domenica 22 dicembre 2013

Mi bombo es mio.

Quando nel 2010 sono andata a fare gli auguri alla Legge 194 per i suoi 32 anni, il mio amico mi disse che ero pazza, fuori dal mondo, perché ancora stavo a pensare ad una legge "che praticamente non possono toccare" invece di occuparmi di "cose più importanti".

Da allora gli attacchi alla legge che regola l'interruzione volontaria di gravidanza in Italia sono aumentati: in alcune regioni gli obiettori di coscienza arrivano a livelli impressionanti, nel Lazio siamo intorno all'80% di personale obiettore nelle strutture pubbliche.

Marce "per la vita", preghiere davanti agli "ospedali abortisti", farmacisti cattolici che negano la pillola del giorno dopo, medici e infermieri che negano alle donne il diritto alla salute e all'autodeterminazione, cimiteri dei feti, amministratori regionali che sovvenzionano con i soldi di tutte e tutti associazioni antiabortiste.
E poi ancora le difficoltà, le violenze e le umiliazioni che le donne che decidono di ricorrere all'IVG si trovano a dover affrontare.

Nel mondo abortire è spesso impossibile, pericoloso, illegale e avere una legge non è garanzia per nessuna.
Basta vedere quanto è successo con la proposta di legge Estrela al Parlamento Europeo (pare sia stato per un "errore di traduzione" e non so se la cosa mi sollevi o mi disgusti) o quanto sta succedendo in Spagna, con la quasi certa approvazione  della “Legge organica per la protezione della vita del concepito e dei diritti della donna incinta”.

Tornando indietro di decenni, in Spagna potrà abortire solo chi è stata stuprata (e abbia denunciato lo stupro, sennò non vale) o chi rischia di morire.

Secondo la nuova normativa la donna può abortire solo in due casi: se la gravidanza rappresenta un rischio per la salute della madre e quando consegue ad uno stupro. Neppure le malattie fetali anche gravi o che comportino disabilità vengono contemplate per evitare discriminazioni nei confronti dei disabili.
Altre modifiche significative introdotte sono: ” l’obiezione di coscienza” che autorizza i medici della sanità pubblica a rifiutare di eseguire un aborto per ragioni ideologiche, il divieto di pubblicità delle strutture sanitarie che praticano l’aborto e l’obbligo del consenso dei genitori per le minori. (da donneviola)

Le donne spagnole non ci stanno e sono subito scese in piazza, nonostante la repressione, a ribadire che "mi bombo es mio", il mio pancione è mio, il mio corpo è mio.

Colpevolizzare le donne, impedire loro di scegliere e di autodeteriminarsi, boicottare i loro diritti e passare sopra alla loro salute.

Niente di nuovo, a dire il vero.

E' la guerra che da millenni si combatte sui nostri corpi, per addomesticarci e tenerci sempre schiave.

Succede in Spagna, in Europa, nel mondo, qui da noi.

Sta alle donne vigilare e agire perché i loro diritti non vengano calpestati e perché qualcun altro non decida delle loro vite.





Convocazione delle femministe contro la controriforma di Gallardon.

venerdì 20 dicembre 2013

Cambiare le cose.

Come hanno ricordato le compagne di Comunicazione di Genere, a Natale il sessismo si respira nell'aria.
Nei negozi di giocattoli, nei supermercati, nei centri commerciali è tutto un fiorire di rosa e azzurro, giochi per maschi e giochi per femmine (la zia Jo la chiama "la parete rosa").

Da questa constatazione e dalla voglia di far capire che parlare di sessismo e ruoli stereotipati già nell'infanzia non è un puntiglio da femministe, hanno rilanciato la campagna la discriminazione non è un gioco, venuta dal Cile nel 2012 che invita a riflettere e ad agire:

Per questo, con l’avvicinarsi dell’evento più consumista dell’anno, ci chiediamo: che genere di gioco regalare?
Le bambine che giocano a fare la mamma, la moglie, la massaia e poi appena più grandi sognano di diventare come scheletriche bambole dalla proporzioni assurde o di valorizzarsi solo col trucco e la moda.
I bambini che imparano a giudicarsi e giudicare secondo il binomio maschio/femmina, forza/debolezza, semplicità/vanità.
L’apprendimento a due binari, distinti per temi e velocità.
La contrapposizione rosa/azzurro, due mondi inconciliabili persino nel gioco.
Decidiamo di no.
Nei negozi di giocattoli di diverse città italiane, abbiamo lanciato la campagna “La discriminazione non è un gioco”: consiste nell’attaccare degli adesivi sui giocattoli che rispecchino una delle quattro caratteristiche elencate sopra, per aiutare chi compra a capire bene cosa sta acquistando, cioè sessismo, discriminazione, stereotipi.
Pensavo a questa cosa e mi è venuto in mente quello che mi ha detto qualche giorno fa un amico, padre di un bimbo di se non sbaglio 4 anni: "è che io a certe cose proprio non ci pensavo".

Ecco, lui ha questo bambino, particolarmente carino ed educato, c'è da ammetterlo, che gioca con tutto.
Ha le macchinine, la bici, i videogiochi, ma anche i Mini Pony (che non sono belli come quelli dell'epoca mia, ma tant'è).

E qui il mio amico ammette di essersi trovato per un attimo "in difficoltà".
Insomma, un maschietto che vuole i giochi "da femmina"?
Cosa fare?
Impedirgli di giocare perché "sei un maschietto"?
Oppure lasciarlo in pace a godersi i propri giochi?

Ne abbiamo parlato mesi fa e tra una presa in giro e l'altra, gli ho fatto leggere "Broinies: perché si può essere uomini e  amare "My little pony"".

La sera stessa mi manda una foto fantastica in cui è circondato dai Mini Pony del figlio.

Ecco,  lui è andato oltre ogni stereotipo, oltre ogni dicotomia "per maschi-per femmine" perché quello che conta è solo il divertimento e la felicità di suo figlio.
E' andato oltre quello che ci hanno insegnato da sempre, senza manco starci a filosofare sopra.
Ha scardinato un ruolo imposto e se ne è infischiato di tutto il resto, perché un bimbo felice e sereno è la cosa più importante.

Ha fatto in un momento quello che per tropp* sembra essere quasi impossibile e mi ha fatto capire che le cose possono cambiare eccome, basta cominciare.

E forse sarà che mi sento particolarmente melensa in questi giorni, ma penso che un padre che si pone delle domande, che si interroga, che guarda oltre quello che è dato per assodato e che ha come unico obiettivo la felicità del proprio figlio sia un inizio fantastico.



Cagne sciolte nelle strade, nelle città*

E insomma, una settimana fa un gruppo di donne ha liberato uno spazio a Roma, in viale Ostiense.

Il posto è bellissimo, le idee sono tante da far girare la testa, a cominciare da uno spazio per accogliere le donne vittime di violenza, ma ci sono anche presentazioni di documentari, libri, un aula studio, le lezioni di pole dance, cibo...

Alla faccia di ogni coercizione, alla faccia della "sicurezza" che ci vuole chiuse in casa, di una legge che ancora una volta ci opprime e ci reprime per "proteggerci", le Cagne Sciolte si prendono il loro spazio e lo restituiscono a tutt*.

Se non ci date spazi, noi ce li riprendiamo.



“Come cagne sciolte siamo una minaccia per le strutture sociali che tengono le donne schiave e i valori che giustificano il mantenimento delle donne al proprio posto.
La Cagna è la testimonianza vivente del fatto che l’oppressione della donna non deve esistere per forza, e come tale solleva dubbi sulla validità di tutto il sistema sociale.
Dobbiamo essere forti, dobbiamo essere militanti, dobbiamo essere pericolose”






Per chi non lo sapesse ancora, le Cagne Sciolte sono quelle che hanno contestato Putin e che  lo scorso 25 novembre hanno ricordato a tutt* che la violenza sulle donne è anche impedire l'accesso alla IVG, è chiudere i consultori, è renderci e mantenerci precarie, rinchiuderci in ruoli che non vogliamo e impedirci di andare alla conquista dello spazio.

Come non amarle?

* semicitazione da Cani Sciolti, Sangue Misto, SXM 1994

Chi ha paura di nominare la violenza?

Come promesso, dopo l'orrenda sentenza della Corte di Cassazione, che metteva nero su bianco parole come "qualità dell'atto compiuto", di "consenso" e di "rapporto amoroso" parlando di un sessantente e di una undicenne, le donne non si sono fermate.

