venerdì 29 giugno 2012

Tutto il mondo è paese.

C'è una cosa che unisce tutti i paesi, anche quelli lontani geograficamente e culturalmente: la colpevolizzazione delle donne e la repressione della loro libertà.

Così capita che a Shanghai per "contrastare" le continue molestie sessuali nella metropolitana, si decida che la colpa è delle donne e che il solo modo per evitare di essere molestate sia coprirsi.

I gestori della metropolitana avrebbero postato questa foto commentandola così su twitter:
"Se ti vesti così per andare in metropolitana è comprensibile che riceverai molestie sessuali! Ci sono troppi pervertiti sulla metro tutti i giorni e noi non possiamo prenderli tutti. Ragazze, dovete prima rispettare voi stesse".

La protesta è arrivata, con decine di ragazze che si sono presentate in metro col volto coperto e indossando il burqa.


Insomma, ancora una volta in ultima analisi la colpa è delle donne che non si rispettano abbastanza e che quindi sono comprensibilmente molestate.

Vorrei poter dire che qui da noi certe cose non succedono, ma sappiamo tutte che non è così.

A tutte noi è capitato di essere state molestate e di esserci sentite dire "eh, ma pure tu che vai in giro così".
Tutte noi più o meno inconsciamente evitiamo certi luoghi in determinati orari. 
Tutte noi ci copriamo un po' di più se dobbiamo andare in uno di quei posti considerati a torto o ragione "a rischio".

Anche questa è perdita di libertà.

mercoledì 27 giugno 2012

Sotto attacco hacker, voglio sperare.

E dopo le minigonne delle ministre francesi, il Corriere della Sera continua a deliziarci con le sue gallerie fotografiche.

Da stamattina in tante stiamo chiedendo conto della gallery sulle "hollandette" e a quanto pare la risposta sono le "scollature evidenti" delle deputate italiane.

Io voglio sperare che il Corriere sia sotto un durissimo attacco di hackers pruriginosi, perché non ho modo di spiegare altrimenti questo schifo.



Elsa vs Costituzione



QUI l'intervista.

E QUI la Costituzione della Repubblica Italiana.

Cito, per rendere tutto più facile.

Art. 1
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Art. 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Art. 35.
La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.
Cura la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori.
Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro.
Riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell'interesse generale, e tutela il lavoro italiano all'estero.

Art. 36.
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.

Art. 37.
La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore.


Ora, io non sarò certo una cima, ma sento di poter dire che "stavolta" Elsa Fornero ha detto una stronzata.
Poi magari sbaglio, eh.


Di minigonne e "giornalismo".


Hollande ha vinto le elezioni e il suo governo ha ben diciassette donne su trentaquattro ministeri. 
Il che, calcolatrice alla mano, vuol dire 50E50, mentre qui ancora si discute di quote rosa.

Logico quindi che la notizia venga riportata dai media italiani: da noi una cosa del genere non solo non s'è  mai vista, ma pare fantascienza, se pensiamo che una giunta regionale è stata appena dichiarata illegittima proprio per l'assenza di parità di genere.

Solo che ai nostri giornalisti non interessano i curricula o le esperienze delle ministre: quello che conta è se sono gnocche, se hanno il marito ricco, se sono lesbiche (e qui so' cinquanta punti e almeno un articolo a settimana coi dettagli zozzi) e quanto è lunga la loro gonna.
Capita così che il quotidiano più importante del paese (quello più venduto, non il migliore, è chiaro), decida di regalarci una galleria fotografica sul vestiario delle ministre in questione, svilendone la professionalità e ridicolizzandone il ruolo.

Hollandette, le chiama, avvicinandole così a veline, letterine e quant'altro, tanto per ribadire che una donna di potere deve avere un uomo alle spalle, deve essere la -dette di qualcuno.
E "in gamba", tanto per non dimenticare che l'Italia su queste questioni è rimasta agli anni '50.



lunedì 25 giugno 2012

Di contentini e facce come il culo.

