venerdì 7 giugno 2013

Ti vuoi mascherare da "Femminista anni '70"?

"Quando ho saputo che esisteva il femminismo, non sono stata neanche lì a informarmi su cos'era: sono una donna, dunque faccio il femminismo. Non pensavo alle conseguenze, non sono mai stata così su di giri in vita mia, sempre stanca morta e con il cervello che faceva la girandola. Scaricare l'uomo dalle mie spalle, trovarmi con tante possibili amiche, simili, alleate nella stessa barca, con un destino comune, era il massimo di vitalità che avessi mai raggiunto. Intanto traboccava la voglia di uscire dalla prigione e sbeffeggiare il nostro carceriere. Il mio sdegno saliva alle stelle, ma anche la mia felicità perché finalmente esprimevo senza sensi di colpa né complessi di inferiorità la mia voglia di esistere, la mia presenza. Fino a allora ero stata cauta perché non volevo essere fraintesa, e quando anadavo a ruota libera,voleva dire che ero sicura di chi mi ascoltava.
Invece, improvvisamente, ho cominciato a parlare con tante donne e ragazze sconosciute, non avevo più cautele né ritegno: ogni pensiero esplodeva nel buio con colori meravigliosi e io ne ero la più stupefatta. Cercavo di risvegliare questo fuoco nelle altre perché potessero gettarsi nell'acqua fredda e fare una bella nuotata. Lo choc più bello, tonico, salutare che ho mai provato"
Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista, 1978

Io in motorina faccio un sacco di riflessioni.
A volte sembrano anche cose molto intelligenti.
Altre volte sono deliri personali che partono da un ricordo.

Stamani è andata così.
Mi è venuto in mente un Carnevale di una vita fa (seconda o terza media, non saprei) quando zia Rossella mi aiutò a mascherarmi da femminista anni '70.

E allora mi sono messa a pensare al mio rapporto col femminismo.

Secondo me il femminismo è una di quelle cose che hai dentro. Quasi innata. Puoi non saperlo, ma è lì. "Sono donna, dunque faccio il femminismo".
L'idea che una donna non debba essere sottomessa agli uomini o a un ruolo imposto dalla società in cui vive, in qualche modo è sempre stata in me.
Non c'era niente che io non pensassi di poter fare "perché femmina".
Anzi.
Ogni volta che mi si opponeva un rifiuto o mi si vietava qualcosa in nome del mio genere, la voglia di fare e far vedere che potevo farlo non faceva che aumentare.

Le femminucce non corrono così! 
E io correvo.
Le femminucce non giocano a pallone!
E io giocavo.
Le femminucce non fischiano!
E io fischiavo.

Era, banalmente, ma da qualche parte si deve pur cominciare, un voler prendere posizione davanti a tutti: sì, sono femmina e posso fare quello che voglio.
Posso tirare calci a un pallone, posso avere una fionda, posso fischiare, posso arrampicarmi, posso sporcarmi.

Impedirmi qualcosa portando a testimonianza il mio essere femmina, inevitabilmente sortiva l'effetto contrario. 
Quasi fosse una sfida.

Alle medie, non mi ricordo dove e come, lessi una frase che cominciai a scrivere sul mio diario: "Una donna ha bisogno di un uomo come un pesce ha bisogno di una bicicletta".
Provai anche a fare un disegnino esplicativo, ma le mie scarse capacità non lo resero un capolavoro.

Di femminismo sapevo poco o niente, ma mi piaceva l'idea di indipendenza (e di presa per il culo) che quella la frase mi sembrava trasmettere.

