giovedì 25 luglio 2013

Vengono a galla.

La cosa migliore della proposta di legge contro l'omofobia è che molta, moltissima gente si sta qualifcando per quella che è, senza nemmeno farci fare la fatica di cercare di capire.

Insomma, non serve leggere tra le righe per interpretare il non detto: il terrore di alcuni ed alcune di essere messi in galera se mai la legge dovesse passare parla da sé.

Certo, dire esplicitamente "a me i froci fanno schifo e non tollero che abbiano i miei stessi diritti" fa brutto, quindi molto meglio buttarla in caciara e inventare cose che non sono.

C'hanno messo in mezzo di tutto, rasentando il ridicolo, tipo la dichiarazione di Costanza Miriano, che mette in mezzo catechismo, bambini, scimmie e aborto:
[...] ho sicuramente 200 persone che sarebbero pronte ad andare in carcere se dire che i bambini hanno bisogno di un padre e una madre diventasse reato. Che faranno? Le metteranno tutte in carcere? E leggere ad alta voce il Catechismo della Chiesa cattolica, che parla degli atti omosessuali come contrari alla legge naturale sarà reato?
[...]
Cos’è l’omofobia? Parliamone. Perché l’omofobia come paura degli omosessuali non esiste, anzi. C’è un “pregiudizio positivo” nei loro confronti. Sono in politica, nell’arte, nella letteratura, nel cinema. Sono giustamente tutelati e inseriti. Ci sono addirittura programmi scolastici, e lo posso testimoniare come madre di quattro bambini, che forniscono ampie catechesi contro la discriminazione. Tanto che secondo me, nell’età dello sviluppo, questo modo di procedere può essere pericoloso e generatore di confusione.
Come puoi spiegare a questa gente che non è in discussione il tuo diritto di dire che sei contraria ai matrimoni e alle adozioni, ma che si vuole evitare che la tua simpatica contrarietà diventi discriminazione e violenza?

Come glielo spieghi che non ci sono solo i gay "tutelati e inseriti" (tipo panda, come le donne) o che si occupano di letteratura, cinema, politica e arte, ma che è pieno di donne e uomini più o meno giovani che non possono dichiararsi apertamente sul lavoro e nella vita perché in questo paese essere gay è considerato da troppa gente qualcosa che "si fa, ma non si dice"?

Come glielo spieghi che ci sono tante e tanti che preferiscono morire piuttosto che continuare a vivere in mezzo a chi li schifa e non fa nulla per nasconderlo, ma anzi rivendica il suo diritto a discriminare?

Come fai a spiegargli che questa legge farà sì che due ragazzi innamorati come Arin e Katie possano vivere la loro vita in pace, senza che ci sia qualcuno pronto a umiliarli, insultarli, minacciarli e magari ammazzarli di botte?

Si mascherano da grandi difensori della libertà di opinione, ma quello che vogliono realmente è che "loro" stiano ben nascosti. In fondo, dopo "anche io ho molti amici gay" la seconda frase più ricorrente tra gli omofobi che si fingono persone per bene è "non ce l'ho coi gay, ma solo con chi lo ostenta".
Io ostento la mia eterosessualità ogni volta che per la strada abbraccio mio marito, quando lo tengo per mano, quando ci baciamo, ma ancora non mi sono mai sentita urlare "etero demmerda, fai schifo!".

Le obiezioni dei grandi difensori della libertà di opinione sono abbastanza ridicole, se si pensa che tutta 'sta storia la stanno facendo per qualche parola aggiunta ad una legge già esistente, che, a quanto pare, per loro non è mai stata un problema (o per lo meno non al punto da fare una "maratona del rosario" per dichiarare la propria preoccupazione e il proprio dissenso).

Dire, poi, che una legge che vuole essere finalmente contro ogni discriminazione discrimini i discriminatori è quantomeno ridicolo.

Cos'è, omosessuali, lesbiche, transessuali sono meno degni di altre "categorie" (passatemi la parola, lo so che è orrenda, ma non me ne viene un'altra al volo)?

Già è punito chi "propaganda idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi", aggiungerci "o fondati sull'omofobia e transfobia" evidentemente per qualcuno deve essere davvero troppo.

Non andrete in galera perché siete omofobi, ma, ripeto, il vostro terrore dice parecchio di voi.



mercoledì 17 luglio 2013

Di cellulite, puttane e fatine.



