, allora sarebbe il caso di occuparsi di cose più importanti, dei veri problemi delle donne (me lo dice un uomo, per inciso).
La stessa obiezione che si faceva alle donne che volevano votare, a quelle che volevano abortire senza rischiare morte e/o galera, che volevano il divorzio, che volevano la parità salariale. 

C'è sempre qualcosa di più importante quando si parla dei diritti delle donne, fateci caso.

Mi dicono che si tratta di un "vecchio retaggio" e che in fondo è "logico", ma a me pare solo un altro modo per controllarci e per tenerci sempre dentro la solita strettissima gabbia di moglie e madre.

Mi dicono che il problema è che la burocrazia non sta al passo coi tempi, perché volendo ora per vedere se quel figlio è  proprio tuo o se la sgualdrina che stai per sposare ha fatto le cosacce con un altro ci sono altri mezzi, ma la sola risposta che mi viene dal più profondo del cuore è: sti cazzi del retaggio culturale! 

Sti cazzi di quello che succedeva quarantadue anni fa!

Siamo nel 2012 eppure per lo stato IO non sono considerata degna di scegliere cosa fare della mia vita, che continua per legge (!) ad essere legata ad un uomo, vivo o morto. 

Ci mancano solo il consenso del padre e il lenzuolo col sangue della prima notte di nozze appeso alla finestra.

Come si fa a non capire che questo è discriminante?

Cosa c'è di tanto strano nel dire che se esiste una legge che mi impedisce di fare qualcosa perché sono donna questa è discriminazione e nient'altro?

Qual è quel cortocircuito per cui alcune donne non riescono a riconoscere come discriminante qualcosa che impedisce loro di agire, di pensare, di fare qualcosa solo perché sono nate femmine?

Non posso credere che per capire che se lo Stato (lo Stato! Lo Stato sono anche io, siamo tutte e tutti noi, non è una strana entità sovrannaturale!) mi impedisce di fare qualcosa perché ho la vagina non c'è retaggio che tenga: è discriminazione.







15 commenti:

  1. Io lo manderei alla Severino.

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  2. e hai terribilmente ragione, ma mica la sapevo questa cosa?

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  3. A quanto leggo da quello che hai scritto, una volta che la separaizone consensuale e' stata omologata o che la separazione giudiziale e' passata in giudicato, ci si puo' risposare anche il giorno dopo... Si trova subito dopo la parte che hai sottolineato ("Sono esclusi dal divieto" etc etc).

    Mi sbaglio?

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  4. Non cambia la sostanza di un articolo che dice che io non posso fare una cosa perché ho la vagina e tu si perché hai il pisello.

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  5. Credo che l'obiettivo del legislatore sia proteggere i diritti dell'eventuale nascituro, non certo di vietare il matrimonio come vendetta nei confronti di coloro in possesso dell'organo riproduttivo femminile.

    A quanto risulta, l'articolo che tu citi non si applica nei casi di divorzio, ma solamente negli altri casi in cui e' previsto lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio (ad esempio se il marito viene condannato all'ergastolo o a pene superiori ai 15 anni).

    Come ti dicevo su', non credo si voglia tutelare l'"agio del maschio", ma semplicemente riconoscere che nel caso in cui si aspetta un bambino dal precedente marito, allora e' il precedente marito che deve provvedere al mantenimento di questo bambino. Ma, come detto sopra, non si applica ai casi di divorzio, che sono i piu' comuni.

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  6. Non può contrarre matrimonio la donna, se non dopo trecento giorni dallo scioglimento, dall'annullamento o dalla cessazione degli effetti civili del precedente matrimonio

    "cessazione degli effetti civili del precedente matrimonio" non è "divorzio"?

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  7. Peraltro, non mi pare di aver mai usato il termine "vendetta".

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  8. Vendetta l'ho aggiunto io, non era certo mia intenzione attribuirlo a te :)

    La parte in cui si dice "sono esclusi dal divieto" copre i casi di divorzio.

    Lo scioglimento di un matrimonio puo' essere determinato anche per altri casi e credo che questa legge riguardi solo quei casi.

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  9. Le donne divorziate possono contrarre nuovo matrimonio solo se sono trascorsi trecento giorni dalla data del divorzio annotata a margine della copia dell'atto di matrimonio.
    Le donne vedove possono risposarsi solo dopo trecento giorni dalla morte del marito.

    Aho, "divorziate" mica me lo sono inventato io.

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  10. Il tuo municipio dovrebbe aggiornarsi :)

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  11. No, si dovrebbe aggiornare il Codice Civile, che continua a prevedere il "Lutto Vedovile" per le sole donne.

    http://www.studiolegalerina.net/Area%20famiglia%20LUTTO_VEDOVILE.html
    http://www.lastradaweb.it/article.php3?id_article=1096
    http://it.wikipedia.org/wiki/Annullamento_del_matrimonio_%28ordinamento_civile_italiano%29
    http://www.classic.edizionisimone.it/newdiz/newdiz.php?id=1045&action=view&dizionario=1

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  12. Si', su quello hai ragione. La ratio credo sia da ricercare nel fatto che nel caso in cui la donna sia incinta la paternita' va attribuita al precedente marito, non al nuovo. Nel momento in cui si convola a nozze la paternita' di eventuali figli viene attribuita al nuovo marito.

    E' giusto/sbagliato? Sicuramente e' obsoleto, non ci vuole molto a sapere se una e' incinta al giorno d'oggi.

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  13. Ah, tra parentesi, ribadisco che tale divieto non si applica ai divorzi.
    Inoltre leggo che il divieto e' dispensabile da un tribunale nel momento in cui c'e' la prova certa (e non credo sia difficile da ottenere) che la donna non e' incinta.

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  14. No, per favore!!!! Legge Fortuna? 1970? Ma questo è un principio del diritto romano rifritto in mille salse attraverso i tempi, e davvero pensavo che fosse stato superato dalla storia. In ogni caso, queste disposizioni che ci piacerebbe tanto fossero "volte a tutelare il diritto dei nascituri", in realtà erano e sono volte a tutelare il controllo del corpo delle donne da parte degli uomini, e in questo caso volte a garantire il padre biologico, ex marito, che la cattivona, e il suo nuovo coniuge, non gli portino via la titolarità sul figlio. Figlio che, ricordo, per tutti i popoli della terra (o quasi) fino a poco tempo fa, era figlio del padre, perché non si sospettava che il corredo cromosomico, cioè quello che siamo in potenza, fosse 50 e 50. E la madre era un'incubatrice, che alla fine del periodo di incubazione doveva scodellare il figlio al genitore dotato di potestà, che era solo "patria". Oggi, invece, è "genitoriale" ed esercitata da entrambi i genitori. Vabbe', mi sono lasciata prendere dalle rievocazioni.

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