giovedì 13 febbraio 2014

Sconosciuti, normalità e stereotipi.




Da un anno circa, prima di Un Posto al Sole, su Rai 3 va in onda Sconosciuti.

Protagoniste, come sempre, le persone che di solito non vanno in tv.  Un censimento televisivo dell’Italia, uno specchio in cui ogni spettatore può riconoscere una parte di sé e della propria famiglia.
In ogni puntata i protagonisti raccontano la propria vita in un intreccio di ricordi, emozioni e immagini che riportano alla memoria le tappe e le scelte più importanti: l’amore, il lavoro, le difficoltà economiche, le crisi personali, la crescita dei figli, le decisioni sofferte, gli eventi che hanno prodotto svolte decisive e significative.
Sconosciuti accende i riflettori sulle persone comuni che hanno una storia semplice e per questo straordinaria, intessuta di sacrifici e di fatiche, illuminata dall’amore e dall’amicizia.
Ridono, piangono, amano, cadono, si rialzano e tornano a sorridere.
Sconosciuti è la storia della nostra personale ricerca della felicità
Così si legge sul sito.

Dice Simona Ercolani, autrice del programma:
Raccontiamo in 23 minuti le vite delle persone normali. Evitiamo coloro che hanno vite estreme. L’idea è di raccontare la vita normale, anche se nessuna lo è, vista da vicino. La scommessa è far raccontare a persone di ceto medio la loro esistenza.
Mi capita di vederlo, mentre preparo la cena o fumo una sigaretta in attesa di UPAS e riesco a volte anche a "seguirlo", nonostante io trovi insopportabilmente ansiogena la colonna sonora.

Comunque, quello che ho notato dalle poche puntate che ho visto "con attenzione" sono  l’eccessivo buonismo e gli spottoni su quanto è bella la famiglia.

I personaggi, gli Sconosciuti, sono spesso parecchio stereotipati, le storie, "normali", qualsiasi cosa significhi, hanno sempre una morale, racchiusa in una citazione colta della voce fuori campo, che pare tenda a rimettere tutto sulla retta via, quella socialmente accettata, quella della famiglia per bene, della famiglia italiana dei bei tempi.

Che poi è esattamente quello che si cercava: niente vite estreme e racconto del ceto medio.

Il programma non mi piace, ma in effetti offre uno spaccato interessante del paese. 

In quel "ceto medio" dalla vita "normale" c'è un po' di tutto, e tutto è "socialmente accettabile" dall’italiano medio.

Ieri stavo come al solito facendo altro, ma la storia raccontata mi ha distratta quando ho intrasentito che la protagonista, poco più che adolescente, era rimasta incinta ed era stata lasciata dal fidanzato.

Dice la voce fuori campo che lei non sapeva cosa fare e soprattutto come dirlo al padre, che però, dopo un momento di smarrimento, le ha detto "se vuoi puoi tenere il bambino".
Ah, che bravo! Ah, che apertura mentale! Uh, quanto amore per la sua bambina!

Brividi lungo la schiena.
Se vuoi puoi tenere il bambino”.
Be’, tante grazie. Non è che ci siano altri modi per tenere un bambino se non volerlo. In caso contrario si chiama coercizione e maternità obbligata.

Ma va bene, probabilmente sono io che vedo sempre il marcio dove non c’è, che cerco la polemica anche quando non serve. 
L’hanno detto male: volevano solo dire che il padre di lei sarebbe stato vicino a sua figlia qualsiasi cosa avesse scelto. Che poi è esattamente quello che dovrebbe fare un genitore, ma questa è un'altra storia.

Bla bla bla, il racconto continua. 

Lei si arruola nell’esercito e vede per la prima volta lui, che le fa l’occhiolino dalla moto, mentre la sua ragazza di allora era dietro.

Lui è il prototipo del maschio viziato, quello che mamma gli prepara la colazione ogni mattina, gli stira i panni, gli mette su casa e via dicendo.

I due si innamorano.
Decidono di vivere insieme.

"A me non piaceva l’ambiente della camerata… donne, uomini… ma che ne so… 'sti caporali, uno entrava dalla finestra, l’altro dalla porta… così le ho detto: o me o la vita militare… scegli."
"E io ho scelto lui".

E niente, qui mi è venuta la pelle d'oca.

Questa storia ci racconta, credo, moltissimo.

Ci racconta come, ancora oggi, la "scelta" tra il proprio compagno e il proprio lavoro, sia considerata normale e accettabile, a volte perfino segno di grande amore e romanticismo.

È un problema culturale che va ben oltre la storia degli sconosciuti di Rai 3.

È un lavaggio del cervello continuo e implacabile, che tutte (e tutti) subiamo da sempre.

La donna che rinuncia alla propria vita, alle proprie aspirazioni, al proprio lavoro per "la famiglia" è il solo modello di donna davvero accettato.
Le altre, quelle che vogliono lavorare, viaggiare, vivere come meglio credono la propria vita, sono elementi disturbanti, estranei, spiazzanti.

L'uomo che chiede alla propria compagna di "scegliere" è un uomo innamorato, che vuole "badare a lei e alla famiglia". Che "non le farà mancare niente" e che "si prenderà cura di lei".
Spero sia chiaro che non sto assolutamente giudicando la scelta della sconosciuta dell’altra sera, ma che voglio solo ragionare su un certo modo tipico dei media nostrani di presentare la "normalità", che va ben oltre il programma in questione.