Leggo di una "svolta" in corso a Il Fatto Quotidiano.

Preso finalmente a pedate Fini?
Obbligato i giornalisti a non storpiare i nomi dei politici che gli stanno sul culo?

No, uno spazio per le donne. 
[Sarà mica quello che aveva promesso proprio lui due anni fa, dopo che donne e uomini si erano indignati per le sparate misogine, manco a dirlo, di Massimo Fini, liquidate dal direttore come una "provocazione di un grande scrittore"?]

La buona novella è annunciata da Gomez in persona.
 
"Rifondare l'Italia. Partendo dalle donne", scrive.
 Dice che quello che possono fare loro è 
Impegnarci con i lettori e le lettrici a tenere alta l’attenzione contro tutte le discriminazioni di genere. A fornire più informazioni e a raccontare storie (di ogni tipo) anche con un punto di vista femminile
Solo che io sono una persona rancorosa e le cose che mi fanno arrabbiare non me le dimentico.
Quindi, mentre blatera di quote rosa, di rispetto, di Olgettine, io non riesco a  non pensare alle risposte che da lui ho (o non ho) ricevuto ogni volta che ho provato a spiegargli che quando uno chiama le donne "razza nemica" o dice "inchiappettate" con nonchalance davanti a uno stupro e un duplice omicidio, forse si dovrebbe prendere una chiara posizione.

Non dimentico le sue risposte stizzite e i suoi silenzi.

Io non dimentico il silenzio di Peter Gomez quando Fini scrisse "Stupratori di tutto il mondo unitevi" o quando blaterava di diciassettenni che però sono maggiorenni e pure un po' puttane [oggi una ragazza di 17 anni è minorenne solo per l’anagrafe (per cui sarebbe bene, nei reati sessuali, abbassare l’età minorile, oggi ci sono in circolazione delle autentiche “mine vaganti”) e non è che uno, prima di andarci a letto, possa chiedergli la carta di identità].

Quindi, per farci stare zitte e buone, arriva il contentino dello spazio "Donne di Fatto".

Nel corso di questi mesi ci siamo infatti resi conto che una sezione di questo tipo era necessaria per obbligare la redazione ad occuparsi con costanza di temi che per conformismo (ma non solo) spesso finivamo per ignorare.

Ecco. Su quel "ma non solo" sarebbe bello sapere qualcosa di più, ma tant'è.
 
Contentino e faccia come il culo, un grande classico tutto italiano.

giovedì 21 giugno 2012

Assenze

[modalità "LolaAcidaIncazzata" on]

Alla fine a Roma eravamo una ventina, più di quanto avessi immaginato, dati i precedenti, ma infinitamente meno di quanto avrei voluto.

Siamo state ferme davanti alle scuderie del Quirinale, guardate a vista da Digos, Carabinieri e Polizia. Giuro, manco fossimo state un gruppo di guerrigliere armate, che solo dopo aver collezionato un paio di documenti  ci hanno lasciato aprire gli striscioni.

Comunque, mancavano tante donne.
Mancavano tutte le grandi sigle, quelle che nel pomeriggio hanno rilanciato (giustamente) felici la notizia che  "La Corte costituzionale ha oggi dichiarato manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 4 della legge n. 194 sull'aborto, sollevata dal Giudice Tutelare del Tribunale di Spoleto".

Dov'era SNOQ? 
Dove stavano Radicali e Associazione Luca Coscioni?
E l'UAAR? 
L'UDI? 
E tutte e tutti gli altri?
E i collettivi e le associazioni che hanno aderito con entusiasmo ad un evento virtuale (condividere una foto sulla propria bacheca FB), perché non c'erano?
Scarsa visibilità?
Tema troppo impegnativo?
O forse scendere in piazza è troppo faticoso e fuori moda quando si tratta di difendere "roba vecchia" come il diritto delle donne di scegliere della propria vita?