Quindi quando zia Rossella mi ha proposto di mascherarmi da "femminista anni '70" sono stata ben felice di indossare quel bellissimo maglione giallo con le maniche scampanate, la gonna lunga e il laccino di cuoio sulla fronte (roba rigorosamente dell'epoca). 
E per aumentare la credibilità della maschera, oltre il simbolo disegnato sulla guancia, zia mi ha insegnato qualche slogan fondamentale, non tutti, allora, per me di facile comprensione:

"Io sono mia!" (con seguente risposta di zio: "perché nessuno te se pia", che ha scatenato qualche minuto di intenso dibattito).
"L'utero è mio e lo gestisco io!" (e qui il problema è stato maggiore. Insomma, sapevo benissimo come funzionava la riproduzione, ma non arrivavo a capire bene perché una dovesse ribadire che su un pezzo del proprio corpo poteva decidere solo lei e soprattutto perché si dovesse manifestare mettendo in mezzo il proprio utero. Cosa che mi costò una rapida lezione sull'aborto).
E poi il mio preferito, quello che dopo la storia del pesce e della bicicletta mi ha fatto muovere qualcosa dentro. 
Forse sarà stata l'enfasi con cui l'ha pronunciato zia Rossella (che quando vuole sa essere particolarmente teatrale), ma quando l'ho sentita gridare "Tremate! Tremate! Le streghe son tornate!" mi sono fomentata tantissimo.

Le streghe! Donne uccise, torturate, bruciate che tornano! E che fanno tremare chi di nuovo le vorrebbe uccidere, torturare, bruciare.

A dodici, tredici anni una cosa così non può non fomentarti.  
In quanto femmina.

Quindi è passato Carnevale, ma ormai queste idee in qualche modo si erano radicate ancora di più.

Niente mi può essere negato perché sono femmina.
Nessuno può decidere al posto mio perché sono femmina.
E se ci provasse mai qualcuno, noi lo faremo tremare.

Al liceo non mi sono mai dichiarata femminista.
Ancora non avevo ben chiaro cosa fosse 'sto femminismo.
La versione più accreditata (e drammaticamente ancora in voga) era che il femminismo è fatto da racchie che non scopano ("perché nessuno te se pia") e che odiano gli uomini. Alle lesbiche ancora non ci eravamo arrivati, ma presto anche queste sarebbero rientrate nella categoria -tutta negativa- delle "femministe" (quanto vi suona familiare?).

Mi ricordo però che sapevo bene cosa fosse l'8 marzo, grazie a mia madre, che ogni anno attaccava il pippone sul fatto che non si doveva "festeggiare" proprio niente, che l'8 marzo è politico e che usare quella giornata per andare al Luneur (il luna park di Roma), o a cena con le amiche senza mariti/fidanzati è una cosa tristissima e indicativa di decadimento. "Ai miei tempi si facevano le manifestazioni!"

Anche al tempo del mio liceo si facevano i cortei.
Mi ricordo un anno in cui "le grandi" chiesero a un mio compagno di classe di togliersi dalla testa del corteo per andare con gli altri uomini in fondo.
Manco lo avesse cacciato a calci. Lui offesissimo, quasi indignato dalla richiesta: non voleva assolutamente perdere l'occasione di stare davanti allo striscione col megafono in mano ad incitarci. La sua ragazza lo difendeva, "le grandi" si stavano cominciando ad arrabbiare e io pensavo: "Be', è l'8 marzo, è una manifestazione delle donne, che ti costa andare in fondo?".
Non lo dissi, non avevo il coraggio: la faccia come il culo ancora non era così sviluppata, ma quando finalmente la sua ragazza se lo portò via, mi misi a chiacchierare con una delle "grandi", riuscendo a spiegare quello che pensavo e trovando in lei non solo un'ascoltatrice, ma anche una che aveva qualcosa da insegnarmi.

Ecco, da lì ho acoltato parecchio.
Mi sono trovata in altri cortei più o meno separatisti, ho sentito parlare le vere "grandi", ho parlato con donne che come me stanno ancora imparando, con altre che non vogliono nemmeno sentir parlare di femminismo, ho letto, ho studiato.
E finalmente mi dichiaro apertamente e convintamente "Femminista", ben consapevole che la mia
ricerca e il mio studio non si esauriranno mai.










9 commenti:

  1. mi sono commossa leggendoti: grazie!

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  2. Che bella cosa che mi dici, Martina.

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  3. quasi nulla è innato..siamo un mix di natura e cultura.

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    1. e beninteso, ciò non ci rende incapaci di decidere per noi stessi

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  4. Bravissima cindivido tutto! Caterina M.

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  5. Questo post è una gran figata.

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  6. mi suona molto familiare :)

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