Tre articoli sui due più diffusi giornali nazionali: La Repubblica e Il Corriere.
Tre perfetti esempi di come le donne siano viste dai media.


Prostituta.

Non donna, ma "prostituta romena".
Sì, nel resto dell'articolo una volta è scritto "donna" e una "ragazza", ma il titolo, quello che attira l'attenzione del lettore dice "prostituta".
E, è inutile e ipocrita negarlo, si sa che quando è una puttana ad essere violentata la percezione che si ha del delitto è quasi "mitigata" per un enorme numero di persone, uomini e (ahimè) donne.
Insomma, stai per strada, vendi sesso, può capitare. 
Te la sei cercata.
E poi ormai prostitutaromena è quasi un  marchio di fabbrica.



Cellulite spietata, non perdona neppure Ilary Blasi

Segue galleria fotografica con dettaglio ravvicinato del culo di Ilary Blasi che se ne sta in pace al mare coi figli.
Anni fa c'era un blog che si chiamava "la magra consolazione", che metteva foto dei famosi e delle famose nei loro momenti peggiori. Culi pieni di cellulite, pance flaccide, occhiaie e via dicendo, ma era -appunto- un blog che voleva far ridere e dire che anche i/le vip sono umani/e e l'autrice si prendeva parecchio in giro. Quasi insisteva più sui suoi difetti che su quelli delle star.
Altro è un giornale serio (?) come Il Corriere della Sera, che ritiene degno di nota il fatto che una donna di trent'anni, che ha partorito due figli abbia la cellulite. Il fatto, poi, che io 'sta cellulite non la veda affatto è un'altro discorso.Insistere sui difetti delle donne pare il nuovo sport nazionale.
Cellulite spietata.
A certa gente deve avere intaccato il cervello, altrimenti non me lo spiego.
Ah, accanto alla galleria di Ilary al mare ce n'è qualcuna sulle tette di non so quale attrice famosa .
Quando si dice i problemi della vita.
 
La fatina delle cellule.

Il titolo dell'articolo è stato modificato in "regina", ma quel "fatina" resta nella stringa.
Per raccontare di una scienziata che ha inventato un metodo per evitare il rigetto nel trapianto per la cura del Parkinson, il Corriere non riesce a trovare di meglio che chiamarla "fatina".


Non posso non chiedermi se, nel caso avesse avuto il pene, avrebbero titolato "il maghetto delle cellule".



Come al solito, le parole sono importanti e come al solito le parole che usiamo per comunicare a volte indicano anche una sorta di "giudizio" su quanto stiamo dicendo.

La prostituta romena, la cellulite di Ilary, la scienziata fatina.
Pensateci.
Pensiamoci.

lunedì 15 luglio 2013

Piccola storia ignobile*



Diciassette anni, rimane incinta.
Non vuole, o magari non può, dirlo a casa.
Passano quattro mesi e si rivolge a una coppia che le vende un blister di pasticche per l'ulcera e lei abortisce. Si dice che i due fossero noti tra "prostitute e donne disagiate". Sciacalli che si arricchiscono sulla vita delle donne.
 
E' una piccola storia ignobile, non è l'unica e non sarà l'ultima: pare che in Italia le adolescenti, le migranti, le prostitute, abbiano iniziato ad usare queste pasticche per abortire. 
Alcune rischiano di morire. 
Donne che non sanno che hanno il diritto di vivere, di andare in ospedale senza rischiare la vita, anche se sono "irregolari", anche se sono minorenni.

E capita a Roma, nel 2013, proprio mentre i media sembrano essersi accorti di quanto tante donne vanno denunciando da anni, inascoltate: la legge 194, che regola l'interruzione volontaria di gravidanza, è sempre costantemente inapplicata e questo sta riportando le donne indietro, all'aborto clandestino, alle mammane, alla morte.

C'è una cosa che mi preme dire (di nuovo), e cioè che il problema non sono solo gli obiettori di coscienza.

Il problema grave, quello che deve essere risolto è l'ignoranza.

Le ragazze, le donne, non sanno quali sono i loro diritti.
Non sanno che possono andare in un consultorio a chiedere consiglio, aiuto, supporto.
Non sanno che possono abortire senza dover chiedere il permesso alla famiglia, che possono partorire e lasciare in ospedale un bimbo o una bimba non voluti, senza che nessuno possa accusarle di niente.

Ma la "colpa" di questa ignoranza non è delle donne.
Non è "colpa" di una ragazzina di diciassette anni, se arriva a credere che la soluzione ad una gravidanza non voluta sia un farmaco contro l'ulcera.

