mercoledì 25 settembre 2013

Di pubblicità, linguaggio e lista delle priorità.

Quando ieri ho visto due parti dell'intervento di Boldrini al convegno su "Convenzione di Istanbul e media", ho avuto la piacevole sensazione di sentire, finalmente, una donna delle Istituzioni, la Presidente della Camera, dire qualcosa che vado dicendo da anni, a scapito della mia stessa sanità mentale e con non pochi problemi nelle relazioni interpersonali.

Quando Boldrini dice ai giornalisti e alle giornaliste presenti in sala che chiedere di essere chiamata "al femminile" non è un puntiglio, ma l'affermazione forte dell'esistenza di un altro genere oltre il maschile, ho pensato a tutte le volte che vengo guardata con un sorrisetto ironico ogni volta che parlo di ministra, assessora, consigliera,  e via dicendo e mi sono sentita meno sola.

Dice Boldrini che il suo pretendere di essere chiamata "la Presidente" è un voler ribadire che "la vita ha più di un genere" e che "non c'è un'esclusiva maschile per certi lavori."

Insomma, se si cambia finalmente il linguaggio, si comincia a cambiare anche la mentalità.

Più o meno quello che ci insegnava Alma Sabatini nel 1987 con le sue "Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana", che a quanto pare non solo non sono mai state recepite, ma sono anche state completamente dimenticate.

Andando avanti, Boldrini si sofferma anche sulle pubblicità, ovvero sulla rappresentazione che le pubblicità fanno delle donne, chiedendosi se nel resto del mondo certi stereotipi sarebbero accettati con la facilità con cui vengono accolti qui da noi.

L'esempio iniziale è quello di una famiglia seduta a tavola mentre la mamma serve la cena, per arrivare a tutti quegli spot in cui il "corpo della donna è usato per pubblicizzare viaggi turistici, yogurt, computer".

È questa, stando alle reazioni su social networks la parte che ha interessato (?) maggiormente.

E di qui la polemica del giorno: fosse servire la cena alla famiglia il problema! Puntigli da radical chic! Ridicola! Ci sono altri problemi!

Personalmente avrei usato un altro esempio, tipo quello della donna che conquista il regno perché è brava a lavare i piatti, o quello del marito che apre la porta alla polvere e dice alla moglie "è per te" o uno qualsiasi del campionario raccolto dalle bravissime di Comunicazione di Genere. Ma il punto fondamentale, per me,  dovrebbe essere che finalmente questa questione sia stata portata all'attenzione dei media in un contesto istituzionale importante quale il convegno sulla Convenzione di Istanbul.

Parlando della mamma che serve la cena ad una famiglia seduta, Boldrini dice che forse questo "meriterebbe una riflessione", dal momento che appare evidente che quelle immagini veicolano un certo tipo di rappresentazione del femminile, fermo (aggiungo io) a cinquant'anni fa.

Continuo a pensare che fino a che questo linguaggio e queste rappresentazioni non verranno cambiati, magari anche mostrando un padre in ginocchio intento a pulire il water o un figlio (uso il maschile volutamente) adolescente che lava i piatti, allora non si potrà pretendere che cambi come per magia anche l'immaginario comune.

E mentre io sono felice di sentire certe parole, c'è chi dice che l'esempio era sbagliato, chi dice che "la presidente" è brutto e chi invece ride perché queste sono solo "idiozie femministe", perdendo, a mio parere, un'ottima occasione per un dibattito serio.

lunedì 16 settembre 2013

"Chi parla male, pensa male e vive male"*

PDL Ravenna. 

Questo cartello è sulla vetrina della sezione del PDL di Ravenna. Pare che a pensarlo ed esporlo siano state delle donne, o almeno così ha tenuto a precisare il coordinatore provinciale, come se la mano femminile rendesse il messaggio meno disgustoso.

Ultimamente per i media e la politica è tutto uno "stupro".
Fateci caso.
Roma è invasa di monnezza? Stuprata!
Il bel quartiere cementificato? Stuprato!
Un'aula del Parlamento è occupata da esagitati ignoranti? Stuprata!
La Costituzione viene infangata, umiliata, snaturata? Stuprata!
Addirittura gli scontri durante un corteo o un goal durante una partita di pallone vengono raccontati con un richiamo alla violenza sessuale.

Sembra che non si riesca a trovare un altro termine di paragone per descrivere qualcosa di brutto, di sbagliato, di orrendo.

E a dire il vero è proprio così: l'orrore della violenza sessuale è assoluto e se devo pensare a qualcosa di atroce, di terribile, qualcosa che ti distrugge, penso inevitabilmente allo stupro.

Mi ricordo che la maestra Laura ci raccontò che suo figlio Luca all'asilo aveva cominciato a dire un sacco di parolacce e lei, per arginare il problema, gli aveva fatto ripetere "vaffanculo" per un po', finché lui stesso si era annoiato della parola e aveva smesso di usarla. 

Ecco, questa è la mia paura: che a furia di usarle male e a sproposito, le parole possano in qualche modo perdere il loro stesso significato, possano "normalizzarsi" e diventare qualcosa di diverso. Ho paura che a furia di dire "strupro" nelle occasioni più disparate si perda tutto il senso dell'orrore, della ripugnanza, del disgusto che quella parola porta con sè, quasi fosse un'onomatopea.

Ah, c'è solo un caso in cui la parola "stupro" sembra perdere parte della sua portata orrorifica: quando una donna denuncia di essere stata violentata.
A quel punto troverete decine di sinonimi molto più blandi.



* Nanni Moretti, Palombella Rossa, 1989