Copio e incollo da #OgniBambinaSonoIo e invito tutte e tutti a sottoscriverlo scrivendo a ognibambinasonoio@hotmail.com



La Terza Sezione penale della Corte di Cassazione, il 15 ottobre 2013, ha annullato la sentenza con la quale la Corte d’Appello di Catanzaro, nel 2011, condannava un sessantenne, addetto ai servizi sociali del comune di Catanzaro, per aver abusato di una bambina di undici anni che gli era stata affidata. Fra i motivi dell’annullamento, la Corte rimanda alla sentenza d’appello, che avrebbe disconosciuto (in via considerata troppo generica) la possibilità di concedere le attenuanti relative ‘alla minore gravità del fatto’.
Noi avvertiamo l’urgenza di prendere la parola per nominare, e denunciare, l’insopportabile attacco che viene mosso alla nostra libertà, alla giustizia ma, soprattutto, ad una bambina di 11 anni. Quali sono le ‘attenuanti’ che la Corte d’Appello di Catanzaro avrebbe trascurato di considerare? Secondo la Cassazione il consenso della vittima e la circostanza che i rapporti sessuali si erano innestati nell’ambito di una relazione amorosa. Questo perché, l’atto sessuale si inseriva nell’ambito di una relazione amorosa; e che, sebbene l’abuso sessuale sia sempre connotato da grave invasività fisica, lo stesso nel caso di specie non poteva ritenersi invasivo allo stesso modo dell’ipotesi in cui avvenga con forza e violenza e al di fuori di una relazione amorosa, atteso che nel primo contesto derivano più contenute conseguenze negative alla minore sul piano psicologico. In definitiva, la sentenza di condanna avrebbe mancato di considerare e valutare gli ulteriori e attenuativi aspetti della vicenda prospettati dalla difesa, quali il “consenso”, l’esistenza di un rapporto amoroso, l’assenza di costrizione fisica, l’innamoramento della ragazza.
Come si possano anche solo ipotizzare ragioni mitigatorie attenuative e con simili motivazioni, rispetto ad una bambina di 11 anni, è cosa che ci lascia sconcertate. Relazione amorosa, consenso, assenza di costrizione fisica, sono temi e ‘giustificazioni’ che negli ultimi anni si sono rincorse sui media e nelle arringhe di avvocati poco accorti. Che si pensi di poterle utilizzare sulla pelle di una bambina ci pare un abominio; che sia proprio la Corte di Cassazione a suggerire di considerare come amore il rapporto tra una bambina e un uomo adulto, cui è stata affidata, rintracciandovi un dispositivo attenuante, ci sconvolge. Temiamo che questa inaccettabile interpretazione, che sottende ad un modello culturale scellerato, possa rappresentare un precedente molto pericoloso. Riteniamo indecente qualunque interpretazione che rinunci a nominare la violenza sulle bambine e che siano le istituzioni stesse ad ignorarla o mistificarla, nella consapevolezza che non si può confondere la storia di bambine e donne con la collusione alla violenza, quasi come se questa fosse parte del corso naturale delle cose.
Rigettiamo al mittente tentativi di questo genere e manterremo alta l’attenzione su questa vicenda, attraverso iniziative specifiche. In particolare vigileremo affinché la Corte di Appello di Catanzaro, cui oggi spetta il compito di decidere, nomini la violenza e affermi con chiarezza un principio di giustizia per questa bambina, ma anche per tutte le altre.
Isolina Mantelli , Cz
Teresa Scamardì, Cz
Franca Fortunato, Cz
Adriana Papaleo, Cz
Pina Nuzzo, Roma
Sabrina Garofalo, Cs
Laura Triumbari, Roma
Cinzia Paolillo, Roma
Maria Cristina Guido, Cs
Laura Cirella, RC
Marina Martino, Cs
Enza Miceli, Le
Elena Bova, Cz
Guglielmina Falanga, Cs
* * * * *

martedì 10 dicembre 2013

Dalla parte delle bambine.

La storia è una di quelle storie mostruose, che riempiono le cronache dei giornali e che qualche volta muovono all'indignazione.

Un sessantenne, addetto ai servizi sociali del comune di Catanzaro, viene arrestato per aver abusato di una ragazzina di undici anni.
La madre aveva notato che qualcosa non andava, pare che la stessa ragazzina avesse detto qualcosa e ha sporto denuncia alla polizia che, stando alle cronache, aveva trovato il sessantenne e la ragazzina in una casa e lo ha arrestato "in flagranza per violenza sessuale aggravata".

Questo nel 2010.

Qualche giorno fa leggo sul blog Sud De-Genere una citazione da un articolo de Il Quotidiano delle Calabria secondo il quale
 i giudici della corte di Cassazione, abbiano individuato un’attenuante nell’accondiscendenza della vittima a consumare rapporti sessuali con l’imputato. Così, annullata con rinvio la sentenza di condanna a 5 anni di reclusione per ben due volte inflitti a Pietro Lamberti, rispediscono gli atti alla Corte di appello di Catanzaro e ordinano un nuovo processo. [QUI il link a Il Quotidiano della Calabria che racconta la storia.]

Un'attenuante nell'accondiscendenza della vittima a consumare rapporti sessuali con l'imputato.

Leggete di nuovo questa frase.
Stampatevela bene in mente.
E poi pensate a quando avevate 11 anni.
Provate a pensare ad avere 11 anni e dei problemi.
Provate a pensare di essere affidate o affidati ad un adulto, uno "dei servizi sociali" perché vi aiuti.

Forse così riuscirete -riusciremo- a capire lo stato psicologico di una ragazzina di undici anni che ha addirittura temuto di essere rimasta incinta dell'uomo che era stato chiamato ad aiutarvi.

È lo stesso principio della gonna corta, del pantalone troppo stretto, della maglia scollata.
Lei lo amava.
Lei lo chiamava.
Lei gli chiedeva "mi ami?"

Poco importa che lui abbia cinquant'anni più di lei, poco importa che lui aveva il compito di aiutarla.

Vale la pena di leggere tutta la sentenza della Corte di Cassazione (la riprendo dal blog di Marina Terragni) secondo la Corte di Appello sarebbe stata "superficiale" nel ritenere non concedibile in modo assoluto alcuna attenuante (sottolineature e grassetti sono miei):