Condividere foto e link, usare un hashtag è facile e poco impegnativo, ma se non si scende in piazza è totalmente inutile
O davvero credete che le rivoluzioni si facciano comodamente sedut* sul divano con il portatile acceso? E non mi citate la Primavera Araba, ché quelli avranno pure usato internet, ma si sono fatti ammazzare per la strada per dire le proprie idee. Non mi pare un paragone calzante.

Abbiamo già perso un 8 marzo in nome di una "manifestazione virtuale" proprio quando la Ministra Fornero ci massacrava con le sue riforme, proprio mentre la mattanza delle donne in Italia continuava nell'indifferenza quasi generale.
Abbiamo deciso di perdere la piazza proprio quando la rappresentazione della donna è al massimo dello svilimento possibile.
Cosa aspettiamo?

Abbiamo bisogno di un nuovo "13 febbraio"? 
Abbiamo bisogno che qualche giornalista famosa ci chieda di scendere in piazza?
Non credete di avere tutte fin troppi motivi per volervi riprendere le strade e gridare e pretendere di essere ascoltate?
O magari devo mettermi l'anima in pace e dare ragione a chi mi dice che evidentemente abbiamo bisogno  qualcun* che ci trascini, che pensi e scelga per noi?
Anzi, no mi sono sbagliata: VOI aspettate, NOI eravamo in piazza ieri e ci saremo ancora.

mercoledì 20 giugno 2012

Cucchiaio d'oro, non avrai il mio utero!


Questa mattina la Corte Costituzionale ha esaminato la legittimità dell'articolo 4 della Legge 194/78.
Le donne hanno presidiato piazza del Quirinale mentre la Corte Costituzionale decideva se il diritto alla salute dell'embrione è più importante del diritto alla salute della donna.

Non torneremo ai ferri da calza, al prezzemolo e ai cucchiai d'oro.

La Legge 194/78 è stata confermata con un referendum nel 1981 ed è legge dello Stato.
La sua mancata applicazione è reato.
Se non ci pensano le istituzioni ci penseremo noi.
Ci vogliono morte, ci avranno combattenti.

giovedì 14 giugno 2012

20 giugno #save194

#SAVE194

Il prossimo 20 giugno la Corte Costituzionale deciderà se un "uomo in divenire" (sic) ha più diritti della donna che potrebbe partorirlo.

Questo l'oggetto della seduta:

Aborto e interruzione volontaria della gravidanza - Interruzione della gravidanza nei primi novanta giorni dal concepimento - Facoltà della gestante (nella specie, minorenne) che accusi circostanze comportanti "serio pericolo" per la sua salute fisica o psichica - Incompatibilità di tale previsione con la definizione e la tutela dell'embrione umano enunciate dalla Corte di giustizia UE in sede di interpretazione del divieto di brevettabilità delle utilizzazioni di embrioni umani a fini industriali e commerciali (art. 6 della direttiva 98/44/CE) - Contrasto con la tutela dei diritti inviolabili dell'uomo - Lesione del diritto alla vita dell'embrione (in quanto uomo in fieri) - Lesione del diritto fondamentale dell'individuo alla salute.
Si pretende che un embrione, un uomo in fieri (il fatto che non ci sia scritto "essere umano" è indicativo dello stato in cui versa il paese) abbia più diritti di me, che quell'embrione potrei averlo dentro.
Che abbia più diritti (nella specie) di una ragazzina che non vuole diventare madre.

Si vuole dire a chiare lettere che il "diritto fondamentale dell'individuo alla salute" è un po' più fondamentale se l'individuo è un embrione.

Questo è un documentario su com'era quando l'aborto era illegale.

Vero, non è italiano, ma fino al 1978, fino alla Legge 194 era così anche qui. 

Ora qualcuno ha deciso che dobbiamo tornare a quando l'aborto era illegale. 

