lunedì 25 novembre 2013

Sul 25 novembre (e un po' di astio tutto personale).

25/11/2012
Ma il messaggio resta lo stesso.



Puntuali ogni anno le polemiche del 25 novembre, Giornata Mondiale per l’Eliminazione delle Violenza sulle Donne, istituita nel 1999 in ricordo delle Las Mariposas, le tre sorelle Mirabal.

È inutile, è discriminatoria, è stupida, è un brand, è importata dall'America.
È discriminatoria (!), è insensata, è ridicola.
Non sono poi così tante le donne ammazzate (così dice Vittorio Feltri), quindi non ha ragion d'essere.
E poi allora gli omicidi? Gli uomini uccisi dalle donne?

Non mi interessano le polemiche, mi fanno schifo gli "approfondimenti" che oggi infestano giornali e programmi televisivi, che però continuano imperterriti a parlare di raptus, dilemma, dramma della gelosia, di amore malato e che nemmeno oggi parleranno delle loro responsabilità.
Perché il linguaggio che si usa veicola messaggi e usare un buon linguaggio alla lunga aiuta nella comprensione reale delle cose.

Nemmeno oggi la politica si interrogherà davvero su quello che significa violenza sulle donne e su quali siano gli strumenti necessari a contrastarla.
Nemmeno oggi si parlerà dell'inoccupazione, del lavoro che non c'è, della chimera dell'indipendenza economica, delle difficoltà per una donna in carriera (solo la donna è "in carriera" quando lavora. L'uomo è al massimo un "gran lavoratore". Magari indefesso, ma la locuzione "uomo in carriera" non si usa e comunque non ha il senso sottinteso che accompagna la donna, che si presume abbia "sacrificato" la famiglia al lavoro) di arrivare ai vertici come i colleghi maschi.
Nemmeno oggi si parlerà di scuola, di educazione, di cultura.

Non si parlerà di sessualità, di contraccezione, di autodeterminazione, di libertà.

Oggi ci saranno tante belle parole dette con tono mesto, voce profonda e sguardi contriti.

E ci saranno uomini che ci spiegheranno come quelli bravi, i veri uomini, trattino le "loro donne".

E ci saranno uomini e donne che ci diranno che ci sono "Donne" e "donne", che qualcuna vale meno di altre e quindi sì, va bene lottare contro violenza e discriminazione di genere, ma...

E da domani leggeremo di nuovo di "raptus", "gelosie", di uomini che "non si sono rassegnati alla fine di un amore", non cambierà il modo di scrivere e parlare della violenza di genere, perché sennò non si vende abbastanza.

Ci saranno ancora disoccupazione, dimissioni in bianco, donne licenziate perché incinta, consultori chiusi, ospedali che ti chiudono la porta in faccia, ma non se ne parlerà, perché scoperchiare il vaso di Pandora non è mai prudente.

E però per fortuna ci saranno quelle che oggi, come ieri, continueranno a lottare per cambiare davvero le cose.





mercoledì 6 novembre 2013

Concitata

Tra le -ahimè troppe- cose che decisamente mancano a questo blog e alla mia persona, c'è sicuramente la capacità di inventare le vite degli altri e delle altre.

E' che io sono una di quelle veterofemministe pelose fissata con  quella storia del "partire da sé" e quindi di solito tendo a non inventare per altre/i vite che non sono le loro.

E però mi sa che questa capacità (che temo sia innata, ma magari con l'esercizio e l'applicazione riesco arrivare a qualcosa di decente) potrebbe aiutarmi a svoltare: c'è chi ci sta facendo su una carriera niente male.

Quindi oggi faccio il mio primo esperimento.

Da quello che ho capito si deve partire da un fattaccio di cronaca, possibilmente roba di sesso, soldi e buone scuole e si deve dire "questa è una storia normale", che a me viene spontaneo leggere con la voce di Franca Leosini.

Purtroppo non conosco la vita dei quartieri alti, quindi per me niente storie dei Parioli. Insomma, ho passato l'adolescenza a Corviale e dopo la parentesi di Monteverde (che non è decisamente più quella di Pasolini: leggetevi "Ragazzi di vita" con un catalogo Tecnocasa sotto mano, poi mi dite) sono tornata nei quartieri bassi, dove di "preferenziale" e  "medici di media fama e medio prezzo"  non ne vedo.