Cass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 15-10-2013) 08-11-2013, n. 45179
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TERZA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. SQUASSONI Claudia – Presidente -
Dott. GENTILE Mario – Consigliere -
Dott. FRANCO Amedeo – rel. Consigliere -
Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere -
Dott. RAMACCI Luca – Consigliere -
ha pronunciato la seguente:
sentenza
sul ricorso proposto da:
L.P., nato a (OMISSIS);
avverso la sentenza emessa il 10 ottobre 2011 dalla corte d’appello di Catanzaro;
udita nella pubblica udienza del 15 ottobre 2013 la relazione fatta dal Consigliere Amedeo Franco;
udito il Pubblico Ministero in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. POLICASTRO Aldo, che ha concluso per il rigetto del ricorso;
udito il difensore avv. Salvatore Staiano.
Svolgimento del processo
1. Con la sentenza in epigrafe la corte d’appello di Catanzaro confermò la sentenza emessa l’11.2.2011 dal Gip del tribunale di Catanzaro, che aveva dichiarato L.P. responsabile del reato di cui agli artt. 81 e 609 quater c.p., per avere compiuto atti sessuali con P.P., che non aveva ancora compiuto 14 anni, e con le attenuanti generiche e la diminuente del rito lo aveva condannato alla pena di anni 5 di reclusione, oltre pene accessorie e risarcimento dei danni in favore delle parti civili F.A. M., P.M., P.L. e P.P..
2. L’imputato, a mezzo dell’avv. Salvatore Staiano, propone ricorso per cassazione deducendo:
1) nullità della sentenza in relazione all’art. 34 c.p.p., art. 178 c.p.p., comma 1, lett. b), e art. 179 c.p.p.; manifesta illogicità della motivazione. Ricorda che con l’appello aveva eccepito la nullità assoluta del decreto dispositivo del giudizio immediato e degli atti conseguenti, perchè emesso dal Gip che si trovava in una situazione di incompatibilità per avere già svolto funzioni giudiziali, determinandosi così una incompetenza funzionale. Non era praticabile la ricusazione perchè il decreto fu assunto a sorpresa, senza contraddittorio. In subordine aveva prospettato la illegittimità costituzionale degli artt. 33, 34, 37, 454, 455 e 456 c.p.p., rispetto agli artt. 3, 24, 25. 97, 111, 76 (eccesso di delega, per violazione delle direttive alla L. delega n. 81 del 1987, art. 2, nn. 67 e 104).
L’eccezione – respinta dalla corte d’appello – viene riproposta in questa sede. Deduce che vi era incompatibilità ai sensi dell’art. 34 c.p.p., tra il Gip e il Gup che prescinde dalla emissione di atti definenti una fase o un grado, in quanto l’incompatibilità consiste nella pregiudicata imparzialità e terzietà del giudice. Nella specie, il decreto di giudizio immediato, costituendo l’esito di una valutazione in ordine alla sussistenza o meno della prova evidente al fine di consentire la contrazione del processo, non può essere assimilato ad una valutazione sulla ammissibilità della domanda del PM, ma costituisce un giudizio a tutti gli effetti, tanto che chi emette il provvedimento, alla stessa stregua di chi emette il decreto di rinvio a giudizio, non può più esercitare funzioni di giudicante nel medesimo procedimento. L’atto posto in essere dal giudice incompatibile è inficiato da vizio di incompetenza funzionale, riguardante la persona fisica del giudice, da cui deriva una nullità, rilevabile in ogni stato e grado del processo, che giustifica peraltro un annullamento dell’atto.
In via subordinata, ripropone la eccezione di legittimità costituzionale degli artt. 33, 34, 37, 454, 455 e 456 c.p.p., per contrasto con gli artt. 3 (eguaglianza), 24 (effettività della difesa), 25 (naturalità e precostituzione del giudice), 97 (imparzialità e correttezza degli organi pubblici), 111 (imparzialità e neutralità della giurisdizione penale), 76, eccesso di delega per violazione delle direttive di cui all’art. 2, n. 67, (divieto di esercitare reiteratamente le funzioni di giudice nello stesso procedimento) e n. 104 della L. d. n. 81 del 1987 (omologazione di tutti gli istituti processuali ai principi stabiliti per il giudizio).
2) nullità della sentenza in relazione all’art. 453 c.p.p., e contraddittorietà della motivazione. Ricorda che con l’appello aveva impugnato l’ordinanza del Gup di rigetto della eccezione: 1) di inammissibilità della richiesta di giudizio immediato avanzata il 9.9.2010, perchè depositata oltre il termine di 90 giorni dalla iscrizione ex art. 335 c.p.p., avvenuta nella specie il 25.03.2010 e comunque di nullità del decreto di giudizio immediato per essere stato emesso sulla scorta di atti investigativi svolti dopo il termine specificato, in particolare dell’incidente probatorio svoltosi il 23.07.2010; 2) di inammissibilità della richiesta di giudizio immediato ex art. 453, comma 1 ter, perchè presentata quando ancora non erano perenti i termini per proporre ricorso per cassazione del procedimento incidentale in materia de libertate (era stata applicata misura cautelare in carcere in data 22.6.2010). La corte d’appello ha respinto queste eccezioni con motivazione erronea.
E difatti, in ordine alla eccezione di cui al punto 1), l’avere il giudice territoriale regredito la valutazione del Gip in ordine alla richiesta di giudizio immediato ad una valutazione di “ammissibilità” della domanda implicava un consequenziale inquadramento della sanzione, per l’assenza dei presupposti legali, nel regime della “inammissibilità”. Se la inammissibilità non viene rilevata in limine, vale la regola dettata per le impugnazioni dall’art. 591 c.p.p., comma 4, e può quindi essere dichiarata in ogni stato e grado del giudizio. Non vi è, poi, alcuna causa di sanatoria delle inammissibilità, ne è pensabile un’estensione delle cause di sanatoria previste per le nullità. La difesa aveva eccepito l’inammissibilità della domanda di giudizio immediato del PM per decadenza dei termini di presentazione della richiesta (90 giorni dalla iscrizione ex art. 335 c.p.p.) ovvero in assenza anche della perenzione dei termini di impugnazione dinanzi alla corte di cassazione. Si trattava quindi di inammissibilità. Peraltro è semplicistico l’automatismo di applicazione della nullità a regime intermedio considerandolo consequenziale alle nullità di cui all’art. 178, comma 1, lett. b), laddove si distinguono tra i presupposti individuati ex lege per l’attivazione di detto rito:
l’evidenza probatoria, che evoca un giudizio di valore, distinguendola dai presupposti la cui assenza è facilmente verificabile per la loro oggettività come il mancato rispetto del termine di novanta giorni, riconducibile all’art. 178, comma 1, lett. c) stante l’evidente violazione del diritto di difesa. La eccepita inammissibilità della richiesta di giudizio immediato non è poi sanata dalla scelta del rito, che non copre eccezioni irrinunciabili.
Ricorda inoltre che la richiesta del Pm ed il provvedimento del Gip si riferivano all’evidenza della prova e non all’ordine custodiale.
Peraltro la richiesta era motivata, in punto di evidenza della prova, sulla scorta di atti (in specie l’incidente probatorio), che si acquisivano dopo il termine di 90 giorni dalla iscrizione del L. nel registro degli indagati ed erano quindi inutilizzabili. Deduce inoltre che non è esatto che la richiesta di giudizio immediato di cui all’art. 453, comma 1 bis, implica il superamento della valutazione in ordine alla evidenza della prova, giacchè il legislatore ritiene quel giudizio introitato attraverso il titolo custodiale (cfr. art. 273 c.p.p.) che ne costituisce l’imprescindibile presupposto.
3) nullità della sentenza per violazione dell’art. 609 quater c.p., comma 4, e art. 133 c.p.; contraddittorietà e carenza della motivazione. Lamenta l’erronea negazione dell’attenuante della minore gravità perchè ritenuta incompatibile con il danno apoditticamente ritenuto subito dalla minore, e con la condotta in contestazione per la consumazione del rapporto sessuale, protrattosi nel tempo. In sostanza, secondo la corte d’appello, non può essere riconosciuta l’attenuante in questione perchè vi è stata congiunzione carnale e perchè si tratta di minore di 14 anni. Sono state in tal modo introdotte oggettive “eccezioni” applicative dell’attenuante di cui all’art. 609 quater c.p., non previste e non volute dal legislatore.
Inoltre, la giustificazione è tautologica. In particolare non si è considerato che il fatto è avvenuto nell’ambito di una relazione amorosa.
4) nullità della sentenza in relazione all’art. 62 c.p., n. 6, e art. 133 c.p.; carenza e contraddittorietà della motivazione.
Lamenta la mancata concessione dell’attenuante prevista dall’art. 62 c.p., n. 6, per avere il L. formulato prima che iniziasse il giudizio un’offerta reale di risarcimento dei danni nei confronti della minore, dei fratelli, di ciascuno dei genitori e del comune di Catanzaro. La decisione si basa su affermazioni di principio frutto di mere supposizioni, quasi ritenendo non ammissibile e riconoscibile l’attenuante in questione per reati di questa specie. E’ poi contraddittoria la motivazione sulla determinazione della pena base.
3. In prossimità dell’udienza la difesa ha depositato motivi nuovi con i quali illustra ulteriormente i punti relativi alla minore gravità del fatto ed alla offerta reale.

Motivi della decisione
1. Il primo motivo – con il quale si deduce nullità del decreto dispositivo del giudizio immediato perchè emesso da giudice che si trovava in una situazione di incompatibilità ex art. 34 c.p.p., per avere già svolto funzioni giudiziali – è infondato. Tutto il motivo, invero, si basa sull’assunto che il compito del giudice non si limitava ad una semplice constatazione della tempestività ed ammissibilità della domanda del PM, bensì consisteva in un vero e proprio giudizio sulla base di una valutazione di merito circa l’evidenza o meno della prova prodotta.
Si tratta però di un assunto non esatto, perchè nel caso in esame il giudizio immediato non è stato chiesto e concesso ai sensi dell’art. 453 c.p.p., comma 1, (ipotesi della sussistenza di una prova evidente), bensì ai sensi dell’art. 451, comma 1 bis (ipotesi che la persona sottoposta alle indagini si trovi in stato di custodia cautelare). Ora, rileva il Collegio che, mentre nella prima ipotesi il giudice deve effettivamente compiere una valutazione di merito sulla sussistenza o meno di una prova evidente, nella seconda ipotesi invece non deve effettuare alcuna valutazione di merito, ma si deve limitare a rilevare se l’indagato si trovi in stato di custodia cautelare e se non sia trascorso il termine di 180 giorni dalla esecuzione della misura. In questo caso, quindi, non sono prospettabili (ed infatti non sono state prospettate) situazioni di incompatibilità che potrebbero incidere sulla imparzialità e terzietà del giudice. Il motivo deve quindi essere respinto, anche volendo tenere conto della eccezione del ricorrente che in questo caso, essendo stato il provvedimento emesso a sorpresa, non sarebbe applicabile il principio costantemente affermato secondo cui i provvedimenti adottati dal giudice che versa in una situazione di incompatibilità non sono affetti da nullità, in quanto le cause di incompatibilità non incidono sui requisiti di capacità del giudice, costituendo invece motivo di ricusazione, da far valere nei termini e modi previsti dalla apposita procedura.

