giovedì 29 marzo 2012

Dubai nun te temo

Ah, devo ammetterlo: con il SindacoDegliAltri non ci si annoia mai.

Durante la sua simpatica campagna elettorale, tra una sparata sui romeni stupratori, gli zingari da cacciare a calci in culo e roba simile, ci aveva allettati con la promessa di un parco di divertimenti stile Disneyland a tema antica Roma, che però quei brutti noiosi comunisti hanno subito salutato come "una stronzata".

Lui però non si è lasciato intimidire dal palloso realismo di chi gli diceva che di certe pacchianate Roma non aveva bisogno e che se proprio avanzavano dei soldi sarebbe stato bene usarli per rifare le strade o migliorare il servizio di trasporto pubblico.

E infatti nel tempo ha promesso non solo un casinò ad Anzio con tanto di gladiatori ad accogliere i turisti in albergo (vergognoso che Roma non abbia un casinò, aveva detto), ma anche la Formula 1 all'EUR e lo sci di fondo al Circo Massimo.

Anche stavolta, però, gli hanno messo i bastoni tra le ruote, blaterando di strade non idonee alle macchine da corsa e di robaccia antica archeologica che si sarebbe rovinata con la neve finta (nessuno avrebbe potuto immaginare che avrebbe nevicato per due anni consecutivi, ai tempi).

Ma niente, lui non demorde. E' un maschio italico senza paura, lui.

E così pare che nel bilancio 2012 del Campidoglio ci sia un progettone favoloso:
 "Nella proposta di bilancio 2012 approvata dall'amministrazione comunale ci sarebbe anche il progetto per la realizzazione di un impianto sportivo invernale sul lungomare di Ostia - spiega il consigliere del XIII municipio, Paolo Orneli (Pd)- si tratta di una mini pista da sci, con tanto di spara-neve artificiale sul lungomare. Investimento previsto: 1,6 milioni di euro".
Ebbene sì. 

Una pista di sci al mare!

Certo, non sarà facile e infatti il Pdl è nel caos: si farà? Non si farà? Davvero qualcuno ha pensato una cosa del genere? 
I classici dell'amministrazione del SindacoDegliAltri, insomma: sono stato io! Non ne sapevo niente! Ho firmato! Me la regalano!

Infatti, il consigliere municipale del Pdl Bovicini aveva sostenuto nel primo pomeriggio di oggi che l'impianto sarebbe sorto "nella pineta in una traversa di via dei Pescatori, vicino all'ospedale Grassi. Il progetto ha già ottenuto - ha spiegato l'esponente del Pdl - il via libera di tutti gli uffici competenti e di tutte le istituzioni". Bonvincini ha poi spiegato come dovrebbe essere l'impianto: "Ho preso ispirazione a Dubai. Realizzeremo un impianto con due piste da sci di 70 e 90 metri". 
Ma non è mica finita qui. 
Come gli alberi, nemmeno i romani sono abituati alla neve e così il municipio corre in aiuto del cittadino impedito:
"Se non ci saranno intoppi, una volta assegnato il bando - afferma Bovicini - credo che si possa cominciare entro l'anno. Il progetto prevede però anche campi da golf, piste di pattinaggio, strutture ricreative, tiro con l'arco e punti ristoro".
[...]
"Mi piacerebbe rilanciare il vecchio stabilimento Roma, di mussoliniana memoria - conclude - per costruire un casinò e attrarre così giocatori, turisti, vip e miliardari"
Sì, lo so che non si parla da nessuna parte di riqualificare il litorale, ma sono solo sciocchi dettagli. 
E poi quel color "impepata di cozze" che caratterizza il nostro mare è così suggestivo.

Di 194, svenimenti, violenza e desiderio di piazza.

A quanto pare la violenza sulle donne è la sola cosa che non conosce crisi e inflessioni nel nostro paese.

Stando a Bollettino di Guerra siamo a 49 vittime dall'inizio dell'anno. 
50, se contiamo anche Alfina Grande, volata giù dal balcone dopo una lite col marito.

E non  ci sono solo le morte ammazzate. Ci sono gli stupri, le aggressioni, le botte, il dolore quotidiano.

E poi c'è un'altra violenza, tollerata e spesso spalleggiata più o meno apertamente. 

Sì, perché mentre solo gente come Massimo Fini e i suoi  simili arriva a giustificare pubblicamente un assassino stupratore che "inchiappettò" tre "vispe terese" un po' troppo "sculettanti", c'è anche un altro tipo di violenza sulle donne che viene non solo tollerata, ma esaltata e presentata come "libertà di espressione", nel silenzio e nell'indifferenza di molti e con il plauso più o meno tacito di altri.

È una violenza subdola, che ci colpisce tutte, anche se ancora non è toccata a noi.

È una violenza che permea le nostre vite in quanto vite di donne, una violenza che magari non incontreremo di persona, ma che c'è e sta sulle nostre teste pronta a colpire ogni giorno, dal giorno della nascita. 

È l'attacco continuo e totale alla nostra autodeterminazione, è il volerci impedire di vivere scegliendo quello che noi desideriamo per noi stesse.

È quando due sindaci maschi, un fascista e uno del piddì, in nome della par condicio, decidono che non possiamo vivere senza un cimitero per i feti e sticazzi del dolore di una donna che abortisce. 
Non importa conoscere i perché, conoscere le storie: importa la punizione. E un bel luogo che ogni giorno ti ricordi il tuo peccato. Il tuo crimine.
Tu hai abortito e non puoi passarla liscia.

È tornare a casa dopo aver abortito in un ospedale pubblico e ritrovarti il feto nelle mutande quando ti alzi notte in preda ai dolori e il direttore generale dell'ospedale dice che è proprio per evitare cose simili che lui ricorda "quanto sia importante sottoporsi alla visita che l'ospedale fissa a distanza di una settimana da un aborto e che spesso le donne rifiutano di fare", senza interrogarsi su quel rifiuto, senza immaginare  il dolore e la paura che possono esserci dietro.