A quando ti avvelenavano col prezzemolo e ti infilavano nella vagina un ferro da calza incandescente. 
A quando una ragazza che rimaneva incinta era una puttana, a quando una donna che abortiva veniva processata.
A quanto l'aborto (e la contraccezione) erano considerati "delitti contro la integrità e la sanità della stirpe" (codice Rocco).
A quando una donna non era niente di più che un'incubatrice, una vacca da montare e far figliare, per avere altre braccia, altra forza lavoro. Senza volontà, senza desiderio, solo un oggetto.

E importa poco a chi deciderà se "l'uomo in divenire" ha più diritti della donna, sapere che allora si moriva. E che si moriva tra atroci dolori nella vergogna e nel biasimo delle belle famiglie di una volta.
A meno che non eri ricca e allora i "cucchiai d'oro" ti accoglievano a braccia aperte.

Vogliono decidere delle nostre vite e dei nostri corpi il 20 giugno, tirando in ballo la Costituzione e la Carta dei Diritti dell'Uomo.

Ci vediamo alle 9 a Roma davanti alla Corte Costituzionale o ci va bene che qualcuno decida per le nostre vite?
E nelle altre città vogliamo farci vedere?

Su Femminismo a Sud c'è un post dedicato alle iniziative per il 20 giugno.
Su twitter seguite #save194 e #20giugno
Ma soprattutto diffondete, coinvolgete, informate.
Poi spegnamo i pc e vediamoci nelle strade.

Ci vogliono morte, ci avranno combattenti.

lunedì 11 giugno 2012

#save194

Gli attacchi alla Legge 194 sono continui. 
Da più di trent'anni si cerca di cancellare il diritto conquistato dalle donne di decidere se e quando diventare madri.

In queste ultime settimane, poi, l'attacco alle donne è totale: legge 40, PAS, legge 194. Senza parlare del mondo del lavoro, della violenza di genere, del continuo costante svilimento della figura femminile da parte dei media.

Non dobbiamo fare finta di non vedere.
Non dobbiamo abbassare la guardia.
Ci vogliono morte, ci avranno combattenti.

Copio il post di Loredana Lipperini e come lei vi invito a lanciare #save194 su twitter: non possiamo permettere ad altri di decidere sui nostri corpi, di calpestare i nostri diritti e di cancellare anni di lotta.