2. Per la stessa ragione, è infondata anche la richiesta subordinata di sollevare questione di legittimità costituzionale degli artt. 33, 34, 37, 454, 455 e 456 c.p.p., in riferimento a diverse norme costituzionali, che si basa anch’essa sull’assunto inesatto che il giudice, nel disporre il giudizio immediato, avrebbe compiuto una vera e propria valutazione di merito circa l’evidenza o meno della prova prodotta. La proposta questione di legittimità costituzionale è infatti irrilevante ai fini del decidere perchè non riguarderebbe comunque l’ipotesi che si presenta nel caso di specie di giudizio immediato disposto ai sensi dell’art. 453, comma 1 bis.
La questione inoltre sarebbe irrilevante anche per la ragione per la quale la Corte costituzionale, con ordinanza n. 238 del 2008, dichiarò inammissibile per difetto di rilevanza analoga questione – avente ad oggetto l’art. 34 c.p.p., comma 2 bis, in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., nella parte in cui non prevede l’incompatibilità del giudice che ha esercitato le funzioni di giudice per le indagini preliminari ad emettere il decreto di giudizio immediato -, ossia perchè non viene esplicitato in base a quale principio o regola processuale l’accoglimento della questione determinerebbe la regressione del procedimento alla fase anteriore all’emissione del decreto di giudizio immediato.

3. E’ infondato anche il secondo motivo.
Quanto alla dedotta inammissibilità della richiesta di giudizio immediato perchè depositata oltre il termine di 90 giorni dalla iscrizione ex art. 335 c.p.p., e comunque per essere stata fondata su prove inutilizzabili perchè acquisite dopo la scadenza del termine, va ribadito che nella specie non si è trattato di giudizio immediato disposto ai sensi dell’art. 453, comma 1, stante l’evidenza della prova, bensì di giudizio immediato disposto ai sensi dell’art. 453, comma 1 bis, nei confronti di persona che si trovava in stato di custodia cautelare, il quale prescinde dalla presenza di una prova evidente ed è soggetto solo al termine indicato dal detto comma 1 bis (180 giorni dall’esecuzione della misura) e non al termine di cui all’art. 454 (90 giorni dalla iscrizione della notizia di reato).
Secondo la giurisprudenza, invero, “il presupposto dell’evidenza probatoria, che qualifica l’instaurazione del giudizio immediato su richiesta del pubblico ministero, non trova applicazione nel caso di richiesta di giudizio immediato nei confronti di soggetto che per quel reato si trovi in stato di custodia cautelare” (Sez. 6^, 1.7.2009, n. 38727, Moramarco, m. 244804); “è abnorme, ed è pertanto ricorribile per cassazione, l’ordinanza con cui il G.i.p. rigetti la richiesta di giudizio immediato avanzata dal P.M. nei confronti di persona agli arresti domiciliari ai sensi dell’art. 453 c.p.p., commi 1 bis e 1 ter, non per l’assenza dei presupposti previsti dalla legge, ma per la carenza del requisito dell’evidenza della prova, richiesto invece nella diversa ipotesi di giudizio immediato di cui all’art. 453 c.p.p., comma 1″ (Sez. 6^, 20.1.2011, n. 7912, Guarcello, m. 249476).
Inoltre, “E’ abnorme, perchè determina un’indebita regressione del procedimento, il provvedimento con il quale il giudice del dibattimento dichiari la nullità per qualsiasi causa del decreto che dispone il giudizio immediato e ordini la restituzione degli atti al P.M., giacchè non è previsto dalla disciplina processuale un controllo ulteriore rispetto a quello tipico (art. 454 c.p.p.) attribuito al giudice per le indagini preliminari al momento della decisione sulla richiesta di giudizio immediato” (Sez. 1^, 25.10.2007, n. 46761, Gianatti, m. 238506; conf. Sez. 6^, 10.1.2011, n, 6989, C, m. 249563).
E’ quindi irrilevante ogni considerazione relativa alla utilizzabilità ed evidenza delle prove nonchè al termine di 90 giorni dalla iscrizione della notizia di reato previsto dal comma 1.

4. Quanto alla dedotta inammissibilità della richiesta di giudizio immediato ex art. 453, comma 1 ter, perchè presentata quando ancora non erano perenti i termini per proporre ricorso per cassazione del procedimento incidentale in materia de libertate, va ricordato che, secondo la prevalente giurisprudenza di questa Corte, “La richiesta di giudizio immediato può essere presentata dal pubblico ministero nei confronti dell’imputato in stato di custodia cautelare dopo la conclusione del procedimento dinanzi al tribunale del riesame e prima ancora che la relativa decisione sia divenuta definitiva.
(Fattispecie nella quale l’ordinanza del tribunale del riesame non era divenuta definitiva perchè impugnata con ricorso per cassazione)” (Sez. 2^, 6.4.2011, n. 17362, Caputo, m. 250078; conf.
Sez. 1^, 11.11.2010, n. 42305, Alikic, m. 249023; Sez. 1^, 21.12.2011, n. 3310 del 2012, Liotti, m. 251842; Sez. 2^, 15.6.2012, n. 35613, Prezio, m. 253896).

5. Infine, per completezza, può comunque ricordarsi che, secondo la giurisprudenza, “L’omesso espletamento dell’interrogatorio a seguito dell’avviso di cui all’art. 415 bis c.p.p., benchè sollecitato dall’imputato, determina una nullità di ordine generale a regime intermedio che non può essere dedotta a seguito della scelta del giudizio abbreviato, in quanto la richiesta del rito speciale opera un effetto sanante della nullità ai sensi dell’art. 183 c.p.p.” (Sez. 1^, 5.5.2010, n. 19948, Merafma, m. 247566; conf. Sez. 6^, 1.10.2007, n. 44844, Arosio, m. 238030; Sez. 6^, 13.10.2011, n. 5902 del 2012, Adiletta, m. 252065).