Sono i fascisti amanti della vita che assaltano i consultori.

È la legge 40, che decide come e se puoi essere madre e che ti mette i bastoni tra le ruote, ti colpevolizza, ti umilia.

È la riforma del lavoro, fatta di parole e di tre giorni di congedo parentale obbligatorio per i padri. Una beffa che di nuovo esclude.

È la mancata rappresentanza di genere.

È il linguaggio sessista, volgare e misogino che invade i media e che viene accettato come fosse normale e inevitabile, con buona pace di Alma Sabatini.

È quel giornalismo che scrive "delitto passionale" e "raptus della gelosia" quando una donna viene ammazzata dal marito, dal fidanzato, dall'amante respinto

È lo strapotere maschile nell'informazione e la nostra assenza ai vertici, nonostante ci siano donne colte, preparate, brave come e più dei loro colleghi maschi.

Sono i direttori di un quotidiano nazionale, che lasciano che si scriva "le inchiappettò" parlando di uno stupro e un duplice omicidio e non rispondono alle richieste di chiarimenti da parte di chi a quelle parole è inorridito. (Chissà, magari a furia di nominarli mi risponderanno...)

Sono le piccole grandi discriminazioni che come donne viviamo ogni giorno, che ci piaccia o no.

Cosa abbiamo intenzione di fare?
Ancora non ho digerito la nostra quasi totale assenza dalle piazza lo scorso 8 marzo e sono dell'idea che di belle parole ne abbiamo dette abbastanza (io, poi, so' pure logorroica, quindi figuriamoci).

Credo ci sia bisogno di uno scatto in avanti, di azioni concrete comuni, di muoverci insieme in quanto donne e portare fuori dai nostri "cortili" le nostre proposte e le nostre richieste.

Penso, ad esempio, alla Staffetta di donne contro la violenza sulle donne dell'UDI, che ha coinvolto un paese intero.

Credo che questo sia uno dei momenti più bui degli ultimi anni e non voglio accettare che con la fine del governo Berlusconi e con l'arrivo del "governo tacco tre" non si possa (voglia?) pensare ad una grande manifestazione di donne, ricca di contenuti e proposte, come le donne sanno fare.

Cos'è, non ci muoviamo se non ci sono giornaliste, registe e cantanti che ci chiamano in piazza?

137 morte nel 2011.
50 morte dall'inizio del 2012.

Direi che è abbastanza.

mercoledì 28 marzo 2012

Lettera aperta - aggiornamenti

Lorella Zanardo sul suo blog su Il Fatto Quotidiano:

“Le tre donzelle che, sulle montagne di Abruzzo, passarono tutte sculettanti davanti a un pastore di pecore macedone che, non sapendo né leggere né scrivere, ma riconoscendo solo i propri istinti, le inchiappettò.” Così scrive Massimo Fini su questo giornale, riferendosi a tre ragazze in gita in Abruzzo.

2 delle” ragazze sculettanti” furono poi violentate e uccise selvaggiamente.

Mi interrogo sull’utilità dell’Ordine dei Giornalisti

Non ho altro da dire.

Massimo Fini chiede "scusa ai lettori". Non starò qui a dire dove può mettersi queste scuse, dalle quali paiono essere escluse proprio le donne, quelle costantemente offese da Fini. Sottigliezze, forse. E non sto nemmeno a spiegare perché quello che scrive suona -ed è- ipocrita, dettato evidentemente dall'eccesso di boiate scritte nell'articolo precedente e magari dall'invito di qualcuno a scrivere "du' righe per fare stare zitte le femministe"

Tengo a precisare, e so che Lorenzo è con me, che noi non abbiamo chiesto nella nostra "Lettera aperta" le scuse di Fini. Non sappiamo che farcene.


Chiedo scusa ai lettori
Quando uno commette un errore, oltretutto assai grave, deve avere il coraggio e l’umiltà di ammetterlo. Non sapevo, o non ricordavo, che due delle tre ragazze d’Abruzzo di cui parlavo nella mia rubrica di sabato, oltre a essere state violentate, furono poi uccise dal pastore di pecore macedone. La sostanza non cambia perché lo stupro è un fatto già in sé gravissimo (per le conseguenze psicologiche che ha sulla vittima fino a determinarne, in seguito, l’intera sessualità), ma l’omicidio lo rende ancora più infame. Così il riferimento al “pastore macedone”, probabilmente già sgradevole e comunque equivocabile, diventa sgradevolissimo. Nella chiusa del mio articolo volevo solo invitare donne e uomini (per questo l’accenno ai turisti del folklore in Orissa) a una elementare prudenza, perché l’uomo non è quello che, illuministicamente e astrattamente, vorremmo che fosse, ma resta, nel concreto, quello che è sempre stato. Ma l’ho fatto nel peggiore dei modi e, per soprammercato, con una punta di arroganza in cui, in genere, non mi riconosco. Chiedo scusa ai lettori del Fatto e del blog e, soprattutto, a chi ebbe e ha care le vittime di quel lontano misfatto.
In tutto questo, sarebbe bello da parte di Antonio Padellaro e Peter Gomez sprecare qualche minuto del loro preziosissimo tempo a dire qualcosa.
Aspetto con fiducia.


AGGIORNAMENTO 30/03/2012 

Non appena ho letto l'orribile sproloquio di Fini, ho mandato una mail a Gomez il 26 marzo 2012 alle 19:37 e una a Padellaro il 27 marzo 2012 alle 08.30.

Ad oggi -30/03/2012, 10.12- non c’è stata risposta alcuna.

Lidia Ravera non mi pare abbia risposto (ma in effetti le abbiamo scritto su quella che immaginiamo essere la sua mail su Il Fatto), e Caterina Soffici ha scritto su twitter un messaggio di risposta a Giovanna Cosenza in cui dice in sostanza di lasciar perdere e ignorarlo perché sarebbe malatto e avrebbe un “ossessione con le donne”. Quest'ultima non presa di posizione me l'aspettavo, visto l'invito ad "ignorare ignorare ignorare" lanciato in occasione del calendario di Toscani.