La colpa, stavolta senza virgolette, è di chi omette di informare le giovani di quelli che sono i loro diritti.

La colpa è di chi da decenni boicotta anche solo l'idea di fare educazione sessuale nelle scuole, di chi chiude i consultori, di chi vuole ridurli a niente, di chi rende impossibile accedere alla contraccezione di emergenza.

Sono certa che se di nuovo nelle scuole si parlasse di sesso, di contraccezione, di diritto alla salute, si potrà finalmente far sì che una diciassettenne non debba cercare una coppia di assassini pronta a venderle dei farmaci anti ulcera.





* Francesco Guccini da "Via Paolo Fabbri 43", 1976

mercoledì 10 luglio 2013

Non essere personaggio dominante, sennò ti sgozzo.

Nonostante il rischio concreto di sentirmi fare la solita critica, anche oggi non riesco a non commentare quello che mi circonda.

La notizia è drammaticamente comune: l'ennesima donna uccisa dal marito, l'ennesimo femminicidio.
Ho perso il conto, o forse non voglio contare.
Perché quei numeri sono un cazzotto nello stomaco ogni volta, perché poche ore dopo che Tiziana è stata sgozzata e lasciata in una pozza di sangue dal marito a Landriano (Pavia), Rosi è stata accoltellata dall'ex convivente a Palermo.
Perché per alcune di noi dire "siamo tutte parte lesa" non è uno sterile slogan da gridare ai cortei.

La notizia, dicevo, è una notizia come troppe.

Quello che mi fa male, che mi fa montare una rabbia che non fa che crescere, è il modo di raccontarla, di nuovo, come sempre.

Il Giorno di Pavia, ospita un articolo di tale Gabriele Moroni, che dimostra tutta la sua capacità retorica riuscendo a presentare l'assassino come una povera vittima di una donna "leader, personaggio dominante" nella coppia.
«Mi ha detto che mi avrebbe lasciato. Me lo diceva da tempo. Mi ha insultato. Mi ha tirato uno schiaffo. Non ci ho visto più. L’ho uccisa». La ribellione di un uomo debole, fragile, dominato per anni dalla personalità ben più forte della moglie. Per la prima volta Marco Malabarba, 39 anni, da compiere il mese prossimo, si ribella e lo fa nel modo più sanguinoso, quando ancora è notte. Balzato dal letto, si precipita in cucina, afferra un coltello con una lunga lama seghettata. Un colpo al ventre di Tiziana Rizzi, 36 anni, altri due alla gola, vibrati di taglio, prima da una parte e poi dall’altra. La donna si accascia nel piccolo corridoio di casa, all’altezza della cucina. Muore quasi subito, sgozzata. [Il grassetto è dell'autore dell'articolo.]
Un uomo debole, fragile, dominato, che trova la forza di alzarsi dal letto, andare in cucina, prendere un coltello e sgozzare la moglie.
Una coppia dove è la donna a essere leader, personaggio dominante. Marco Malabarba è stato barista a Milano, poi ha trovato lavoro nella legatoria Lem di Landriano. Un uomo descritto come mite, fragile, una grande passione per il motociclismo condivisa per qualche tempo dalla moglie, entrambi sono iscritti al gruppo Ctbk di Torrevecchia Pia. È Tiziana, impiegata a Milano, a guidare la vita di coppia fin dal tempo del fidanzamento, prima ancora del matrimonio celebrato otto anni fa. Lo fa, secondo il racconto del marito, ricorrendo agli schiaffi. Anni fa i primi gravi dissapori. «La crisi - dice il sindaco di Landriano Roberto Aguzzi - è stata circa tre anni fa, superata con la nascita del bambino». Il rapporto è deteriorato. Tiziana non regge, minaccia a più riprese il marito di andarsene. Marco china la testa, subisce. Fino all’altra notte. Quando qualcosa si rompe.
È un uomo stranito, maglietta bianca, bermuda, mocassini, quello che entra in mezzo ai carabinieri negli uffici della Procura di Pavia. Le indagini sono coordinate dal pm Roberto Valli, coordinate dal procuratore Gustavo Cioppa. Per quasi tre ore Marco Malabarba risponde alle domande del pm, assistito da difensori Simone Marconi e Gianluca Barbieri. È in stato di fermo. «Ho sempre sopportato», si prova a dire. Con voce bassa, tono umile, racconta il suo ménage familiare, finito nel dramma, nel sangue, in un torrida notte dell’estate pavese.
Ora, di donne stronze ne ho conosciute a decine, ma scrivere un articolo del genere, insistendo sul carattere dominante di lei e sull'umile sopportazione di lui, veicola un messaggio.

