giovedì 4 ottobre 2012

Vauro e lo stupro

Stando a questa vignetta Vauro trova che lo stupro sia divertente. O almeno che se ne possa fare dell'esilarante "satira".

Sono andata a leggere la definizione di "satira" sul vocabolario Treccani on line e sinceramente non riesco a ritrovare nel disegno di uno stupro in fieri nulla di "dissacrante", "divertente" o che possa portarmi a sorridere.
Non c'entra nemmeno niente con la condanna di Fiorito.
È un insulto gratuito agli uomini e alle donne, alle vittime di stupro tutte.

Forse sono banale, ma ancora penso che sullo stupro non si possa ridere.

Mai.

Comunque, è "divertente" che ad ospitare questa perla di violenza, sessismo e stereotipi sul mondo delle carceri sia un giornale il cui direttore qualche tempo fa annunciava la "svolta" del ghetto per le femmine, mi fa capire quanto sul serio Gomez abbia preso sul serio il compito che si era prefisso.


Leggetevi il post di Paolo Persichetti.
Spero che lo leggerà anche Vauro.
E spero che leggendolo capirà perché la sua vignetta fa così tanto schifo.

6 commenti:

  1. Abbiamo scritto quasi lo stesso post. Il mio è meglio.

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  2. Il direttore de Ilfattoquotidiano è un maschilista, ottuso, e recidivo: sia chiaro che non è mia intenzione usare questi aggettivi in senso spregiativo, intendo soltanto dire che la sua mente non è capace di aprirsi ed estendersi per abbracciare concetti mai considerati in precedenza, sottoporli a critica, valutarli, etc. etc. E pertanto non può che ricadere, ad ogni occasione, negli stessi comportamenti. Non possiamo farci niente, non è in grado, non possiamo, non cape ugual concetto.

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  3. io non posso che ripetermi: questa vignetta oltre che offensiva è triste. Io penso che la comicità e la satira non debbano avere tabù ma la satira "politicamente scorretta" è materiale che va saputo maneggiare e Vauro ha dimostrato ancora una volta di non saperlo fare. Vada a scuola dagli autori di South Park.

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  4. A me Vauro non è mai piaciuto. Anche per la storia del gatto comunista, che non era suo, ma di Pat Carra. tant'è che poi lei non continuò la collaborazione con il manifesto.

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