È stata scritta una bella lettera da alcune donne, QUI potete sottoscriverla.

Lettera aperta a Lorella, Lidia, Caterina e Giovanna.

Questo è un testo che io e Lorenzo su Questo Uomo No abbiamo deciso di scrivere insieme e di diffondere insieme sui nostri blog, per email, e sui nostri profili Facebook.

Ci rivolgiamo a Lorella Zanardo, Lidia Ravera, Caterina Soffici e Giovanna Cosenza.

Voi quattro avete un blog nello spazio web de "Il Fatto Quotidiano", come anche Massimo Fini. A suo nome è apparso sul cartaceo, il 24 marzo, questo articolo che certamente avete letto - o di cui senz'altro avete avuto notizia. Sul sito l'articolo è visibile per i soli abbonati: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/24/lossessione-per-la-donna/199753/ .
Sul contenuto non ci esprimeremo, perché com'è solito di Fini c'è tutto il suo campionario: sessismo, violenza, approssimazione, disinformazione, ipocrisia, ignoranza, razzismo. Basta leggere.

Non racconteremo ancora, e di nuovo, lo scontato gioco delle tre carte messo in campo dai direttori de "Il Fatto Quotidiano" Gomez e Padellaro, per il cartaceo e l'online. L'uno e l'altro, in tempi e occasioni diverse, ci hanno già risposto col consueto mucchio di ipocrisie tipiche dei dirigenti di media italiani: non l'ho pubblicato io, c'è la libertà di opinione, il suo è umorismo che può non piacere, predisporremo uno spazio per parlare di violenza dal punto di vista delle donne... la solita fuffa. Oppure il silenzio, indifferente e quindi complice di quelle parole di Fini.

Io e Lola abbiamo già detto in più occasioni che qui non si tratta di libertà di opinione o d'espressione, né di umorismo greve. Si tratta di non superare un limite, che dev'essere difeso esplicitamente e pubblicamente.

Questo limite, che ha varie forme, oggi per noi sta nel dissociarsi pubblicamente da chi senza rispetto per chi è morta, per chi è sopravvissuta segnata per sempre da un orribile violenza subita, arriva a scrivere, tra le altre nefandezze, anche queste infami parole:

...troppo spesso le ragazze di oggi si comportano da 'vispe terese'. Citerò, per tutti, il caso, di qualche anno fa, di tre donzelle che, sulle montagne di Abruzzo, passarono tutte sculettanti davanti a un pastore di pecore macedone che, non sapendo né leggere né scrivere, ma riconoscendo solo i propri istinti, le inchiappettò.
Noi chiediamo che chi come voi è accomunato da una stessa testata giornalistica a questo individuo, a queste sue oscene parole, se ne dissoci apertamente e si dissoci dalla condotta della testata che - nell'ipocrita disegno "democratico" della supposta libertà d'espressione - si gode lo spettacolo di pubblicare tutto e il contrario di tutto, in omaggio alla qualunquistica ricerca del consenso numericamente più ampio possibile.

Lo chiediamo a voi soprattutto per aver apprezzato, anche altrove, il vostro lavoro e la vostra attività. Queste parole di Massimo Fini - come molte altre di molti altri che comunque non ci stanchiamo di segnalare, ricordare, decostruire, denunciare - non possono essere lasciate libere di circolare come ne niente fosse. Come se niente fosse.

Lola, donna e Lorenzo Gasparrini, uomo.

lunedì 26 marzo 2012

L'ossessione di Massimo

Erano giorni che aspettavo, poi oggi, mentre guardo Friends, un post su faccialibro finalmente mi porta il tanto atteso dono: Massimo Fini è tornato!

Già il titolo mi emoziona.
Mollo tutto e mi accingo alla lettura, certa che anche questa volta non sarò delusa. Voglio merda e so che merda avrò.

L'articolo è stato ispirato al nostro adorato dalla partecipazione ad una puntata di Agorà, insieme a Carfagna, Rosa Calipari (moglie di) Pd (sic), e il sociologo Ferrarotti. 
Tema della puntata, la violenza sulle donne.

Massimo parte citando Lawrence e il suo "La verga di Aronne", che non conosco:
“Quasi tutti gli uomini, nel momento stesso in cui impongono i loro egoistici diritti di maschi padroni, tacitamente accettano il fatto della superiorità della donna come apportatrice di vita. Tacitamente credono nel culto di ciò che è femminile. E per quanto possano reagire contro questa credenza, detestando le loro donne, ricorrendo alle prostitute, all'alcol e a qualsiasi altra cosa, in ribellione contro questo grande dogma ignominioso della sacra superiorità della donna, pure non fanno ancor sempre che profanare il dio della loro vera fede. Profanando la donna essi continuano, per quanto negativamente, a concederle il loro culto”
Insomma, a quanto pare, se un uomo ti stupra, è perché in realtà ti venera e ha intimamente paura della tua superiorità "come apportatrice di vita".
Diciamo che il fatto che queste parole siano citate da uno che sostiene che in quanto donna non sei altro che una "razza nemica" e che conviene masturbarsi dietro una siepe piuttosto che avere a che fare con te, mi irrita non poco e mi fa passare la voglia di andarmi a leggere Lawrence.

Comunque, Massimo continua l'esegesi del testo:
Insomma l'aggressività dell'uomo nei confronti della donna dipende da un incoffessato e inconfessabile 'inferiority complex'
 Certo, Lawrence scrive 
ai primi del Novecento e si riferisce agli uomini dell'aristocrazia e dell'alta borghesia e alle loro modalità per umiliare la donna, ma il discorso vale per qualsiasi ceto anche se le modalità sono meno sottili, più dirette e brutali.
Prima c'era tutta una filosofia dietro lo stupro e la violenza sulle donne, mica come adesso, che manca tutta quella sottigliezza. Adesso ti ammazzano e basta, non ci stanno troppo a filosofeggiare intorno.