6. E’ invece fondato il terzo motivo, in quanto è in parte erronea e in parte contraddittoria la motivazione con la quale la corte d’appello ha negato il riconoscimento della attenuante del fatto di minore gravità di cui all’art. 609 quater, comma 4. La sentenza impugnata, invero, ha motivato questa statuizione in considerazione del fatto che l’atto sessuale consumato dall’imputato costituiva la forma più invasiva e, pertanto, più grave di lesione dell’altrui integrità psicofisica; mentre non rilevava che l’imputato non avesse adottato forme di violenza o coartazione verso la vittima. Erano poi irrilevanti il consenso della vittima e la circostanza che i rapporti sessuali si erano innestati nell’ambito di una relazione amorosa.
Ciò perchè il fatto che il L. avesse potuto provare un amore non meramente filiale verso la ragazza costituiva un sentimento innaturale, che comunque non aveva come ineludibile portato il congiungimento carnale. Un tale sentimento di affetto, anzi, avrebbe dovuto indurre il L. a preoccuparsi del corretto sviluppo psico-fisico della ragazza. Infine, l’imputato aveva dimostrato una notevole pervicacia.
In sintesi, secondo la corte d’appello, al di là delle frasi di stile, l’attenuante in questione non poteva essere riconosciuta perchè vi era stata congiunzione carnale e perchè si trattava di una ragazza minore degli anni quattordici, il cui consenso non rilevava. L’attenuante è stata quindi esclusa sulla base di elementi in realtà non voluti e non previsti dal legislatore, nonchè di una giustificazione tautologica. Invero, esattamente il ricorrente osserva che il reato in esame indica senza dubbio un disvalore;
tuttavia la prospettazione di una attenuazione in termini sanzionatori presuppone che, pur rimanendo fermo quel disvalore oggettivo, si possano ipotizzare ragioni mitigatorie attenuative, che certamente devono trarsi al di fuori di questo. La difesa aveva messo in rilievo che nel caso in esame, come emerge anche dalle sentenze di merito, l’atto sessuale si inseriva nell’ambito di una relazione amorosa; e che, sebbene l’abuso sessuale sia sempre connotato da grave invasività fisica, lo stesso nel caso di specie non poteva ritenersi invasivo allo stesso modo dell’ipotesi in cui avvenga con forza e violenza e al di fuori di una relazione amorosa, atteso che nel primo contesto derivano più contenute conseguenze negative alla minore sul piano psicologico.
La corte d’appello in sostanza ha omesso di prendere in esame le considerazioni della difesa, e si è limitata a negare l’attenuante per ragioni che però non sono conformi alla costante giurisprudenza di questa Corte, secondo la quale “la circostanza attenuante fondata sulla minore gravità del caso è riferibile tanto alle condotte di violenza sessuale (art. 609 bis c.p., comma 3), eventualmente aggravate per l’età inferiore ai dieci anni della vittima (art. 609 ter c.p., comma 2), quanto all’ipotesi di atti sessuali con minorenne di analoga età (art. 609 quater c.p., comma 4, in relazione all’art. 609 ter c.p., comma 2). Ne consegue che la ricorrenza dell’attenuante non può essere negata per il solo fatto della tenera età della persona offesa, dovendosi piuttosto individuare dal giudice elementi di disvalore aggiuntivo, sulla base dei criteri delineati all’art. 133 c.p., rispetto all’elemento tipico dell’età inferiore ai dieci anni” (Sez. 3^, 9.7.2002, n. 37656, Capaccioli, m. 223672); “La circostanza attenuante della minore gravità nel reato di violenza sessuale non può essere negata per il solo fatto della tenera età della persona offesa (nella specie infradecenne), essendo necessari a tal fine elementi di disvalore aggiuntivo sulla base dei criteri delineati dall’art. 133 c.p., comma 1″ (Sez. 3^, 26.1.2010, n. 11085, D.S., m. 246439) “in quanto, seppure gli atti sessuali commessi in danno di bambini in tenera età sono reati da considerare gravi per le ripercussioni negative sullo sviluppo del minore, non può escludersi che, per le circostanze concrete del fatto, tale delitto possa manifestare una minore lesività” (Sez. 3^, 10.5.2006, n. 22036, Celante, m. 234640).
In particolare la giurisprudenza ha osservato che, premesso che la minore gravità del fatto può ravvisarsi in presenza di una più lieve compromissione della libertà sessuale della vittima e dello sviluppo del minore, resta fermo che essa è il risultato di una valutazione che deve tenere conto di tutte le componenti del reato, oggettive e soggettive, nonchè degli elementi indicati nell’art. 133 (Sez. 3^, 1.7.99, Scacchi; Sez. 3^, 3.10.06, m. 235031). Si è, peraltro, precisato che, nell’utilizzare i parametri di cui all’art. 133 c.p., (ai fini del riconoscimento dell’attenuate speciale in parola), si deve avere riguardo solo agli elementi di cui al primo comma in quanto, quelli del secondo comma, possono essere impiegati solo per la commisurazione complessiva della pena (Sez. 4^, 4.5.07, m. 235730). Invero, poichè l’attenuante in discussione non risponde ad esigenze di adeguamento del fatto alla colpevolezza del reo, ma concerne la minore lesività del fatto in concreto rapportata al bene giuridico tutelato, assumono particolare importanza: la qualità dell’atto compiuto (più che la quantità di violenza fisica), il grado di coartazione esercitato sulla vittima, le condizioni (fisiche e mentali) di quest’ultima, le caratteristiche psicologiche (valutate in relazione all’età), l’entità della compressione della libertà sessuale ed il danno arrecato alla vittima anche in termini psichici (Sez. 3^, 29.2.00, Prillo della Rotonda; Sez. 3^, 24.3.00, Improta).
Nella specie, la corte d’appello, invece, nel respingere la richiesta di attenuante formulata dal ricorrente, ha focalizzato la propria attenzione solo su uno (il turbamento e le conseguenze patite dalla vittima anche in un’ottica futura) dei molteplici aspetti da prendere in considerazione; per di più, senza nemmeno dare prova di avere ancorato il proprio asserto su emergenze specifiche (sì che l’assunto si propone quasi come un’affermazione di principio frutto di mera supposizione). In particolare, la sentenza impugnata ha focalizzato la propria attenzione sulla esistenza degli elementi che caratterizzano la fattispecie criminosa (età e atto sessuale), ritenendoli incompatibili con la specificata circostanza, senza considerare e valutare gli ulteriori e attenuativi aspetti della vicenda prospettati dalla difesa, quali il “consenso”, l’esistenza di un rapporto amoroso, l’assenza di costrizione fisica, l’innamoramento della ragazza. Sul punto la motivazione è anche manifestamente illogica laddove riferisce gli effetti della dedotta relazione sentimentale all’imputato, anzichè alla ragazza. Manca poi la motivazione sulle ragioni per cui gli elementi addotti dalla difesa non possano qualificare la “minore gravità”; nonchè in ordine alla c.d. entità della compressione della libertà sessuale e al danno arrecato alla minore.
7. E’ fondato anche il quarto motivo, essendo effettivamente carente e contraddittoria anche la motivazione con la quale è stata negata l’attenuante di cui all’art. 62 c.p., n. 6, richiesta per avere il L. formulato prima che iniziasse il giudizio un’offerta reale di risarcimento dei danni nei confronti della minore della somma di Euro 40.000,00; al fratello della minore della somma di Euro 5.000,00; di Euro 2.500,00 a ciascuno dei genitori e di Euro 5.000,00 nei confronti del comune di Catanzaro (che li aveva accettati).
La sentenza impugnata ha negato l’attenuante avendo ritenuto incongrue le somme offerte in considerazione della rilevanza e della portata dei beni interessi, anche di rango costituzionale, oggetto di lesione, sicchè non poteva assumersi come sufficiente ed idoneo parametro di valutazione e liquidazione quello equitativo puro, ma dovevano considerarsi tutte le componenti del danno, ed in particolare la lesione cagionata alla dignità della minore, attraverso condotte che ne avevano compromesso il regolare sviluppo psico-fisico e le capacità di relazione sociale, tenuto conto, sotto tale profilo, della condizione di isolamento in cui la P. aveva vissuto nel corso della relazione con l’imputato e della maturazione di un distorto modello di rapporti interpersonali, foriero di inevitabili conseguenze sull’assetto di vita della minore. La corte d’appello ha poi parlato di un assetto psicologico inevitabilmente alterato, con serio e grave pericolo che gli effetti dello stress post-traumatico si ripercuotano sul futuro della ragazza condizionandone negativamente e definitivamente l’assetto di vita personale e di relazione, e ciò pur in assenza di qualsiasi accertamento descrittivo di vera e propria malattia.
Si tratta di una motivazione meramente apodittica e presuntiva, perchè si ammette che è mancato qualsiasi accertamento scientifico medico o psicologico sui danni concreti subiti dalla minore e di motivazione altresì contraddittoria, perchè si afferma contemporaneamente che la liquidazione del danno non può basarsi su criteri equitativi, sicchè dovrebbe fondarsi su basi concrete, che però non vengono individuate nè scientificamente accertate. La sentenza impugnata, invero, non fornisce alcuna prova di avere ancorato il proprio asserto su emergenze specifiche. Manca comunque qualsiasi puntuale e reale valutazione del danno al fine di poterne definire la capacità risarcitoria integrale della offerta reale o della manifestata volontà risarcitoria. Esattamente il ricorrente lamenta che la motivazione si risolve in una affermazione di principio frutto di mera supposizione, quasi da ritenersi non ammissibile e non riconoscibile l’attenuante invocata per reati di questa specie. Fra l’altro, la sentenza non risponde adeguatamente al motivo di appello con cui si lamentava l’incongruità della sentenza di primo grado, laddove, pur descrivendo la madre come colei che aveva “irresponsabilmente soprasseduto su episodi allarmanti” e il padre come “figura assente nella vicenda”, aveva poi giudicato incongrua la somma offerta. La corte d’appello, infatti, ha respinto la censura con mere illazioni, sostenendo che i genitori, oltre alla disgregazione familiare, avevano subito “una condizione di chiaro patimento personale derivante non solo dalle serie preoccupazioni, che nell’ottica genitoriale, le vicende della figlia ponevano loro in termini di corretto sviluppo psico-fisico della minore, ma anche dalla negazione del loro ruolo genitoriale rispetto alle scelte ed all’assetto di vita della figlia minorenne”. Si è però omesso di considerare e valutare le specifiche contestazioni mosse sul punto dalla difesa, che aveva eccepito come nessuna preoccupazione genitoriale fosse stata manifestata nel corso della vicenda che, pur conosciuta dalla madre, si era lasciato che si protraesse per alcuni mesi. La difesa, in particolare, aveva specificamente eccepito: che il padre era rimasto sempre assente ed era comparso solo per chiedere il risarcimento dei danni; che il comportamento della madre era stato già censurato dal giudice di primo grado; che il fratellino già non viveva con la sorella; che la famiglia era già distrutturata prima della comparsa dell’imputato; che la solitudine della ragazza apparteneva già ad un vissuto precedente, tanto che dalla sentenza di primo grado risulterebbe che cercasse il L. proprio per colmare un vuoto affettivo; che pertanto dovevano considerarsi congrue le somme offerte come risarcimento del danno, compresa quella di Euro 40.000,00 offerta per la ragazza. La sentenza impugnata ha in sostanza omesso di rispondere a queste specifiche eccezioni, e non ha offerto una dimensione quantitativa derivante da dati fattuali concreti, anche per l’inesistenza di una consulenza psichiatrica o psicologica sulle conseguenze dannose del reato.
8. La sentenza impugnata deve dunque essere annullata in ordine alla valutazione sul riconoscimento dell’ipotesi attenuata del fatto di minore gravità e della attenuante di cui all’art. 62 c.p., n. 6, con rinvio per nuovo giudizio al giudice del merito.
Il giudice di rinvio, peraltro, dovrà necessariamente compiere una nuova globale valutazione dell’intero trattamento sanzionatorio, nell’ipotesi che accolga entrambe, o anche una sola, delle suddette attenuanti.
L’ultimo motivo di ricorso – con il quale si censura anche la motivazione sulla determinazione della pena base – resta pertanto assorbito, ma non precluso. Il giudice del rinvio, quindi, anche qualora ritenesse non concedibile nessuna delle dette attenuanti, dovrà comunque compiere una nuova globale valutazione del trattamento sanzionatorio alla luce anche delle eccezioni sollevate con il ricorso sulla contraddittorietà della giustificazione addotta dalla sentenza impugnata in punto di perimetrazione della pena base, fissata in misura alquanto elevata rispetto al minimo edittale. La sentenza impugnata ha invero giustificato la pena facendo riferimento alla gravità della condotta ed alla intensità del dolo, anche perchè il L. avrebbe dotato la ragazza di un cellulare per consentire “comunicazioni protette” e l’avrebbe indotta a costruire la falsa apparenza di una normale vita di relazione con un suo coetaneo per celare il proprio rapporto amoroso. Ciò però contrasta con quanto risulta da entrambe le sentenze di merito, le quali non indicano elementi di prova in ordine alla premeditazione nella dotazione del telefonino e nella costruzione di una falsa relazione con tale A., la quale al contrario viene invece spiegata come invenzione della ragazza volta a generare gelosie nell’imputato (pag.
2 della sentenza impugnata).
9. In conclusione, la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio in ordine alla valutazione sulle richieste attenuanti ex art. 609 bis c.p., u.c., ed ex art. 62 c.p., n. 6, restando assorbito, ma non precluso, il motivo relativo alla determinazione della pena base.
Nel resto il ricorso deve essere rigettato.
P.Q.M.
La Corte Suprema di Cassazione annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della corte d’appello di Catanzaro limitatamente alle richieste attenuanti ex art. 609 bis c.p., u.c., ed ex art. 62 c.p., n. 6. Rigetta nel resto il ricorso.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte Suprema di Cassazione, il 15 ottobre 2013.
Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2013