E il messaggio è che può succedere che un uomo sgozzi la moglie se per anni ha "chinato la testa e subito".
Se ha "sempre sopportato".

Davanti a certe cose io penso che non basti commentare "guarda 'sto stronzo".
O almeno non basta a me.

Io voglio spiegare perché certe parole mi feriscono, perché penso che siano pericolose e perché credo necessario un ripensamento del modo in cui i media raccontano certe storie.

Perché in questo paese viene ammazzata una donna ogni tre giorni e io trovo inaccettabile leggere parole come quelle di Moroni e dei tanti (e, ahimè, tante) come lui che scrivono di raptus, di gelosia, di malattia, di amore, di crisi, mentre quello che resta è una donna sgozzata in corridoio.

martedì 9 luglio 2013

Shhh! Non fargli pubblicità. Di sfoghi e critiche.

Le reazioni di tante e di qualcuno alle parole di Cubeddu hanno portato molte e molti a dire quello che ci viene detto sempre in questi casi: "ignoratelo, così gli state facendo pubblicità".

Ce l'hanno detto quando La Russa, in perfetta sintonia col suo capo, sosteneva che le donne di sinistra sono delle cozze.

L'hanno ripetuto quando Toscani ha fatto quell'orrendo calendario per il consorzio Vera Pelle Conciata al Vegetale.

L'hanno detto ancora quando Massimo Fini  chiamava "vispe terese sculettanti" tre ragazze aggredite in Abruzzo (due di loro vennero uccise, una dopo essere stata stuprata. "Le inchiappettò", furono le testuali parole di Fini).

Ce lo dicono ogni volta che ci troviamo a dover spiegare cosa sia a spingerci a protestare contro un certo uso del corpo femminile nelle pubblicità o in televisione, quando stigmatizziamo parole e immagini usate dai media per parlare alle e delle donne.

Ormai pare che criticare qualcosa o qualcuno, citando le altrui argomentazioni per cercare di portare avanti un'idea e un discorso di senso più o meno compiuto si sia trasformato in un semplice "fare pubblicità".

E allora ecco che arriva puntuale l'esortazione: tizio ha detto che le donne sono tutte mignotte?
Ignoralo!
Caio sostiene che una quattordicenne con gli shorts non può lamentarsi se poi la stuprano?
Ignoralo!
Quel fotografo famoso dice che le donne italiane fanno schifo perché non si depilano?
Ignoralo!
E via di seguito.

Ma fateci caso: l'invito ad ignorare per "non fare pubblicità" sembra valere solo se sei una donna che sta parlando di sessismo, se sei una donna che sta criticando le esternazioni di chi fa discorsi misogini, violenti, sessisti.

Sulle donne si può dire tutto il peggio, ma guai a criticare quel peggio: troverai sempre qualcuno che ti dirà che così stai facendo pubblicità, che fai "il loro gioco", che è "quello che vogliono".

E poco importa se hai in testa mille idee che girano e la necessità di parlare, di spiegare e di spiegarti. 
Meglio il silenzio, chissà, magari il sessismo sparirà da solo.

Gli shorts di Margherita.

Che vi avevo detto?
In questo paese quando qualcuno dice o scrive una stronzata sessista e viene criticato, tra le più classiche delle reazioni c'è dare la colpa alle femministe, strane donne su cui ciascuno si sente in diritto di sputare sentenze, ma di cui in linea di massima non conosce nulla.

Dopo le polemiche per l'articolo sugli shorts (in particolare su quelli che vanno appena sopra le chiappe delle quartine), Cubeddu  gongola sulla sua bravura di "provocatore", e sul moralismo di chi non ha compreso.
Lo scopo di “Intransigenze”, non troppo mascherato, era quello della polemica. Missione compiuta. Il tono delle critiche e degli insulti che ho ricevuto è classico del moralismo al contrario.
Insomma, lui era lì volutamente a provocare (che cosa voglia provocare uno che parla di tette, magliette bagnate e  "ragazzine, giovanissime, con una parte consistente di chiappe in vista" non è dato sapere), ma è stato criticato e insultato da gentaccia moralista al contrario (?) che non ha capito il messaggio sotteso nelle sue parole.