Secondo Massimo il vero problema è che 
oggi l'uomo, privato della possibilità di esercitare il suo ruolo virile (non può più provarsi in guerra, sostituito dalle macchine, non c'è più il servizio militare né il nazionalismo passionale, la forza fisica, con tecnologia, non conta più nulla) sente in modo particolarmente acuto questa sua inadeguatezza nei confronti della donna che un ruolo, quello di procreare, comunque lo conserva, anche se non ne fa più lo scopo della sua vita, e questo può far scattare, per contraccolpo, un surplus di aggressività.
Sì, lo so che lo avete già letto. 
Questa cosa dell'impossibilità di andare in guerra ad ammazzare i suoi simili per Massimo Fini è un problema immenso, l'origine di quasi tutti i mali. Almeno di quelli che non derivano dalle donne.

In pratica, non potendo andare in guerra o fare volate eroiche come D'Annunzio, l'uomo non è in grado di sfogare il dolore che prova sentendosi inferiore alle donne e quindi tende a picchiarle, stuprarle, ucciderle.

Ma non è colpa sua. E' colpa di chi ha pensato bene di togliere la naja obbligatoria. A saperlo avrei fatto una petizione per mantenerla e anzi portarla ad almeno tre anni.

La donna ha un ruolo, quello di procreare e nessuno può toglierglielo per decreto legge. 
Poveri uomini, come non capire il loro dramma?
Togliendoli dalle trincee li abbiamo evirati, farci massacrare è il minimo: in fondo noi possiamo pur sempre partorire.
Stronze egoiste che non siamo altro.

A lui, comunque, certe stronzate non parevano un discorso contro la donna. Al contrario.
Sostenere che il solo ruolo che spetta ad una donna è quello di procreare e che questa sua capacità possa essere vista dall'uomo come una specie di "provocazione" non è un discorso contro la donna. Al contrario.
Dire che se un uomo ti massacra (fatevi un giro su Bollettino di Guerra, tanto per avere un'idea di cosa si stia parlando) è perché in fondo ha un incoffessato e inconfessabile 'inferiority complex, non è un discorso contro la donna. Al contrario.

Povero Massimo, non riesce a capire perché
La Carfagna e la Calipari mi hanno accusato di 'giustificazionismo'. Mi ha colpito il tono di sufficienza della Calipari (“le tesi di Fini non mi interessano”) eppure se oggi è parlamentare non lo deve di certo alle sue preclare virtù, ma a quelle, virili, di suo marito che le portò fino alle estreme conseguenze.
Leggetelo bene questo periodo, perché c'è tutto.
C'è il disprezzo per la donna, che non vale niente se non in quanto moglie di un uomo virile, che è morto per salvare proprio una donna, peraltro.

Scomoda addirittura il fascismo, proprio lui, che della retorica fascista è pieno fino al midollo e la puzza la sento fin qui.

Dice: 

La Carfagna, dimentica, fra l'altro, che l'avevo difesa da un attacco realmente maschilista del suo collega in Pdl, l'inguardabile Paolo Guzzanti, riferendosi a un mio ormai famoso articolo pubblicato sul Fatto (“Le donne sono una razza nemica”, ha affermato che “le parole sono pietre” e che istigavo alla violenza sulle donne. Ho obbiettato che la pretesa di eliminare tutte le opinioni eterodosse è una pratica fascista anche se oggi si chiama democrazia. Stuart Mill, che era un liberale un po' più consistente di sora Carfagna, scrive “E' necessario anche proteggersi dalla tirannia dell'opinione e del sentimento predominanti” 'Sulla libertà' ).
Eccerto. 
Per Massimo Fini scrivere cose come: 
"Non fan che provocare, sculando in bikini, in tanga, in mini (“si vede tutto e di più” cantano gli 883), ma se in ufficio le fai un’innocente carezza sui capelli è già molestia sessuale, se dopo che ti ha dato il suo cellulare la chiami due volte è già stalking, se in strada, vedendola passare con aria imperiale, le fai un fischio, cosa di cui dovrebbero essere solo contente e che rimpiangeranno quando non accadrà più siamo già ai limiti dello stupro. Basta. Meglio soddisfarsi da soli dietro una siepe."
e lo scritto "Sulla libertà" di Mill  sono la medesima cosa. 
A Massimo sfugge, tra l'altro, il ruolo fondamentale di Harriet Taylor sulla stesura di Sulla Libertà e sul lavoro di Mill in generale.

E anche se tra me e Carfagna non c'è nulla in comune se non il genere e sebbene io non riesca (e non voglia) a trovare in lei nulla che ci possa avvicinare, chiamarla "sora Carfagna" in questo contesto è di per sé un giudizio che trasuda sessismo. 

Ma eccolo il vero Massimo Fini. Altro che Mill, Lawrence e verga di Aronne:
 Infine, anche se il campo è minatissimo perchè attiene proprio alla libertà individuale, troppo spesso le ragazze di oggi si comportano da 'vispe terese'. Citerò, per tutti, il caso, di qualche anno fa, di tre donzelle* che, sulle montagne di Abruzzo, passarono tutte sculettanti davanti a un pastore di pecore macedone che, non sapendo né leggere né scrivere, ma riconoscendo solo i propri istinti, le inchiappettò. Girare al largo dei 'pastori macedoni', pieni di alcol e coca, con i freni inibitori abbassati come le loro brache, che circolano nelle zone d'ombra intorno alle discoteche**, non è pruderie moralistica, ma elementare prudenza. Altrimenti si finisce come quei due idioti che sono andati a provocare in Orissa.
Le inchiappettò.
Loro erano "vispe terese" in minigonna e quindi lui le inchiappettò.
La ragazza stuprata fuori dalla discoteca di Pizzoli non è stata prudente. E quindi lui l'ha devastata.

Se ti stuprano è perché tu non sei prudente.
Se ti stuprano è perché tu sei una mignotta in minigonna.
Se ti stuprano è perché tu te lo meriti.

Massimo Fini dovrebbe quantomeno avere le palle per dire che secondo lui lo stupro è colpa della troia che non è stata prudente. E non nascondersi dietro citazioni più o meno colte.