Sembra, ogni volta, di dover ricominciare da capo. Facciamolo, allora, e partiamo da una domanda. Questa: “tutte le donne italiane possono liberamente decidere di diventare madri?”. La risposta è no.
Non possono farlo, non liberamente, e non nelle condizioni ottimali, le donne che ricorrono alla fecondazione artificiale, drammaticamente limitata dalla legge 40.
Non possono farlo le donne che scelgono, o si trovano costrette a scegliere, di non essere madri: nonostante questo diritto venga loro garantito da una legge dello Stato, la 194.
Quella legge è, con crescente protervia, posta sotto accusa dai movimenti pro life, che hanno più volte preannunciato (anche durante l’ultima marcia per la vita), di volerla sottoporre (di nuovo) a referendum.
L’articolo 4 di quella legge sarà all’esame della Corte Costituzionale - il prossimo 20 giugno - che dovrà esaminarne la legittimità, in quanto violerebbe ” gli articoli 2, (diritti inviolabili dell’uomo), 32 I Comma (tutela della salute) e rappresenta una possibile lesione del diritto alla vita dell’embrione, in quanto uomo in fieri”.
Inoltre,  quella legge è svuotata dal suo interno da anni. Secondo il Ministero della Salute sono obiettori sette medici su dieci (per inciso, i cattolici praticanti in Italia, secondo i dati Eurispes 2006, sono il 36,8%): in pratica, si è passati dal 58,7 per cento del 2005 al 70,7 per cento del 2009 per quanto riguarda i ginecologi, per gli anestesisti dal 45,7 per cento al 51,7 per cento e per il personale non medico dal 38,6 per cento al 44,4 per cento. Secondo la Laiga, l’associazione che riunisce i ginecologi a difesa della 194, i “no” dei medici arriverebbero quasi al 90% del totale, specie se ci si riferisce agli aborti dopo la dodicesima settimana. Nei sette ospedali romani che eseguono aborti terapeutici, i medici disponibili sono due; tre (su 60) al Secondo Policlinico di Napoli. Al Sud ci sono ospedali totalmente “obiettanti”. In altre zone la percentuale di chi rifiuta di interrompere la gravidanza sfiora l’80 per cento, come in Molise, Campania, Sicilia, Bolzano. Siamo sopra l’85% in Basilicata. Da un’inchiesta dell’Espresso di fine 2011, risulta che i 1.655, non obiettori hanno effettuato nel solo 2009, con le loro scarse forze, 118.579 interruzioni di gravidanza, con il risultato che più del 40% delle donne aspetta dalle due settimane a un mese per accedere all’intervento, e non è raro che si torni all’estero, alla clinica privata (o, per le immigrate soprattutto, alle mammane). Oppure, al mercato nero delle pillole abortive.
Dunque, è importante agire. Vediamo come.
Intanto, queste sono alcune delle iniziative che sono state prese:
1) Lo scorso 8 giugno, Aied e Associazione Luca Coscioni hanno inviato a tutti i Presidenti e assessori alla sanità delle Regioni un documento sulle soluzioni da adottare per garantire la piena efficienza del servizio pubblico di IVG come previsto dalla legge. “Siamo altresì pronti a monitorare con attenzione l’applicazione corretta della legge e, se necessario, a denunciare per interruzione di pubblico servizio chi non ottempera a quanto prevede la legge”, hanno detto.
Le proposte sono:
Creazione di un albo pubblico dei medici obiettori di coscienza;
Elaborazione di una legge quadro che definisca e regolamenti l’obiezione di coscienza;
Concorsi pubblici riservati a medici non obiettori per la gestione dei servizi di IVG;
Utilizzo dei medici “gettonati” per sopperire urgentemente alle carenze dei medici non obiettori;
Deroga al blocco dei turnover nelle Regioni dove i servizi di IVG sono scoperti.
2) La scorsa settimana ha preso il via la campagna contro l’obiezione della Consulta di Bioetica Onlus: qui trovate le informazioni e qui il video.

Diffondere queste informazioni è un primo passo. Ce ne possono essere altri. Fra quelli a cui, discutendo insieme, abbiamo pensato, ci sono:
1) Raccogliere testimonianze. Regione per regione, città per città, ospedale per ospedale, segnalateci gli ostacoli nell’accesso all’IVG e alla contraccezione d’emergenza. Potete farlo anche in forma anonima, nei commenti al blog. Ma è importante: perché solo creando una mappa dello svuotamento della legge è possibile informare su quanto sta avvenendo ed eventualmente pensare ad azioni anche legali.
2) Tenere alta l’attenzione in prossimità del 20 giugno. Lanciate su Twitter l’hashtag #save194, fin da ora.
L’intenzione di questo post è quella di informare. Non è che il primo passo: perché la libertà di scelta continui a essere tale, per tutte le donne italiane.

Post pubblicato in contemporanea da Loredana Lipperini, Marina Terragni, Giovanna Cosenza, Giorgia Vezzoli, Lorella Zanardo.
(Se vuoi, copincollalo anche tu!).

sabato 9 giugno 2012

Però al ritorno prendiamo il 23

Nonnetta abitava in una traversa di Via Ostiense, a ridosso della ferrovia e il sabato, fin quando ha potuto, andava a fare la spesa al mercato, a Testaccio. 

