lunedì 8 luglio 2013

Di culi, spot, galera e tennis.

Venti giorni dall'altra parte del mondo, poi torni qui e ricominci con lo stesso schifo.

Leggo un articolo delirante su Il Secolo XIX (Ragazze in shorts, vi siete viste?) di tale Marco Cubeddu, scrittore non ancora trentenne che pare ossessionato dai culi e dalle magliette bagnate delle "ragazzine di 2a e 3a media" che si fanno i gavettoni di fine anno e che frequenta donne "non esattamente bigotte"  che alla sua domanda sugli shorts delle ragazzine in questione rispondono "non possono lamentarsi se poi le stuprano", scrivendo però subito dopo (in grassetto) che "La violenza sulle donne è disgustosa".
Merita di essere citata la frase che segue il "disgustosa": quell' "anche se" dice molto più di mille parole.
"Anche se, personalmente, penso che femminicidio sia una parola idiota. Ogni omicidio è un omicidio. E dovremmo condannarlo senza ricorrere a ridicole discriminazioni di genere. Inoltre, anche se impopolare, bisogna dirlo: spesso, le violenze domestiche nascono da situazioni in cui, donne con scarsa personalità, si legano a zotici della peggior risma."
Insomma, tutto il campionario di sempre: le donne che provocano mostrando i loro corpi, il femminicidio che non si deve nominare altrimenti discrimina i poveri maschi e le donne colpevoli di farsi picchiare e uccidere da trogloditi perché hanno "scarsa personalità".

Poi c'è la questione pubblicità, con quattro geniali donne del PD che presentano un ddl «Misure in materia di contrasto alla discriminazione della donna nelle pubblicità e nei media», cosa che avrebbe pure un gran senso in un paese come il nostro, se non fosse che pare si propongano multa e carcere per chi mette un culo per pubblicizzare una penna a sfera. 

Le compagne di Un altro genere di comunicazione fanno notare che tra le quattro c'è pure tale Silvana Amati, quella che sostiene l'enorme portata storico-artistico-culturale di Miss Italia, che negli ultimi anni ha fatto campagne contro l'abbandono dei cani e ha permesso a quelle lardose taglia 44 di sfilare con le altre.
Quando si dice la genialità.

Vabbè, è quasi consolante ritrovare tutto esattamente come lo hai lasciato.
Tanto quanto sapere che il becero sessismo non è esclusiva di questo paese (che manco puoi più dire sia "di merda" che pare sia "vilipendio" e quindi rischi una multa per avere offeso la nazione con "un'espressione di ingiuria o di disprezzo che leda il prestigio o l'onore della collettività nazionale, a prescindere dai vari sentimenti nutriti dall'autore"), ma sta anche fuori, per esempio negli studi della BBC, dove un commentatore sportivo interpreta un fantomatico dialogo padre-figlia riferito alla campionessa di Wimbledon, Marion Bartoli, colpevole di "non essere una Sharapova" e quindi costretta ad eccellere nello sport, data l'impossibilità di avere "gambe lunghe" e capelli biondi.
"Do you think Bartoli's dad told her when she was little: 'You're never going to be a looker, you'll never be a Sharapova, so you have to be scrappy and fight'"
Certa monnezza è ovunque. Solo che la BBC ha chiesto scusa, cosa che qui capita di rado e -se capita- c'è sempre di mezzo un "siamo stati fraintesi", "non ci avete capito", "reazioni esagerate ad una provocazione", "le solite femministe".




4 commenti:

  1. La Bartoli non è affatto brutta, ha la sua bellezza come Sharapova e Rafael Nadal (perchè ci sono pure tennisti maschi belli) hanno la loro. Il punto è che se sei un giornalista sportivo non devi commentare l'aspetto degli sportivi

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  2. il punto è che nessuno si permetterebbe di commentare la bellezza di un tennista maschio.
    alessandra

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  3. Esatto.
    Pensa a quello che hanno fatto a Leisel Jones, nuotatrice australiana massacrata alle scorse olimpiadi per il suo peso.

    Dei maschi, al massimo, si sottolinea la bellezza, mai il naso troppo grosso, i denti storti o il culo basso.

    E c'è ancora gente che vuole convincermi che questo non è sessismo, ma maleducazione.

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  4. Sono ammirata da come alcune donne improvvisatesi femministe, o forse anche no - se appartengono preferibilmente alla categoria dell' "io non sono femminista ma" - riescano ad accaparrarsi le sacrosante battaglie delle (altre) donne, svuotandole del loro contenuto e spacciandone una versione taroccata limitata ad una buccia artificiale. Se fossi una parlamentare italiana e volessi redigere una legge anti-sessista in materia di pubblicità, mi farei prima un giro esplorativo, reale e virtuale, negli altri paesi europei, cominciando, per es., dalla Spagna, paese di altrettanta cultura machista, che è riuscito a fare ottime cose in tema. E comunque bentornata.

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