E Il Fatto Quotidiano dovrebbe smetterla di ospitare certa merda.

Perché questo non è giornalismo. Non è provocazione. 
E' solo MERDA.


* le "tre donzelle": due uccise, una stuprata, una salva per miracolo.

** fuori dalla discoteca una ragazza è stata stuprata con un oggetto che le ha causato lesioni anche all'apparato digerente e poi lasciata in mezzo alla neve in una pozza di sangue.

Civili ma anche no.


Mi sono letta "la riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita".
Quasi svengo scoprendo che finalmente stiamo entrando nel meraviglioso mondo dei paesi civili, quelli dove il genere non un ostacolo alla vita lavorativa, mai. Quei paesi dove i compiti di cura della famiglia sono equamente divisi tra uomini e donne (o tra donne e donne o tra uomini e uomini, ma questo è ancora troppo per l'Italia). Quelli in cui un padre può mollare il lavoro per un po' e andare in paternità, appunto, e crescere la prole, aiutare la propria compagna, che magari invece non vede l'ora di tornare a lavorare e mollare pappe e pannolini.

Sì, ora finalmente posso pensare di diventare madre, perché al paragrafo 7.1 Tutela della maternità e paternità e contrasto del fenomeno delle dimissioni in bianco leggo:

Per favorire una cultura di maggiore condivisione dei compiti di cura dei figli all’interno della coppia, si sono previste alcune modifiche al T.U. sulla maternità e l’introduzione del congedo di paternità  obbligatorio, in linea con quanto previsto in altri paesi e con la Direttiva 2010/18/EU.
In particolare, il congedo di paternità obbligatorio è riconosciuto al padre lavoratore entro 5 mesi dalla nascita del figlio e per un periodo pari a tre giorni continuativi.

 TRE giorni continuativi in cinque mesi da prendersi obbligatoriamente.
Queste sì che sono conquiste di civiltà.

mercoledì 21 marzo 2012

Riforma del lavoro




Il solo commento più o meno sensato che mi viene in mente (le parolacce non valgono) è questo:



lunedì 19 marzo 2012

Quanno ce vo', ce vo'.

La storia è noiosissima, una specie di Bocca di Rosa de noantri, solo che siamo nel 2012 e lei ha un asilo privato in un paesello emiliano.

Ce la stanno raccontando in tutte le salse già da qualche giorno, per quanto la trama sia abbastanza banale.
Due le versioni che ho sentito:
versione ufficiale: le mamme rosicano perché la maestra dei loro bimbi è bonissima e fa pure la modella e ritirano i pargoli.
versione ufficiosa: la maestra è bonissima e fa pure la modella, ma l'asilo è troppo caro, quindi qualche mamma ha ritirato i propri figli e allora lei va in giro a dire che è perché sono delle rosicone così si fa pubblicità gratis.

Non mi interessa, in tutta onestà, sapere quale delle due versioni sia quella reale: il dibattito non mi appassiona.
Diciamo che se mi guardo intorno noto qualche problema un po' più grave per tutte noi.

Comunque, mentre io cercavo, peraltro con molto successo, di ignorare il tutto, sentendomi di molto superiore a chi si divide in fazioni pro o contro la bellezza della maestra e il diritto delle mamme a mandare i loro figli all'asilo che preferiscono, arriva fresca fresca la mia adorata I. che come un ciclone mi linka un articolo di commento alla notizia, corredandolo con poche, lapidarie parole: ho letto due frasi e mi ha fatto incazz***. lo leggi tu per me? :D

Ed ecco le due frasi in questione: 

E’ giunto il tempo di sfatare il luogo comune secondo il quale la solidarietà femminile esiste. Nei rari casi in cui succede che una donna sia solidale con un’altra donna, si tratta solo dell’eccezione che conferma la regola.

L'articolo si infila già con queste poche parole di prepotenza nella top ten degli articoli pieni di noiosissimi e banalissimi stereotipi sui rapporti tra donne.
Senza manco andare avanti nella lettura avrei potuto farvi il riassunto: un gruppo di mamme ormai smosciate dalla prole e dalle fatiche della vita di coppia, ritira i propri figli dall'asilo dopo aver scoperto che il motitvo che portava i padri a voler accompagnare i pupi a scuola ogni mattina è la maestra bona. Il tutto condito con i classiconi della vita matrimoniale che spegne gli ardori e le fantasie erotiche dell'italiano medio.

Ma sbagliavo.
Perché qui c'è di peggio. 

Ci sono tutti gli stereotipi sulle donne che potete immaginare: ci sono le madri grassocce e tristi, bruttine, insicure e quindi invidiose dell'altrui avvenenza; ci sono le donne che nonostante abbracci e sorrisi si odiano; ci sono gli ormoni che guidano ogni nostra azione. 
Mancano, in effetti, la sindrome premestruale e l'isteria, ma se tutti gli articoli dell'autrice sono su questo tono, avremo tempo per averne ua dose.

Comunque, comincio a leggere, per amore di I., che mi deve una birra:
Il rapporto tra donne è, quasi sempre, regolato dall’invidia. D’altronde, ci viene insegnato fin da bambine con la favola di Cenerentola, vessata da due sorellastre brutte e invidiose della sua avvenenza, che la bellezza tra donne può rappresentare un problema. Eva contro Eva, d’altronde, non è solo il titolo di un film.
Io devo proprio essere stata fortunata: mi hanno "insegnato fin da bambina" che i rapporti con le persone si basano sulla simpatia, sulle affinità intellettuali, sull'empatia, sulla curiosità dell'altro.
L'invidia non mi appartiene.

Mentirei se negassi che non mi piacerebbe essere più alta, più magra, coi capelli morbidi e luminosi, la pelle liscia e senza imperfezioni e le dita affusolate, ma nonostante questo riesco ad avere rapporti normali con le donne più alte, più magre, più belle.
Ne ho avuti perfino con M. al liceo, che rimane una delle donne più belle che mi sia capitato di vedere. 
Sì, perché una donna può tollerare tutto in un’altra donna, ma non le perdona (quasi mai) che sia più bella di lei. Le ragioni sono sociologiche e, soprattutto, ormonali. Noi donne siamo incostanti, volubili, camaleontiche; ci illudiamo di essere noi a governare la nostra esistenza, ma in realtà a decidere sono gli ormoni.