Relazione amorosa.
Qualità dell'atto compiuto.
Consenso.
Assenza di costrizione fisica.
Innamoramento della ragazza.

Provo a cercare di capire cosa possa pensare una ragazza di undici anni quando l'uomo che dovrebbe aiutarla a superare i suoi problemi, di cui si fida, al quale riconosce un ruolo, le chiede -non mi interessa il "come" chiede, se con doni, minacce, promesse- di avere una "relazione amorosa", come la chiamano qui.
Non amo entrare nella mente altrui, ma non mi è difficile immaginare che quando si è in una posizione subordinata (e questa lo è!) si possa arrivare a credere alla legittimità di certe richieste, che si possa vedere "amore" in un sessantenne che dice di amarti e vuole fare sesso con te.
Con ogni probabilità non hai gli strumenti per difenderti, per capire, per analizzare quanto sta succedendo.
A quell'età capita di "innamorarsi" degli adulti, è capitato a tutte. E degli adulti si ha fiducia. Quindi come puoi capire che quello che ti sta chiedendo non è legittimo, non è giusto, non è amore?
A questo punto non posso non essere accanto alle donne, a cominciare dalle calabresi, che si stanno organizzando non solo per mantenere alta l'attenzione sulla vicenda, ma per fare qualcosa di concreto, per gridare che una sentenza simile non solo è disgustosa, ma è anche un pericoloso precedente.
#OgniBambinaSonoIo

lunedì 9 dicembre 2013

Affinità e divergenze tra il camerata Silvio e voi.

Da tempo continuo a chiedermi come sia dichiararsi di sinistra e approvare ridendo metodi fascisti come quelli di Berlusconi e Grillo.

Mi chiedo quale sia la logica nascosta che fa gridare allo scandalo e alla dittatura se Berlusconi vuole cacciare dalla Rai Biagi, Santoro e Luttazzi o se querela giornaliste che osano criticarlo e che fa invece applaudire alla rubrica "il giornalista del giorno".

Mi chiedo che differenza ci sia tra gli insulti di Berlusconi a -prendo una donna a caso- Bindi, più bella che intelligente- e quelli a Maria Novella Oppo, colpevole di non idolatrare il nuovo guru pentastellato. Insulti che riguardano sempre e solo l'aspetto fisico e una presunta mancanza di sesso, mai il merito.

Mi chiedo cosa si provi a condividere foto di "parlamentari abusivi" perché eletti con una legge elettorale dichiarata illegittima, senza accorgersi che uno di loro, Giachetti,  è in sciopero della fame da tempo per protestare contro il Porcellum e che due - Costantino e Farina-  fanno parte di un partito, Sel, che "è stato il primo partito a raccogliere le firme per il referendum abrogativo della attuale legge elettorale e a depositare la proposta per tornare al Mattarellum e cancellare gli effetti nefasti del Porcellum".

Sommessamente, mi chiedo anche che differenza ci sia tra un'evasione fiscale berlusconiana e un condono tombale grillino. 

Eppure qualche innamorato di Grillo me lo ricordo a piazza del Popolo, alla manifestazione per la libertà di stampa, contro il bavaglio, a condividere i post-it de La Repubblica.

Me ne ricordo qualcuno che anni fa mi diceva "si vede che non ti interessa il bene del Paese" perché non volevo avere niente a che vedere col Partito Democratico.

Mi ricordo quando mi presentavano il PD come unica soluzione per poter governare, poi di Di Pietro unica opposisione ed io ero sempre quella che non capiva niente, che viveva fuori dal mondo.

E ora Grillo come panacea per tutti i mali, al grido di "kasta" e "tutti a casa" e poco importano i metodi fascisti che ricordano tanto Berlusconi e il berlusconismo più becero.

Io forse non capirò niente, ma voi siete parecchio confusi.

http://alessiospataro.blogspot.it/2013/12/ovra-top.html


[Pubblicato anche su Globalist, con tanto di commenti in cui mi dicono "peracottaro" :) ]


lunedì 25 novembre 2013

Sul 25 novembre (e un po' di astio tutto personale).

25/11/2012
Ma il messaggio resta lo stesso.



Puntuali ogni anno le polemiche del 25 novembre, Giornata Mondiale per l’Eliminazione delle Violenza sulle Donne, istituita nel 1999 in ricordo delle Las Mariposas, le tre sorelle Mirabal.

È inutile, è discriminatoria, è stupida, è un brand, è importata dall'America.
È discriminatoria (!), è insensata, è ridicola.
Non sono poi così tante le donne ammazzate (così dice Vittorio Feltri), quindi non ha ragion d'essere.
E poi allora gli omicidi? Gli uomini uccisi dalle donne?

Non mi interessano le polemiche, mi fanno schifo gli "approfondimenti" che oggi infestano giornali e programmi televisivi, che però continuano imperterriti a parlare di raptus, dilemma, dramma della gelosia, di amore malato e che nemmeno oggi parleranno delle loro responsabilità.
Perché il linguaggio che si usa veicola messaggi e usare un buon linguaggio alla lunga aiuta nella comprensione reale delle cose.

Nemmeno oggi la politica si interrogherà davvero su quello che significa violenza sulle donne e su quali siano gli strumenti necessari a contrastarla.
Nemmeno oggi si parlerà dell'inoccupazione, del lavoro che non c'è, della chimera dell'indipendenza economica, delle difficoltà per una donna in carriera (solo la donna è "in carriera" quando lavora. L'uomo è al massimo un "gran lavoratore". Magari indefesso, ma la locuzione "uomo in carriera" non si usa e comunque non ha il senso sottinteso che accompagna la donna, che si presume abbia "sacrificato" la famiglia al lavoro) di arrivare ai vertici come i colleghi maschi.
Nemmeno oggi si parlerà di scuola, di educazione, di cultura.

Non si parlerà di sessualità, di contraccezione, di autodeterminazione, di libertà.

Oggi ci saranno tante belle parole dette con tono mesto, voce profonda e sguardi contriti.

E ci saranno uomini che ci spiegheranno come quelli bravi, i veri uomini, trattino le "loro donne".