Quando ero piccola di quei sabato non ne ho saltato uno.
"Nnamo al mercato"
"Prendiamo l'autobus?"
"No, niente tranve (la differenza tra "tranve" e "autobus" per Nonnetta non contava), sei giovane, nnamo a piedi, facciamo una passeggiata"
"Però al ritorno prendiamo il 23"
"Sì"

E allora si andava, spesso con qualche sua amica, una delle "babbione della pensione", donne del quartiere che conosceva da una vita e con cui faceva delle accanite a scopa che non so come non siano mai finite in rissa, visto che qualcuna aveva sempre da ridire sui punti.

Insomma, il sabato si andava a prendere il pesce "una bella soglioletta per la pupa e le vongole" dal sor Fausto, che poi se ne andò e quindi abbiamo cominciato a comprare da un'altra, che però non mi è mai piaciuta perché per me era una specie di usurpatrice di Fausto e dei suoi stivaloni gi gomma verdi. Guardavo i gamberi ancora vivi e toccavo i muscoli per fargli rientrare la lingua e quella puzza di pesce se ci penso la sento ancora.

"E' fresco, sor Fausto?"
"Sì, sora Adrià, l'ho preso stamattina"

Un giro per buttare un'occhio alle scarpe (io ai peluches del banco davanti, da dove venne Tippete), la frutta e poi due interminabili chiacchiere con Anna la patatara, che vendeva anche le "bibite Pejo, le mejo" e le caramelle.

Al ritorno eravamo piene di buste e Nonnetta me ne metteva una sulle spalle a mo' di zainetto e una per mano.

Il mercato di Testaccio ha la faccia e la voce di mia nonna, che conosceva tutti e chiamava tutti "stellì", pure quelli vecchi e io non capivo bene perché.

Ora chiude, si trasferisce in un posto nuovo, moderno, migliore.
E con il nuovo mercato muore un pezzo di me.
Chissà che avrebbe detto nonna.

Ah, il 23 al ritorno non lo prendevamo quasi mai.

lunedì 4 giugno 2012

Di liberazioni, regimi senza nome e facce come il culo.

Oggi è la Liberazione di Roma. 

Oggi nel 1944 finalmente si metteva fine all'odiosa occupazione nazista della mia amata città.
Oggi nel 1944 la gente scese in strada a combattere, qualcuno assaltò il palazzo di via Tasso e liberò i prigionieri che lì venivano torturati e uccisi dai nazifascisti.

Oggi il peggior sindaco che questa città ricordi da allora, è andato a deporre "un fascio di fiori", che "costa poche decine di euro" (mica come la corona, che ne costa 500. C'ha fatto pure la nota spese.) al Vittoriano e a Forte Bravetta.

Nel comunicato stampa -che non linko perché mi fa schifo, ma che trovate sul suo blog- scrive:
Oggi ricordiamo l’anniversario della Liberazione di Roma, un anniversario estremamente importante per noi, perchè fu la fine di un periodo durissimo per la nostra città, il più duro della storia contemporanea della nostra città. Dobbiamo ringraziare chi è venuto a Roma a liberare, a ridare libertà e democrazia: le truppe alleate e tutti coloro che si opposero a quel regime.
Un paio di cose, SindacoDegliAltri, che nella foga devono esserti sfuggite: dobbiamo ringraziare prima di tutto quelli che sono andati in montagna, quelli che sono caduti combattendo gente con cui tu andavi a braccetto fiero fino a poco tempo fa, tipo Almirante.

Dobbiamo ringraziare le donne e gli uomini che hanno rischiato tutto perché questo paese fosse un finalmente libero dal fascismo, quello stesso che tu esaltavi quando eri un giovane di belle speranze ("leader studentesco", come ti descrivesti una volta).

E soprattutto, SindacoDegliAltri, voglio ricordarti che "quel regime" ha un nome: FASCISMO.

Complimenti a chiunque ti abbia scritto quelle poche righe: citare la Liberazione di Roma senza dire da cosa Roma sia stata liberata e senza nominare i Partigiani e la Resistenza è da professionisti.