Lui non voleva parlare delle chiappe in vista, ma voleva proporci un profondissimo discorso sulla consapevolezza del sé.

Da chi si fa la cresta e chi veste Armani, ciascuno comunica un’identità in cui si riconosce. L’abito, qualsiasi cosa scrivano i sostenitori di una presunta libertà di pensiero, fa il monaco. Ma il monaco, in questo caso, è quasi nudo. Perché svestirsi se non per farsi vedere? E cosa vuol far vedere, precisamente, chi si sveste, se non la parte che scopre? Cosa dovrebbe comunicare un gluteo al vento? Risulta a qualcuno che Einstein, Margherita Hack, Stephen Hawking, Rita Levi Montalcini, Maria Callas, Frank Sinatra indossassero pantaloncini inguinali? Oggi è la moda dominante e c’è chi sostiene che assoggettarvisi sia un modo di esercitare la propria libertà.
Mah, chi legge questo blog lo sa, io tendo a partire da me.
E io mi metto gli shorts semplicemente perché ho caldo e perché mi piacciono le gambe abbronzate, quindi quando posso ne approfitto per prendere colore.
Il "gluteo al vento"  delle quattordicenni contrapposto a Einstein, Montalcini, Hack e via dicendo, poi, è quanto di più idiota e retoricamente noioso si possa immaginare.
La contrapposizione tra il corpo e il cervello non è proprio una grande novità e se di mestiere io facessi la scrittrice cercherei in tutti i modi di non scivolare in simili banalità.
Che poi c'ho come l'idea che Margherita Hack o Rita Levi Montalcini avrebbero avuto da ridire nel leggere il loro nome in una frase che serve a giustificare un testo che recita: "non possono lamentarsi se poi le stuprano".
Si è liberi di fare tante cose, in questo mondo. Ma non è detto che sia vantaggioso. Credo che per le donne e gli uomini di domani, oggi ragazzi, sia importante soffermarsi a riflettere su quale tipo di persone vogliono diventare.  
Ecco, dimmi come ti vesti e ti dirò chi sei.
Pare di essere tornati ai tempi del liceo, quando qualche prof. particolarmente infame ti giudicava a priori perché avevi la testa rasata e portavi i pantaloni larghi (ogni riferimento è puramente casuale...).
Insomma, indossando una gonna troppo corta, tu stai dicendo quale tipo di persona vuoi diventare. E lo sappiamo tutte quale tipo di ragazza mette le gonne sopra il ginocchio!
Di certo nessuna di quelle quartine che facevano a gavettoni in pantaloncini sarà mai una brillante giornalista, una cantante lirica, una scienziata.
Se solo avesse pensato bene a come vestirsi prima di uscire a divertirsi con amiche e amici!
Se avesse messo una bella gonna sotto al ginocchio, allora sì che sarebbe stato vantaggioso.
La consapevolezza è l’unica vera libertà. Non credo, francamente, che si possa attribuire molta consapevolezza a chi si sveste facendosi oggetto sessuale per lo sguardo lupesco degli altri e pretende allo stesso tempo di non venir giudicato per come appare.
A parte il fatto che lo sguardo lupesco è esattamente quello che si legge nel suo articolo precedente e la cosa è quasi comica, davvero questo tizio ci vuole convincere che una donna che si sveste quando ci sono trenta gradi all'ombra lo faccia per farsi oggetto sessuale?
Ma sopratutto, uomini, non vi manda in bestia essere descritti come delle specie di bestie che se intravedono un centimetro di coscia hanno un'erezione e sono presi dall'irefrenabile impulso a pizzicare chiappe e toccare tette?
Io al posto vostro sarei offesa, giuro.