Ormonali?
Incostanti, volubili, camaleontiche?

Ma che è, un forum per maschi frustrati in cerca della donna perfetta? 
Possibile che nel 2012  io sia ancora costretta a leggere certe stronzate (con rispetto parlando, ovviamente)?
Ci manca solo scrivere che se tocchiamo le piante mentre abbiamo il ciclo quelle si seccano e siamo a posto.

Nonostante non sia la prima vota che capiti, io continuo a trovare  agghiacciante e spaventoso che a scrivere certe bestialità sia una donna. 
Una che almeno una volta nella vita si sarà trovata davanti uno stronzo che per mettere fine a una lite le avrà detto "aho, ma che c'hai le cose tue?"
Le sarà pur capitato di dover spiegare al demente di turno che la "sindrome premestruale" è un'idiozia che si sono inventati i maschi per evitare di affrontare le discussioni.
O che qualcuno le abbia dato dell'isterica solo perché ha avuto da ridire su qualcosa.

E io dovrei farmi insegnare qualcosa sulla solidarietà da una che mi dice che dovrei "imparare dai maschi", anzi dai "maschietti" (termine che tra l'altro comincia a farmi venire voglia di prendere un Uzi prima di uscire di casa) che cosa sia la solidarietà?

[...] non posso non sfoderare un pizzico d’invidia nei confronti dei maschietti che, invece, di solidarietà tra loro ne hanno da vendere. Gli uomini raramente si fanno la guerra, ma si associano. E se provano invidia l’uno per l’altro, la trasformano subito in competizione.
Eccola qui, la competizione: sempre meravigliosamente positiva se declinata al maschile, ma legata indissolubilmente a invidia e sotterfugio quando è femminile.
Perché una donna competitiva ha qualcosa che non va, è una che non vuole stare nei ranghi, è una che vuole di più e che quindi è difficile da incasellare, da inquadrare. Una che si deve fermare, che deve essere rimessa sui binari, che deve "fare la donna":
Noi invece no: nell’altra vediamo solo una persecutrice, da annientare con la mela avvelenata.
(Ah, i cari, vecchi film Disney...)

Fenomenale la fine della profonda analisi, con un consiglio che mi sento di rimandare al mittente:
Perciò care mie, una volta tanto, impariamo dagli uomini. E poco importa che la solidarietà maschile sia rappresentata nell’immaginario femminile da gare di bevute di birra, con allegro seguito di torneo di rutti.
Sarà anche stupido e infantile ma loro sì che si divertono, senza inutili complicazioni.
E quando ce vò, ce vò.
Mi ripeto e mi ripeterò fino alla nausea: quello che mi fa rabbia e mi riempie di tristezza, è che questa roba l'abbia scritta proprio una donna. 
E non in nome di un'astratta quanto -questa volta sì- inesistente "solidarietà femminile", ma piuttosto perché questo è il segno tangibile di come certi stereotipi siano fortemente radicati nella società.

Comunque, mi dispiace per Antonella Greco.
Seriamente.
Una che scrive roba simile evidentemente non ha mai potuto sapere davvero cosa sia la solidarietà femminile.
Evidentemente lei non ha mai avuto un'amica del cuore capace di ascoltare e supportare per ore, giorni, anni, come la mia C.
Non ha mai trovato qualcuna, magari conosciuta da poco, che l'ha abbracciata in un brutto momento perché un abbraccio sarebbe bastato per tirarti su.
Di certo, poi, non ha mai avuto una serata "rutto libero" con le amiche.
Non deve essere mai tornata a casa camminando a dieci centimetri da terra perché con un gruppo di sconosciute si è deciso di provare un percorso insieme.


Giuro, mi dispiace per lei.
Ma io e le mie bellissime amiche non ci invidiamo affatto. La nostra è solidarietà vera, sempre.

BURP! a tutte le mie amiche.
Quanno ce vo', ce vo'.


sabato 17 marzo 2012

Uscire di casa, spegnere pc.

La brutalità dello stupro di Pizzoli, le parole e i modi dell’avvocato del militare accusato, la frenesia con cui i media si affrettano a darci i particolari più terribili, sembra aver colpito tanta gente.
In pochi sembrano difendere il giovane usando le parole dell’avvocato: “La ragazza dovrà spiegare perché è uscita dalla discoteca col militare”.

Quasi tutti sembrano ascoltare disgustati quell’individuo sostenere in televisione (dopo aver reso noto nome e cognome della donna) che “anche il parto naturale porta lacerazioni” o che quello è stato un “rapporto amoroso”.

L’immagine di una ragazza piena di sangue abbandonata nella neve è troppo.
Sento parlare la gente, sento l’orrore, ma voglio di più.
Voglio che si dica una volta per tutte che “NO significa NO”, che in una negazione non esistono sfumature, che un “NO” non è da interpretare, che un “adesso basta” non vuol dire mai in nessun caso “continua”.
Voglio che ci siano meno “mi piace”, “retweet” e “condividi” e più facce vere.



 Qualche foto QUI

venerdì 16 marzo 2012

Parte lesa

Cecilia, Lola, Strab, Barbara
Eravamo noi quattro, il mio compagno e quello di Barbara (sì, lo stupro fa schifo anche a certi uomini, quelli che piacciono a noi).
Abbiamo appiccicato volantini qua e là.

Ammetto che speravo in qualche presenza in più, dato che tra twitter e facebook pareva che decine di donne fossero pronte per la rivoluzione.
Lascio subito cadere la polemica e ricordo che il prossimo 13 aprile dovrebbe partire il processo per lo stupro di Montalto.


Un abbraccio enorme è tutto per B., che ancora non ho mai visto, ma che era a Massa con tutte le donne vittime di violenza.