E ci saranno uomini e donne che ci diranno che ci sono "Donne" e "donne", che qualcuna vale meno di altre e quindi sì, va bene lottare contro violenza e discriminazione di genere, ma...

E da domani leggeremo di nuovo di "raptus", "gelosie", di uomini che "non si sono rassegnati alla fine di un amore", non cambierà il modo di scrivere e parlare della violenza di genere, perché sennò non si vende abbastanza.

Ci saranno ancora disoccupazione, dimissioni in bianco, donne licenziate perché incinta, consultori chiusi, ospedali che ti chiudono la porta in faccia, ma non se ne parlerà, perché scoperchiare il vaso di Pandora non è mai prudente.

E però per fortuna ci saranno quelle che oggi, come ieri, continueranno a lottare per cambiare davvero le cose.





mercoledì 6 novembre 2013

Concitata

Tra le -ahimè troppe- cose che decisamente mancano a questo blog e alla mia persona, c'è sicuramente la capacità di inventare le vite degli altri e delle altre.

E' che io sono una di quelle veterofemministe pelose fissata con  quella storia del "partire da sé" e quindi di solito tendo a non inventare per altre/i vite che non sono le loro.

E però mi sa che questa capacità (che temo sia innata, ma magari con l'esercizio e l'applicazione riesco arrivare a qualcosa di decente) potrebbe aiutarmi a svoltare: c'è chi ci sta facendo su una carriera niente male.

Quindi oggi faccio il mio primo esperimento.

Da quello che ho capito si deve partire da un fattaccio di cronaca, possibilmente roba di sesso, soldi e buone scuole e si deve dire "questa è una storia normale", che a me viene spontaneo leggere con la voce di Franca Leosini.

Purtroppo non conosco la vita dei quartieri alti, quindi per me niente storie dei Parioli. Insomma, ho passato l'adolescenza a Corviale e dopo la parentesi di Monteverde (che non è decisamente più quella di Pasolini: leggetevi "Ragazzi di vita" con un catalogo Tecnocasa sotto mano, poi mi dite) sono tornata nei quartieri bassi, dove di "preferenziale" e  "medici di media fama e medio prezzo"  non ne vedo.

Per non sbagliare, allora, scelgo una storia facile, una "storia normale", appunto, come dicono quelle davvero brave.

Una ragazza di venticinque anni si innamora, lui va a vivere in un paese lontano, lei lo raggiunge e lui la obbliga a postituirsi e di notte, dopo botte e stupri, la chiude in un tugurio poco fuori città, senza luce né acqua.

Da quello che ho capito, dovrei parlare di social network, di scuola, di sessualità troppo allegra e di ribellioni adolescenziali, ma anche di sogni, ambizioni, dolori, miseria.
La storia che ho trovato coi socialnetwork c'entra poco, ma è pur sempre la mia prima volta.

Dovrei inventare una vita per questa ragazza.

Dovrei prestarle pensieri e sensazioni che possano rendere quanto scrivo melenso e strappalacrime, ma senza dimenticare la denuncia sociale e soprattutto facendo in modo che possa piacere  a tutte e tutti, quindi non devo prendere posizione. 
Esempio: si parla di stupro di gruppo su una minorenne? Bene, ad un certo punto devo dire una cosa tipo: "Forse non ha nemmeno lottato per evitare quel barbaro rituale che chissà, magari era proprio quello che l'avrebbe fatta diventare grande, finalmente. Forse per qualche tempo ha pensato: è stato quello che doveva essere."

Dovrei parlare di un'infanzia difficile in un paese povero, di un padre assente, di una madre crudele. 

Magari di un professore porco al liceo. Ammesso che nella vita che sto inventando lei ci sia andata, al liceo.

Poi dovrei immaginare i suoi sogni.  E di certo lei sognava di fare la modella, la segretaria, la moglie, la madre. Qualcosa di "normale", appunto.

Dovrei immaginarla quindicenne davanti allo specchio in una casa povera, umida, coi muri scrostati e il frigorifero perennemente vuoto mentre si trucca e si acconcia i capelli come le cantanti che ha visto sulle riviste.

Dovrei pensarla mentre cammina per la città e osserva belle donne vestite eleganti, con gioielli costosi, scendere da automobili guidate da uomini che lei vede come principi azzurri, come salvatori, magari come il padre che non ha mai avuto.

Dovrei sentire la rabbia e il dolore che di certo prova quando si chiude nella sua stanza di bambina, abbracciando forte un pupazzo ormai logoro, unico amico e confidente, perché la madre non la lascia andare alla festa dell'amica del cuore.

Purtroppo lei non abita ai Parioli e non va in un liceo "per bene", niente smartphone o tatuaggi, devo inventarmi altro.
Quindi in camera lei non chatta e non si fa le foto, ma magari scrive un diario. Uno di quei diari col lucchetto cui affidare i segreti e le speranze più intimi. Rosa. Rosa, come l'innocenza che di lì a poco le verrà rubata. Rosa come il nome che inventerò per lei.

Dovrei raccontare l'incontro con lui, bello, alto, forse tenebroso, ma che con lei sapeva essere dolce e protettivo. E la faceva sentire una donna.

E poi raccontare ancora di lei che sogna di andare via, di scappare lontana da quei muri ammuffiti e vivere con lui, magari in un altro paese, finalmente libera e felice. 

Dovrei respirare con lei la gioia di quella piccola valigia, piena di povere cose, anche di quel pupazzo, dono di un padre che non c'è, ma che non se ne è andato mai dal suo cuore.

Dovrei immaginare quello stesso cuore ferito tante volte che le batteva forte durante il viaggio verso il suo amore, che le aveva detto "vieni, saremo felici".

E poi le botte, gli stupri, i clienti, le umiliazioni, il dolore, la rabbia. 

Il tugurio senza luce e acqua nel quale piangeva silenziosa ripensando alla sua povera cameretta di bambina.


Fa schifo, vero?
Fa schifo immaginare la vita di un'altra come se fosse un film o un romanzo.
Fa schifo mettere in bocca a qualcuno parole che non ha mai detto, pensieri che non ha mai pensato.

Ecco, appunto.


Consigli di lettura:

Concita De Gregorio e lo stupro di Modena: retoriche paternaliste, Billionaire e yogurt avariato

Dalla parte delle ragazze

Facciamo un gioco (a proposito di clienti adulti e adolescenti prostitute)

lunedì 21 ottobre 2013

Di sesso, divertimento e stupro.

Modena.
Sedici anni.
Va a una festa e cinque suoi compagni di scuola la stuprano a turno dopo averla fatta bere.

Non riesco nemmeno ad immaginare una cosa del genere, ma quel dolore me lo sento nella carne.

E nella carne sento una rabbia che non riesco nemmeno ad esprimere leggendo le parole di Giovanardi, non nuovo ad uscite vergognose, che sputano veleno sulle vittime di violenza che non soddisfano i suoi requisiti "etici".
Non voglio entrare nel merito della vicenda che l'Autorità giudiziaria dovrà chiarire in tutti i suoi controversi aspetti. Quello che ritengo insopportabile sono certe dichiarazioni, tra l'indignato e il meravigliato, come se fosse possibile, 364 giorni all'anno, dileggiare ogni regola ed ogni principio educativo, presentando la sessualità come uno dei tanti beni di consumo, e poi scandalizzarsi se i ragazzi non si rendono neppure conto dell'inaudita gravità di certi comportamenti.
Se si sgancia la sessualità da un rapporto di amore e di rispetto reciproco svalutandola a livello di semplice divertimento, non ci si può illudere di risolvere il problema attraverso la repressione penale.
Capito?
Per Giovanardi il punto cruciale è che la sessualità viene sganciata "da un rapporto di amore e di rispetto reciproco".
Il problema per lui non sono cinque ragazzi che fanno ubriacare una ragazza per poi abusarne.
No, per lui il problema è che ci siano persone che fanno sesso "a livello di semplice divertimento".
E c'è poco da stupirsi se con tutta questa libertà ci scappi una violenza.

Avrebbe potuto approfittarne per parlare di educazione ad una sessualità consapevole, di rispetto, di lotta alla violenza di genere. 
Invece no.
E la colpa, di nuovo, sembra essere tutta delle donne stuprate, che magari fanno sesso spesso e volentieri, addirittura "slegandolo" da uno stabile rapporto amoroso.

Quante volte abbiamo sentito dire "guarda quella come va in giro, poi si lamenta se la stuprano"?
Quante volte abbiamo sentito dire "quella se l'è cercata"?
Quanti commenti odiosi siamo costretti ad ascoltare davanti ad ogni gonna corta, ad ogni maglietta scollata, ad ogni donna che rivendica il suo diritto di vivere la propria vita e la propria sessualità come meglio crede?

