venerdì 18 ottobre 2013

Perdonali, Giangiacomo, perché (non) sanno quello che fanno.

Feltrinelli libri e musica, Galleria Colonna, Roma.
Questa è la pubblicità dell'e-reader Kobo, che campeggia nel corridoio della libreria Feltrinelli di piazza Colonna, Roma, dove di solito c'è la classifica libri.

"Stasera mi porto a letto tutta la Feltrinelli".

Una grande azienda, una delle case editrici più importanti del paese, che ha portato in Italia libri importanti (l'esempio più banale è la prima edizione de Il dottor Živago, che costò a Giangiacomo Feltrinelli la tessera del Partito Comunista), non è stata capace di andare oltre un doppio senso alla Alvaro Vitali, che forse farà sghignazzare qualche dipendente e qualche cliente, ma che -almeno a me- sembra dire qualcosa di più.

Mi dice innanzi tutto che ogni volta che qui come altrove si è parlato di pubblicità e comunicazione, sottolineando come il sesso sia sempre più spesso usato per vendere qualsiasi prodotto, avevamo ragione: in questo paese il sesso è la sola cosa che vende e che sta bene su tutto e a quanto pare nessuno ha voglia di uscire dallo stereotipo e tentare qualcosa di diverso. La storia della strada vecchia e della nuova, insomma.

E mi dice che il nuovo corso di Feltrinelli, quello che mette i dipendenti in solidarietà e intanto apre canali televisivi, quello che vende cioccolata, gomme americane e zainetti, quello che vuole chiudere la libreria di via del Babuino, che Giangiacomo, per usare le parole di Inge, voleva diventasse "un luogo della cultura viva e moderna di Feltrinelli a Roma", ha perso la spinta intellettuale e in qualche modo "educativa" (passatemi il termine) in nome del profitto. 
Cosa che, badate bene, va benissimo, dal momento che si parla di un'Azienda e non di un'opera pia, ma che pare stonare con le belle parole che accompagnano le iniziative della stessa.
Che si ammettesse una volta per tutte che dei begli ideali ci si è stufati, che non importa più pubblicare un libro nonostante le pressioni politiche, perché è molto meglio contare i soldi e aprire ristoranti in centro.  Andrebbe benissimo, è più che legittimo. E poi la coerenza è una gran cosa.

Continuo a guardare quell'immagine e mi chiedo cosa ne pensano le tante donne e i tanti uomini che nei prossimi giorni dovranno lavorare con questo bel manifesto dietro la schiena.

Mi chiedo se trovano divertente una pubblicità che li chiama in causa tutte e tutti, che li mette al piano della merce venduta, roba che se voglio "mi porto a letto".

Scusa, Giangiacomo, perché (non) sanno quello che fanno.
Forse.


P.S. Leggetevi questo bel post di Baruda: Un fiore rosso per Osvaldo, Giangiacomo Feltrinelli.

P.P.S. Un'oretta dopo aver pubblicato questo post (che volendo trovate pure su globalist) mi arriva un'email da lafeltrinelli.it:

3 commenti:

  1. Io alla Feltrinelli voglio bene. In ciascuna delle librerie di Roma ho ricordi di vita.
    Che amarezza.

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  2. Cara Lola che dire? Solo questo ricordo: due o tre anni fa, andai nella mia Feltrinelli di zona, che frequentavo e continuo a frequentare, anche se con minore assiduità rispetto al passato, per acquistare un libro. Un libro uscito poco tempo prima, che mi aspettavo di trovare in una sezione tipo "sociologia", cultura e società", femminismo e dintorni", "donne e mass media". Seeee, lo trovo in una sezione, composta di un paio di scaffali, con il bel titolo "questione femminile". Questione femminile", capito? Una locuzione storicamente contestualizzabile come PCI anni '50. Ecco, quasi quasi lo rimpiango pure, anche se non ero ancora nata. Ma, appunto, anni '50. Siamo nel secondo decennio degli anni 2000, gli eventi si sono susseguiti, i decenni si sono accavallati, e forse alcuni di essi si sono magicamente cancellati, chissà, a giudicare dal titolo che ancora segnala graziosamente i due scaffali della mia Feltrinelli di zona.

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  3. Bell'articolo. Ne abbiamo parlato a lungo nel gruppo FB contro la pubblicità sessista che ho fondato. Potete leggere i commenti qui:
    http://www.facebook.com/groups/139046259478883/

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