Fateci caso: la donna-in-carriera è sempre connotata in maniera negativa.

È una che trascura la famiglia, ammesso e non concesso che tra una riunione e un viaggio di lavoro sia stata capace di farsene una. È una donna dura, che non indulge a nessun sentimentalismo, sola, incapace di creare relazioni sincere, stabili, durature.
Una stronza, insomma.
E anche una fallita, perché, si sa, le donne sono fatte per essere madri e per quanto possa piacerti il tuo lavoro, non sarà mai come avere un/a figlia/o

Quello che i media ci presentano continuamente è un mondo in cui maschi e femmine hanno ruoli ben distinti che non possono essere intercambiabili, a meno di non voler distruggere l’armonia.
Se poi ci si trova davanti alla pratica, a un uomo che cura i propri figli, che li porta a scuola e a nuoto, che prepara da mangare e magari decide addirittura di rimanere a casa a fare il casalingo, allora è un mammo, una cosa speciale, quasi incredibile e comunque è uno decisamente strano, che si guarda con un po' di pena (chissà che stronza sua moglie!) tra una risatina e l'altra. 
Lo vediamo ovunque, nelle pubblicità, nei telefilm, perfino nel mio adorato UPAS, con Filippo che non gradisce che Viola torni a casa la sera da sola e che quando lei viene aggredita in strada le dice di smetterla di uscire da sola.

Viviamo in una società che insegna a noi donne come "proteggerci", dove per "protezione" si intende restarsene ben tappate in casa e se proprio si deve uscire, a farlo in compagnia di un uomo che possa salvarci dai cattivi.

Quando usciremo da questo tunnel?

Siamo sicure e sicuri che non sia necessario ora più che mai un cambio di rotta totale?
 
Che non sia ora per i media tutti di cominciare a parlare di donne altre, che magari non hanno voluto avere una famiglia, che preferiscono lavorare fino a tardi, che vanno in vacanza da sole e non hanno bisogno di uno che "badi" loro, come se fossero "normali" e non delle specie di Amazzoni dal cuore di pietra?




10 commenti:

  1. Penso che i telefilm e la narrativa in generale devono raccontare l'umano e la vita e la società, esistono uomini come Filippo, che hanno quei comportamenti e vanno raccontati e anche se non ci piace e ci sembra (e magari è) antiquato esiste anche gente come i due "sconosciuti" (per conto mio io non porrei mai alla donna che amo un ultimatum tra me e il suo lavoro). Esistono donne "stronze" in carriera o meno così come ci sono uomini stronzi.in carriera o no.(e per avere successo in certi ambienti una certa durezza di carattere è necessaria), raccontarli è legittimo come si raccontano uomini e donne non stronzi
    Esistono le famiglie, i sentimenti, i rapporti, i legami, i conflitti e pure questo va raccontato. E una donna (e pure un uomo) che vorrebbe una famiglia e dei figli non si sta necessariamente annullando e si può essere bravi genitori che si lavori fuori casa o no.
    P.S. un posto al sole è una delle poche fiction italiane di qualità accettabile ma in Italia qualcosa che sia all'altezza, in ogni senso, delle serie tv anglosassoni è difficile trovarlo

    RispondiElimina
  2. ...capisco la necessita' di vivere la vita in tutti suoi aspetti,compreso il lavoro/carriera,ma non sono d'accordo sull'incolpare un retaggio culturale.La donna è madre e credo che la proposta dell'uomo di soddisfare i suoi bisogni risalga alla stessa natura umana,alla necessità di garantire la prosecuzione della specie,al bisogno di fornire alla donna una protezione che in questo modo protegga anche l'uomo e la possibilità di procreazione,pare fuoriluogo,ma il sentire è sincero,saluti.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. "La donna è madre".
      Anche no.
      Io non sono madre, ma sono donna.
      E non ho bisogno di essere protetta da nessuno.

      Elimina
    2. Brava Lola! Pure io non so che farmene di un uomo, mi proteggo da sola. E dato che ho un brutto vizio che si chiama mangiare, devo lavorare.

      Elimina
    3. La donna NON é madre. NON nasce madre, ma lo diventa, esattamente come un uomo diventa padre. E no, non voglio essere protetta, ma voglio camminare affianco al mio uomo, da pari a pari.

      Elimina
    4. voler proteggere chi amiamo, sentirsi protetti/e non vuol dire necessariamente essere inferiori o ritenere l'altro inferiore. Bisogna distinguere

      Elimina
  3. Caro anonimo
    la donna è madre quanto l'uomo è padre, essere genitori è una scelta. E in amore ci si dovrebbe proteggere a vicenda.

    RispondiElimina
  4. Stiamo parlando di che cosa si sceglie di rappresentare, e di come si sceglie di rappresentarlo. La rappresentazione di qualsiasi cosa, in qualsiasi forma, comporta la necessità di una scelta, e la scelta non è neutra o casuale. E' questo il punto. Sull'insopportabile edulcorazione di qualsiasi dato di realtà che passi attraverso le lenti consolatorie e narcotiche di un pessimo programma di para-verità, niente da aggiungere a quanto ha scritto l'autrice.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. per fortuna non ci sono solo programmi di para-verità. Comunque si rappresenta ciò che fa parte dell'umano anche in base al tipo di storia che si vuol raccontare

      Elimina
    2. Eh? Cioé? E quindi? Vogliamo intasare il commentario di Lola all'infinito? Volendo, potremmo.

      Elimina

Sproloquia pure tu.