A Massa

#italyrapesinsilence

Oggi alle 16.30 alcune di noi si incontreranno a piazzale Clodio a Roma, davanti al Tribunale.

La "scusa" è l'inizio del processo per lo stupro di gruppo su una ragazza minorenne a Sora avvenuto lo scorso giugno (qui).

Io credo che a questo punto noi donne dobbiamo ricominciare ad essere presenti nei “processi per stupro, come negli anni ’70.

Non dobbiamo mai più stare zitte.

Non dobbiamo permettere ad un avvocato come Villano (quello dello stupro di Pizzoli) di dire che la ragazza -di cui ha fatto nome e cognome in televisione!-"dovrà spiegare il perché e il motivo per il quale è uscita fuori dal locale con il freddo e la neve insieme al suo giovane coetaneo", lasciando passare il solito messaggio, che lei in fondo "se l'è cercata".

A questo punto sta a noi: andare davanti ai tribunali delle nostre città, distrubuire volantini, non far calare l’attenzione.


Per ogni donna stuprata e offesa siamo tutte parte lesa.

#italyrapesinsilence

Ah!
Mi dimenticavo le immense sorelle di Massa, che si incontrano davanti al tribunale della loro città!!

mercoledì 14 marzo 2012

Sciacalli

Qualche anno fa durante una gita o qualcosa del genere, una bimba venne investita dal pullman, la testa schiacciata.
I suoi compagni di scuola (elementari o medie, non lo ricordo) erano lì a fare le foto col cellulare.
Le foto.
Dei bambini davanti alla compagna di classe con la testa spiaccicata dal bus si sono messi a fate foto.

Mi ricordo che ne scrissi qualcosa, arrivando addirittura a scomodare la tragedia greca e Aristotele.

Uno dei miei pallosissimi sproloqui pieni di saccenza tipica della reduce del classico, che serviva a me, per cercare di capire che cosa stesse succedendo.

Non voglio attaccare il pippone sul piacere tragico, non sono in grado, ma una cosa la so bene: non aveva niente a che fare con lo schifo che sto vedendo sulle home di Repubblica e Corriere ora, che sembrano fare a gara a chi troverà il video più struggente o la foto più terribile per non farci perdere nemmeno un attimo della disperazione di famiglie che hanno perso i loro figli.

Provo solo schifo e rabbia. 
Di catarsi non c'è traccia.



Questo non è giornalismo, non è diritto/dovere di cronaca: questo è sciacallaggio.

martedì 13 marzo 2012

Sull'orlo del suicidio

Ebbene sì.
Sono depressa e sull'orlo del baratro.
Me l'ha detto un interessantissimo studio di un "gruppo di psicologi inglesi dell’University of Hertfordshire, nell’Inghilterra Orientale", come rende noto Il Corriere, che adora dare spazio a certe boiate quasi quanto La Repubblica adora i doppi sensi su Pippa (sempre la perfida Albione, in effetti).
L'incredibile risultato di tale studio matto e disperatissimo (cit.) è che si è finalmente capito che quando sei felice è più facile che tu indossi il tuo vestito preferito e delle scarpe che ti piacciono. 
Suona folle, lo so. È una di quelle incredibili scoperte destinate a far discutere.
Dicono gli studiosi che su 100 donne, ben 50 dicono che quando sono depresse si mettono i jeans.
Incredibile! 
E noi che credevamo ancora che indossassero tristissime tute e magliette macchiate di cioccolato e cibi ipercalorici. Quanto siamo indietro.
E pensare che, come dice la mia amica A. io mi sono semrpe messa i jeans per sentirmi fica. 
Quanta ignoranza, quale baratro, quanta incultura.


Se poi penso che ci ho messo settimane a trovare un paio di jeans a zampa che mi soddisfacesse quasi provo pena per la mia triste persona.

E ora ditemi, amici studiosi, quanto mi resta da vivere?

venerdì 9 marzo 2012

Pausa pranzo

 È stato più forte di me, manco ci ho dovuto pensare.
La pausa pranzo l'ho passata con la FIOM a san Giovanni.


Pericolosissimi sovversivi montanari.

giovedì 8 marzo 2012

8 marzo

L'8 marzo per me è una data importante.
Non ho mai festeggiato, mai uscita con le amiche per una pizza tra donne, mai stata al Luneur (il vecchio luna park di Roma, se non sbaglio l'8 marzo le donne entravano gratis e ai tempi di scuola andava di gran moda andarci in questo giorno), mai visto uno spogliarello.

Non mi ricordo di "auguri" fatti da mio padre a mia madre in questa giornata, né di fiori presi per l'occasione. Ne ricordo altri, in altri momenti. 
E mi ricordo mamma che perculava le colleghe che l'8 marzo uscivano prima dall'ufficio per "festeggiare", come se ci volesse una data particolare per uscire, una specie di libera uscita.

Dai tempi del liceo, io l'8 marzo tendo a passarlo in piazza.

Perché l'8 marzo non è una festa, ma è una giornata di lotta, di consapevolezza.

L'8 marzo non è andare a mangiare con lo sconto: è politica.

3 maggio 1908: è domenica mattina, a Chicago le donne socialiste organizzano il Woman’s day con vari interventi delle presenti sulla condizione della donna.
Forse non fu la prima giornata della donna nella storia, ma certo è la prima di cui troviamo precisi resoconti nei giornali dell’epoca. Diventa subito prassi consolidata anche in Europa soprattutto tra le militanti socialiste che si rivolgono alle operaie perché si battano per i loro diritti e per ottenere il voto.

Agosto 1910: a Copenaghen, nel Congresso della II Internazionale Socialista, Clara Zetkin, figura di prestigio del Partito Socialista Tedesco, direttrice della rivista L’Uguaglianza, grande mediatrice politica, accoglie il progetto della delegazione americana per ricordare la morte di alcune operaie americane in un incendio e propone di lanciare un’unica grande giornata internazionale incentrata sul voto alle donne. Fino a quel momento la Giornata della donna aveva già una sua storia almeno negli Stati Uniti, anche se esperienze frammentarie erano state fatte qua e là in alcuni paesi d'Europa.