Dovremmo cominciare tutte e tutti noi a rispondere ogni volta a tono a parole come queste, perché solo così smetteremo di sentire commenti vergognosi come quello di Giovanardi.






venerdì 18 ottobre 2013

Perdonali, Giangiacomo, perché (non) sanno quello che fanno.

Feltrinelli libri e musica, Galleria Colonna, Roma.
Questa è la pubblicità dell'e-reader Kobo, che campeggia nel corridoio della libreria Feltrinelli di piazza Colonna, Roma, dove di solito c'è la classifica libri.

"Stasera mi porto a letto tutta la Feltrinelli".

Una grande azienda, una delle case editrici più importanti del paese, che ha portato in Italia libri importanti (l'esempio più banale è la prima edizione de Il dottor Živago, che costò a Giangiacomo Feltrinelli la tessera del Partito Comunista), non è stata capace di andare oltre un doppio senso alla Alvaro Vitali, che forse farà sghignazzare qualche dipendente e qualche cliente, ma che -almeno a me- sembra dire qualcosa di più.

Mi dice innanzi tutto che ogni volta che qui come altrove si è parlato di pubblicità e comunicazione, sottolineando come il sesso sia sempre più spesso usato per vendere qualsiasi prodotto, avevamo ragione: in questo paese il sesso è la sola cosa che vende e che sta bene su tutto e a quanto pare nessuno ha voglia di uscire dallo stereotipo e tentare qualcosa di diverso. La storia della strada vecchia e della nuova, insomma.

E mi dice che il nuovo corso di Feltrinelli, quello che mette i dipendenti in solidarietà e intanto apre canali televisivi, quello che vende cioccolata, gomme americane e zainetti, quello che vuole chiudere la libreria di via del Babuino, che Giangiacomo, per usare le parole di Inge, voleva diventasse "un luogo della cultura viva e moderna di Feltrinelli a Roma", ha perso la spinta intellettuale e in qualche modo "educativa" (passatemi il termine) in nome del profitto. 
Cosa che, badate bene, va benissimo, dal momento che si parla di un'Azienda e non di un'opera pia, ma che pare stonare con le belle parole che accompagnano le iniziative della stessa.
Che si ammettesse una volta per tutte che dei begli ideali ci si è stufati, che non importa più pubblicare un libro nonostante le pressioni politiche, perché è molto meglio contare i soldi e aprire ristoranti in centro.  Andrebbe benissimo, è più che legittimo. E poi la coerenza è una gran cosa.

Continuo a guardare quell'immagine e mi chiedo cosa ne pensano le tante donne e i tanti uomini che nei prossimi giorni dovranno lavorare con questo bel manifesto dietro la schiena.

Mi chiedo se trovano divertente una pubblicità che li chiama in causa tutte e tutti, che li mette al piano della merce venduta, roba che se voglio "mi porto a letto".

Scusa, Giangiacomo, perché (non) sanno quello che fanno.
Forse.


P.S. Leggetevi questo bel post di Baruda: Un fiore rosso per Osvaldo, Giangiacomo Feltrinelli.

P.P.S. Un'oretta dopo aver pubblicato questo post (che volendo trovate pure su globalist) mi arriva un'email da lafeltrinelli.it:

mercoledì 25 settembre 2013

Di pubblicità, linguaggio e lista delle priorità.

Quando ieri ho visto due parti dell'intervento di Boldrini al convegno su "Convenzione di Istanbul e media", ho avuto la piacevole sensazione di sentire, finalmente, una donna delle Istituzioni, la Presidente della Camera, dire qualcosa che vado dicendo da anni, a scapito della mia stessa sanità mentale e con non pochi problemi nelle relazioni interpersonali.

Quando Boldrini dice ai giornalisti e alle giornaliste presenti in sala che chiedere di essere chiamata "al femminile" non è un puntiglio, ma l'affermazione forte dell'esistenza di un altro genere oltre il maschile, ho pensato a tutte le volte che vengo guardata con un sorrisetto ironico ogni volta che parlo di ministra, assessora, consigliera,  e via dicendo e mi sono sentita meno sola.

Dice Boldrini che il suo pretendere di essere chiamata "la Presidente" è un voler ribadire che "la vita ha più di un genere" e che "non c'è un'esclusiva maschile per certi lavori."

Insomma, se si cambia finalmente il linguaggio, si comincia a cambiare anche la mentalità.

Più o meno quello che ci insegnava Alma Sabatini nel 1987 con le sue "Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana", che a quanto pare non solo non sono mai state recepite, ma sono anche state completamente dimenticate.

Andando avanti, Boldrini si sofferma anche sulle pubblicità, ovvero sulla rappresentazione che le pubblicità fanno delle donne, chiedendosi se nel resto del mondo certi stereotipi sarebbero accettati con la facilità con cui vengono accolti qui da noi.

L'esempio iniziale è quello di una famiglia seduta a tavola mentre la mamma serve la cena, per arrivare a tutti quegli spot in cui il "corpo della donna è usato per pubblicizzare viaggi turistici, yogurt, computer".

È questa, stando alle reazioni su social networks la parte che ha interessato (?) maggiormente.

E di qui la polemica del giorno: fosse servire la cena alla famiglia il problema! Puntigli da radical chic! Ridicola! Ci sono altri problemi!

Personalmente avrei usato un altro esempio, tipo quello della donna che conquista il regno perché è brava a lavare i piatti, o quello del marito che apre la porta alla polvere e dice alla moglie "è per te" o uno qualsiasi del campionario raccolto dalle bravissime di Comunicazione di Genere. Ma il punto fondamentale, per me,  dovrebbe essere che finalmente questa questione sia stata portata all'attenzione dei media in un contesto istituzionale importante quale il convegno sulla Convenzione di Istanbul.

Parlando della mamma che serve la cena ad una famiglia seduta, Boldrini dice che forse questo "meriterebbe una riflessione", dal momento che appare evidente che quelle immagini veicolano un certo tipo di rappresentazione del femminile, fermo (aggiungo io) a cinquant'anni fa.

Continuo a pensare che fino a che questo linguaggio e queste rappresentazioni non verranno cambiati, magari anche mostrando un padre in ginocchio intento a pulire il water o un figlio (uso il maschile volutamente) adolescente che lava i piatti, allora non si potrà pretendere che cambi come per magia anche l'immaginario comune.

E mentre io sono felice di sentire certe parole, c'è chi dice che l'esempio era sbagliato, chi dice che "la presidente" è brutto e chi invece ride perché queste sono solo "idiozie femministe", perdendo, a mio parere, un'ottima occasione per un dibattito serio.

lunedì 16 settembre 2013

"Chi parla male, pensa male e vive male"*

PDL Ravenna. 

Questo cartello è sulla vetrina della sezione del PDL di Ravenna. Pare che a pensarlo ed esporlo siano state delle donne, o almeno così ha tenuto a precisare il coordinatore provinciale, come se la mano femminile rendesse il messaggio meno disgustoso.

Ultimamente per i media e la politica è tutto uno "stupro".
Fateci caso.
Roma è invasa di monnezza? Stuprata!
Il bel quartiere cementificato? Stuprato!
Un'aula del Parlamento è occupata da esagitati ignoranti? Stuprata!
La Costituzione viene infangata, umiliata, snaturata? Stuprata!
Addirittura gli scontri durante un corteo o un goal durante una partita di pallone vengono raccontati con un richiamo alla violenza sessuale.

Sembra che non si riesca a trovare un altro termine di paragone per descrivere qualcosa di brutto, di sbagliato, di orrendo.

E a dire il vero è proprio così: l'orrore della violenza sessuale è assoluto e se devo pensare a qualcosa di atroce, di terribile, qualcosa che ti distrugge, penso inevitabilmente allo stupro.

Mi ricordo che la maestra Laura ci raccontò che suo figlio Luca all'asilo aveva cominciato a dire un sacco di parolacce e lei, per arginare il problema, gli aveva fatto ripetere "vaffanculo" per un po', finché lui stesso si era annoiato della parola e aveva smesso di usarla. 

Ecco, questa è la mia paura: che a furia di usarle male e a sproposito, le parole possano in qualche modo perdere il loro stesso significato, possano "normalizzarsi" e diventare qualcosa di diverso. Ho paura che a furia di dire "strupro" nelle occasioni più disparate si perda tutto il senso dell'orrore, della ripugnanza, del disgusto che quella parola porta con sè, quasi fosse un'onomatopea.

Ah, c'è solo un caso in cui la parola "stupro" sembra perdere parte della sua portata orrorifica: quando una donna denuncia di essere stata violentata.
A quel punto troverete decine di sinonimi molto più blandi.



* Nanni Moretti, Palombella Rossa, 1989