giovedì 30 gennaio 2014

Il mio primo ciclo. Alessandra.

Alessandra l'ho conosciuta un giorno di maggio.
E' una di quelle donne che dici che "c'ha una capoccia così". E poi è gentile, dolcissima e quando parla o scrive io fremo, perché spesso mi dice cose che "sono mie" e che magari ancora non lo sapevo.

Vabbè, questa è la sua prima volta e io sono felice e onorata che abbia deciso di raccontarmela.





Il giorno in cui ho avuto il mio primo ciclo mestruale me lo ricordo abbastanza bene. Avevo tredici anni ed era il tredici di aprile. Una data che poi in fondo è stata significativa e in cui mi sono capitate altre cose importanti. Mica perché l’avevo preventivato ma perché come spesso capita ci sono numeri che ritornano. Sapevo già tutto quello che c’era da sapere, almeno da un punto di vista biologico. Mi sedevo comodamente in un tappeto, dietro una poltrona, e leggevo avidamente un’enciclopedia che veniva tenuta in bella vista e che si intitolava «Professione donna». Era blu scura con dei volumi sottili ma dettagliati di foto e spiegazioni. E io la consultavo perché pensavo che se essere donna era addirittura una professione allora mi sarei dovuta documentare presto. Anche perché nessun* si era mai sognat* di informarmi in tal senso e avevo come la sensazione che avrei dovuta fare da sola su una roba serissima. In compenso, non sapevo quasi niente del mio corpo. Come mi è capitato per alcuni anni successivi, credevo che la testa precedesse il (mio) corpo e che quella scoperta sarebbe stata una difesa.

Insomma, ero alla casa al mare con genitori, fratello e sorella. Non ho accusato nessun dolore, nessun patema o turbamento che mi potesse avvisare di qualche modifica in atto. Sapevo qualcosa di assai vago sulla spm ma evidentemente a me non accadeva niente. Quando ho raccontato a mia madre che avevo visto del sangue, mi ha abbracciato e mi ha chiamata come sempre aveva fatto: - Gioia. Sei diventata una signorina! Non ho mai capito cosa volesse dire questo cambiamento di status, ma se si rallegrava il seguito di quella faccenda non sarebbe stato poi così brutto. Al di là delle mie ovaie, dico, c’era qualcosa di imponderabile che mi metteva in relazione con lei e con molte altre. In ogni caso, rimasi immobile su un divanetto di vimini per un tempo imprecisato, tipo statua di sale. Non so per quale ragione ma quando mamma se ne accorse mi disse: - Guarda che puoi fare tutto quello che vuoi, è uguale a prima. E in effetti ho potuto fare sempre tutto quello che ho desiderato. Mi colpiva invece che le mie compagne di classe per giustificarsi a scuola, nell’ora di educazione fisica, dicessero che erano indisposte. Dal canto mio, non ho mai patito un dolore che fosse uno. Ed ero anche un po’ in imbarazzo perché sapevo da alcune amiche che per quella che chiamavano “indisposizione” si poteva finire pure in ospedale tra dolori lancinanti e medicinali non ben identificati. Il confronto con mia zia sul tema è stato invece più vicino ad un altro sapere: - Cilla, (vezzeggiativo che più o meno corrisponde ad un’affettività intraducibile), adesso stai attenta a toccare l’acqua gelata perché potrebbero bloccarsi. Mi figuravo così le mie ovaie che improvvisamente mi si atrofizzavano per un divieto venuto chissà da dove. Sicuramente in quel «Professione donna» non c’era scritto tutto, era un altro tipo di pericolo su cui non ero stata edotta. Dunque ha continuato: - Perché l’acqua quando è gelata, mhm (con quel suo viso tutto corrucciato che presagiva cose non ben controllabili), coro meu! (che tradotto risulterebbe: cuore mio!). Ma in quel coro meu dalla voce graffiata di mia zia, c’era una specie di sottile struggimento per una condivisione e insieme una forza che in quel momento non potevo immaginare interamente. Un’intermittenza ancora senza ordito che andava ben oltre il gesto mensile di prendermi cura delle mie mestruazioni. C’era, tra le altre cose, un corpo che non sapevo di essere e di potermi autorizzare a sentire. [Alessandra]



Se volete raccontarvi: ritentasaraipiufortunato@outlook.it

Nessun commento:

Posta un commento

Sproloquia pure tu.