martedì 28 gennaio 2014

Il mio primo ciclo. Valentina.

I maschi della classe in odore di ormoni, lo sapevano ben prima di me. 
Le mie tette accennate e dopo neppure un mese già alle soglie della terza,  dovevano avergli sguinzagliato le papille olfattive. 
Dopo una settimana facevo 13 anni e c'erano di mezzo pure gli esami di terza media. Fatto sta che un giorno dopo la ricreazione sento un drago ferocissimo nella panza: mi contorce le budella e mi convinco, con il mio già solido lirismo da sfigata, che si trattasse di un male eterno , che stessi per morire nel cesso della scuola Nicolò Forteguerri.
Torno a casa dissimulando le atrocità che mi agitavano la panza, e scopro che oltre la tetta fuori controllo, c'era anche altro ed quel blob agiva contro la mia volontà. Un sangue involontario che doveva avere a che fare con la storia del mestruo che Zia Carla aveva predetto. Roba colorata lì sulle mie ignare mutande.
Il contrasto tra gli slip da ragazzina demente che ancora ti sceglie tua madre e il sangue che marca la tua tappa irreversibile. Oggi, non nel 1987,  sarebbe roba da Emo.
Avevo una mezza idea della cosa ma la mannaia generazionale si abbatté veramente solo dopo che chiesi spiegazioni a Mamma. Era inequivocabilmente roba di donne, perciò lancio l'urlo ancora chiusa nel bagno.
Era la cosa giusta da fare, quello lo sapevo.
La chiamo proprio MAMMA.
Nel 1987 ancora non la chiamavo Patch, nomignolo -iperbole coniato da me e fratello per  accostarla grottescamente a  Pacciani, le sue performance di affinità nei termini di cinismo nel maneggiare la crisi adolescenziale delle figli erano distanti a compiersi... altri quattro anni comunque.
Già allora mamma Patch sventolando il pannolone-cilicio della infanzia irrimediabilmente persa, mi aveva indicato la via del sanguinamento mestruale, una specie di indicazione vagamente nefasta che profetizza il travaglio.
"Sappi che da oggi in poi sei donna, e ogni mese ti farà male. Più o meno"

Poi a stretto giro: affaccio sul cortile, settimo piano, comunicazione con l'amica del palazzo davanti con la eco formidabile del condominio di largo Preneste, commenti indecifrabili e una me stessa  alla ricerca di un pertugio sotto la scarpiera del cesso, il rifugio da cui  speravo di non dover più uscire.
Poco dopo: telefonata a mio padre, tono parimenti eccitato, sprofondamento e malore.
Il cortile aveva una acustica perfetta, probabilmente lo sapevano già anche al Pigneto.
Poi ci fu il carosello anche delle telefonate alle matriarche di casa: a Zia Carla (e giù moine inutili) + cugina Clara  (memoria azzerata, figura familiare scialba)  poi misteriosamente scomparsa dalla biografia di famiglia qualche anno più tardi. 
"Sai la novità" con lo sguardo acuto e pieno di intesa selvaggia " Valentina è diventata signorina!" alla sua amica il giorno dopo mentre andavamo alla Conad.

Epilogo. Io tredicenne davanti al Fruttolo, osceno  prodotto da banco frigo anni 80, Conad di Roma sud est, mia madre che finge di buttarla li con una naturalezza che non le apparteneva minimamente  " Hai capito la differenza di come sei ora Valentina ?  Tu ora puoi fare i figli" ... " ehm .. Statte attenta".

Se volete condividere le vostre storie: ritentasaraipiufortunato@outlook.it 

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