E poi, davvero questo, che è più giovane di me, ancora giudica la gente per come appare?
Ma dai, manco mia nonna, classe 1934 la pensa così. 
Io, le quartine, perfino Cubeddu, abbiamo il diritto di non essere giudicate e giudicati per come ci vestiamo.
Credevo che questa cosa fosse ormai un dato di fatto per ogni persona sotto i 60 anni.
C'è sempre da imparare.
Le femministe di oggi sono maschiliste inconsapevoli. Difendono il particolarismo di genere per un insano bisogno di autoemarginazione. Penso si dovrebbero abbandonare le fruste retoriche dell’ipocrisia e convenire sul fatto che la maggior parte delle persone che si sveste non ha molti altri strumenti culturali e fa dell’apparenza la sua sostanza. Siamo di fronte a una grande opportunità: sentirci umani e abbandonare le ridicole logiche che vogliono dividerci gli uni dagli altri sulla base di differenze marginali (ieri i pigmenti della pelle, oggi i gusti sessuali o i generi di appartenenza). Servirebbe una maggiore onestà intellettuale e una dissociazione da prebende e cadreghe che si poggiano su queste assurdità. Non sarà facile. Ma, se non ora, quando?
Eh?
Maschiliste inconsapevoli?
Insano bisogno di autoemarginazione?
Fruste retoriche dell'ipocrisia?
Roba da fare impallidire la mia collezione di stereotipi inventata al volo giusto per dire, quasi di sfuggita, che chi si sveste è un'imbecille incolta?
Wow.
Questo sì che si chiama sforzo retorico!

Ah, tanti complimenti a chi pubblica 'sta roba.






lunedì 8 luglio 2013

Di culi, spot, galera e tennis.

Venti giorni dall'altra parte del mondo, poi torni qui e ricominci con lo stesso schifo.

Leggo un articolo delirante su Il Secolo XIX (Ragazze in shorts, vi siete viste?) di tale Marco Cubeddu, scrittore non ancora trentenne che pare ossessionato dai culi e dalle magliette bagnate delle "ragazzine di 2a e 3a media" che si fanno i gavettoni di fine anno e che frequenta donne "non esattamente bigotte"  che alla sua domanda sugli shorts delle ragazzine in questione rispondono "non possono lamentarsi se poi le stuprano", scrivendo però subito dopo (in grassetto) che "La violenza sulle donne è disgustosa".
Merita di essere citata la frase che segue il "disgustosa": quell' "anche se" dice molto più di mille parole.
"Anche se, personalmente, penso che femminicidio sia una parola idiota. Ogni omicidio è un omicidio. E dovremmo condannarlo senza ricorrere a ridicole discriminazioni di genere. Inoltre, anche se impopolare, bisogna dirlo: spesso, le violenze domestiche nascono da situazioni in cui, donne con scarsa personalità, si legano a zotici della peggior risma."
Insomma, tutto il campionario di sempre: le donne che provocano mostrando i loro corpi, il femminicidio che non si deve nominare altrimenti discrimina i poveri maschi e le donne colpevoli di farsi picchiare e uccidere da trogloditi perché hanno "scarsa personalità".

Poi c'è la questione pubblicità, con quattro geniali donne del PD che presentano un ddl «Misure in materia di contrasto alla discriminazione della donna nelle pubblicità e nei media», cosa che avrebbe pure un gran senso in un paese come il nostro, se non fosse che pare si propongano multa e carcere per chi mette un culo per pubblicizzare una penna a sfera. 

Le compagne di Un altro genere di comunicazione fanno notare che tra le quattro c'è pure tale Silvana Amati, quella che sostiene l'enorme portata storico-artistico-culturale di Miss Italia, che negli ultimi anni ha fatto campagne contro l'abbandono dei cani e ha permesso a quelle lardose taglia 44 di sfilare con le altre.
Quando si dice la genialità.

Vabbè, è quasi consolante ritrovare tutto esattamente come lo hai lasciato.
Tanto quanto sapere che il becero sessismo non è esclusiva di questo paese (che manco puoi più dire sia "di merda" che pare sia "vilipendio" e quindi rischi una multa per avere offeso la nazione con "un'espressione di ingiuria o di disprezzo che leda il prestigio o l'onore della collettività nazionale, a prescindere dai vari sentimenti nutriti dall'autore"), ma sta anche fuori, per esempio negli studi della BBC, dove un commentatore sportivo interpreta un fantomatico dialogo padre-figlia riferito alla campionessa di Wimbledon, Marion Bartoli, colpevole di "non essere una Sharapova" e quindi costretta ad eccellere nello sport, data l'impossibilità di avere "gambe lunghe" e capelli biondi.
"Do you think Bartoli's dad told her when she was little: 'You're never going to be a looker, you'll never be a Sharapova, so you have to be scrappy and fight'"
Certa monnezza è ovunque. Solo che la BBC ha chiesto scusa, cosa che qui capita di rado e -se capita- c'è sempre di mezzo un "siamo stati fraintesi", "non ci avete capito", "reazioni esagerate ad una provocazione", "le solite femministe".