8 marzo 1911: questa data è quella della prima volta, quella della “prova generale” della Giornata della donna. Da quel momento la consuetudine di una giornata dedicata ai diritti delle donne si consolidò dove era già praticata e si diffuse nei paesi dove non c’era, anche in date diverse. In ogni caso si affermò in tempi più o meno rapidi.[1]

1917, siamo a Pietrogrado: lo scenario è quello della Grande Guerra. Fame, freddo e sofferenze della guerra spingono operaie e contadine in piazza contro lo zar a chiedere pace e pane. È l’inizio della Rivoluzione di Febbraio: 23 febbraio secondo il calendario Giuliano, 8 marzo per quello riformato in vigore in occidente.

1921, Mosca: alla seconda Conferenza delle donne comuniste partecipano 82 delegate da 20 paesi: le dirigenti, tra cui Clara Zetkin, adottano il 23 febbraio/8 marzo come Giornata dell’operaia in ricordo della manifestazione di Pietrogrado in cui le donne dimostrarono di essere oppresse, ma anche capaci di divenire protagoniste. Quando le donne russe riuscirono a sintonizzarsi con le americane fu 8 marzo per tutte!
Da Oriente ad Occidente da allora sarà la Giornata internazionale della donna.
(dal sito di UDIcheSIAMO)

Se c'è una cosa che mi manda in bestia è vedere la Giornata Internazionale della Donna ridotta ad una delle tante giornate di vuoto cosmico e parole vuote.

Non sopporto le donne che escono a festeggiare, che nella stragrande maggioranza dei casi manco sanno che cosa sia questo benedetto giorno di marzo, cosa significhi per tutte noi, da quanto dolore, forza e determinazione è uscito fuori. Non ce l'hanno regalato: ce lo siamo preso.

Non sopporto gli uomini che si affannano a far sapere al mondo intero che loro le donne "le festeggiano tutto l'anno", come se rispettare, non picchiare, non stuprare e non uccidere non fossero altro che il modo normale di comportarsi.

E non sopporto nemmeno le donne "illuminate", quelle che per partito preso sputano su questa Giornata, perché fa tanto chic, ma basterebbe informarsi bene per evitare cadere in ridicoli stereotipi che ricordano le prediche dei preti sul consumismo natalizio.

L'8 marzo è e deve continuare ad essere una giornata di lotta politica.

Come le altre, più delle altre.

venerdì 2 marzo 2012

Di proteste, No Tav e stereotipi sessisti.

La metamorfosi femminile della protesa (sic). C'era quella che aveva improvvisato un asilo, quella che cucinava e anche quelle con le cesoie avevano un sorriso quasi imbarazzato. Oggi rivendicano gesti violenti, sono in trasferta dai centri sociali e non indossano berretti di lana ma passamontagna

Questo l'occhiello di un articolo su "io donna",  a firma di Pierangelo Sapegno (sì, fa sorridere, lo so), intriso di una tale retorica che quasi mi spaventa.

Dove sono andate a finire, si chiede Sapegno, le brave donne? 
Quelle che sorridono imbarazzate e preparano panini per tutti?
Quelle che tengono i bimbi per mano e abbassano lo sguardo imbarazzate?
E soprattutto, che strana malattia hanno queste qua che invece -orrore, orrore- rivendicano gesti violenti, sono in trasferta dai centri sociali e non indossano berretti di lana ma passamontagna ?

Mi è tornato subito in mente il 15 ottobre e quel ridicolo articolo del Corriere sulle terribili "ragazze violente", quelle che erano pronte a spostare cassonetti, scavalcare transenne, dare alle fiamme macchine, scaraventare estintori, picchiare rischiando di essere picchiate in un corpo a corpo che, di colpo, cancella millenni di iconografie femminili.

Mi ricordo che la mia risposta fu "e dove lo mettono il mestolo?" perché proprio non riesco ad accettare quei "millenni di iconografia femminili", che per me sono una terribile gabbia dalla quale esco giorno dopo giorno, spesso a fatica, spesso sbattendo contro altri muri e finendo tra altre sbarre.

Lo dissi allora e lo ribadisco:
Ebbene sì, car* tutt*, siamo spesso anche parecchio arrabbiate e sì, alcune di noi sono anarco insurrezionaliste, combattenti per il comunismo e sanno lanciare le pietre. Diciamo un sacco di parolacce, facciamo i rutti e le puzzette, urliamo spesso frasi irripetibili e a volte abbiamo degli scatti d'ira notevoli. Pare faccia parte dell'essere vivi.

Io non ne posso più.
Non ne posso più delle donne che devono stare calme.
Delle donne che non possono essere violente.
Non ne posso più di leggere una cosa come 
Oggi viene in mente Rubina Affronte, bellissima, un volto da attrice e sguardo penetrante, che lasciò un fumogeno contro Bonanni e poi rivendicò quel gesto. Come se anche la bellezza diventasse una faccia della violenza.
Cos'è, puoi compiere un gesto estremo solo se sei una cozza? Se sei carina e con lo sguardo penetrante la protesta non ti si addice?

Non ne posso più di leggere monnezza come l'articolo de La Repubblica sull'arrivo in Italia di Camila Vallejo, che porta alla lite "due fratelli in pessimi rapporti" perché troppo bella e corteggiata da entrambi.

BASTA!
Io non sopporto questi giornalisti che continuano a veicolare una figura della donna ferma agli anni '50.
BASTA!

Noi siamo altro, tanto altro.

Forse questi "giornalisti" dovrebbero cominciare a uscire e vedere com'è fatto il mondo.

giovedì 1 marzo 2012

Ciao Lucio.





E io ho di nuovo pochi anni, vivo a via Ostiense e i miei pupazzi (tutti, tanti!) sono in fila bene in ordine sul divano bianco, quello più lungo. Il disco è sul piatto, la musica è alta e loro sono il mio coro.