Per non sbagliare, allora, scelgo una storia facile, una "storia normale", appunto, come dicono quelle davvero brave.

Una ragazza di venticinque anni si innamora, lui va a vivere in un paese lontano, lei lo raggiunge e lui la obbliga a postituirsi e di notte, dopo botte e stupri, la chiude in un tugurio poco fuori città, senza luce né acqua.

Da quello che ho capito, dovrei parlare di social network, di scuola, di sessualità troppo allegra e di ribellioni adolescenziali, ma anche di sogni, ambizioni, dolori, miseria.
La storia che ho trovato coi socialnetwork c'entra poco, ma è pur sempre la mia prima volta.

Dovrei inventare una vita per questa ragazza.

Dovrei prestarle pensieri e sensazioni che possano rendere quanto scrivo melenso e strappalacrime, ma senza dimenticare la denuncia sociale e soprattutto facendo in modo che possa piacere  a tutte e tutti, quindi non devo prendere posizione. 
Esempio: si parla di stupro di gruppo su una minorenne? Bene, ad un certo punto devo dire una cosa tipo: "Forse non ha nemmeno lottato per evitare quel barbaro rituale che chissà, magari era proprio quello che l'avrebbe fatta diventare grande, finalmente. Forse per qualche tempo ha pensato: è stato quello che doveva essere."

Dovrei parlare di un'infanzia difficile in un paese povero, di un padre assente, di una madre crudele. 

Magari di un professore porco al liceo. Ammesso che nella vita che sto inventando lei ci sia andata, al liceo.

Poi dovrei immaginare i suoi sogni.  E di certo lei sognava di fare la modella, la segretaria, la moglie, la madre. Qualcosa di "normale", appunto.

Dovrei immaginarla quindicenne davanti allo specchio in una casa povera, umida, coi muri scrostati e il frigorifero perennemente vuoto mentre si trucca e si acconcia i capelli come le cantanti che ha visto sulle riviste.

Dovrei pensarla mentre cammina per la città e osserva belle donne vestite eleganti, con gioielli costosi, scendere da automobili guidate da uomini che lei vede come principi azzurri, come salvatori, magari come il padre che non ha mai avuto.

Dovrei sentire la rabbia e il dolore che di certo prova quando si chiude nella sua stanza di bambina, abbracciando forte un pupazzo ormai logoro, unico amico e confidente, perché la madre non la lascia andare alla festa dell'amica del cuore.

Purtroppo lei non abita ai Parioli e non va in un liceo "per bene", niente smartphone o tatuaggi, devo inventarmi altro.
Quindi in camera lei non chatta e non si fa le foto, ma magari scrive un diario. Uno di quei diari col lucchetto cui affidare i segreti e le speranze più intimi. Rosa. Rosa, come l'innocenza che di lì a poco le verrà rubata. Rosa come il nome che inventerò per lei.

Dovrei raccontare l'incontro con lui, bello, alto, forse tenebroso, ma che con lei sapeva essere dolce e protettivo. E la faceva sentire una donna.

E poi raccontare ancora di lei che sogna di andare via, di scappare lontana da quei muri ammuffiti e vivere con lui, magari in un altro paese, finalmente libera e felice. 

Dovrei respirare con lei la gioia di quella piccola valigia, piena di povere cose, anche di quel pupazzo, dono di un padre che non c'è, ma che non se ne è andato mai dal suo cuore.

Dovrei immaginare quello stesso cuore ferito tante volte che le batteva forte durante il viaggio verso il suo amore, che le aveva detto "vieni, saremo felici".

E poi le botte, gli stupri, i clienti, le umiliazioni, il dolore, la rabbia. 

Il tugurio senza luce e acqua nel quale piangeva silenziosa ripensando alla sua povera cameretta di bambina.


Fa schifo, vero?
Fa schifo immaginare la vita di un'altra come se fosse un film o un romanzo.
Fa schifo mettere in bocca a qualcuno parole che non ha mai detto, pensieri che non ha mai pensato.

Ecco, appunto.


Consigli di lettura:

Concita De Gregorio e lo stupro di Modena: retoriche paternaliste, Billionaire e yogurt avariato

Dalla parte delle ragazze

Facciamo un gioco (a proposito di clienti adulti e adolescenti prostitute)