giovedì 24 luglio 2014

Di donne, guerra e "provocazioni".

In questi giorni terribili, tra aerei che cadono, migranti che muoiono in mare, la guerra in Siria che continua ad uccidere e Gaza di nuovo e sempre sotto attacco, mi sembra folle, inutile e ridicolo scrivere di donne e di parole.
Ma è più forte di me.
Alcune cose lette negli ultimi giorni mi spingono a farlo. Per me, ovviamente, per cercare di capire dove vivo, chi mi circonda.

Ho trovato diversi post che raccontano di un professore israeliano dell'Università Bar-Ilan, tale Mordechai Kedar, che ha affermato che il modo migliore per stroncare la resistenza palestinese sarebbe far sapere al "terrorista" che "se tira il grilletto o si fa esplodere, la sorella, la moglie o la madre saranno stuprate".

Su un web magazine che si occupa (anche) di Palestina e Israele ho trovato una trascrizione in inglese dell'intervento e il link all'audio (in ebraico) della trasmissione.

Kedar: "A terrorist, like those who kidnapped the boys and killed them, the only thing that will deter them, is if they know that either their sister or mother will be raped if they are caught. What can we do? This is the culture that we live in –"
Interviewer, Yossi Hadar: “—Yes, this sounds bad, but…”
Kedar: “It sounds very bad, but this is a lesson. This is the Middle East. Only the knowledge that –
Hadar: “Well, we can’t do things like this –“
Kedar: “I’m telling you, I’m talking about them, I’m not talking about what we can do or not do. I’m telling you what they live in. This is the only thing that deters a suicide bomber. If he knows that when he pulls the trigger, or blows himself up, his sister will be raped. That’s it. That’s the only thing that will bring him back home, to keep the honor of his sister. This is the culture of the Middle East. I didn’t create it, but this is the situation.”
Keidar: "Per un terrorista, come quelli che hanno rapito e ucciso i ragazzi [i tre ragazzi rapiti e uccisi a Hebron], la sola cosa che potrebbe fare da deterrente, è che sappia che sua sorella o sua madre sarà stuprata qualora venisse catturato. Cosa possiamo farci? È la cultura in cui viviamo"
Intervistatore, Yossi Hadar: "Sì, suona male, ma..."
Keidar: "Suona molto male, ma è una lezione. Questo è il Medio Oriente. Solo la consapevolezza che..."
Intervistatore: "Be', non possiamo fare certe cose"
Keidar: "Sto parlando di loro. Non sto parlando di cosa possiamo o non possiamo fare noi. Ti sto parlando di come vivono loro. Questa è la sola cosa che potrebbe fermare un attentatore suicida. Sapere che quando premerà il grilletto, o si farà saltare in aria, sua sorella sarà stuprata. Tutto qui. È la sola cosa che lo farebbe tornare a casa, conservare l'onore di sua sorella. Questa è la cultura del Medio Oriente. Non l'ho creata io, ma questa è la situazione.
[Ho tradotto io, siate comprensive e comprensivi.]
A queste parole è seguito un comunicato dell'università Bar Ilan:
Dr. Kedar did not call and does not call to fight terror with anything but legal and moral means. Dr. Kedar wished to stress that there are no means to deter suicide bombers, and used the example of rape as an exaggeration. To remove any doubt whatsoever, there is no recommendation, God forbid, in Dr. Kedar’s words to do these horrific things. The purpose was to define the culture of death of the terrorist organizations. Dr. Kedar illustrated in his words the bitter reality of the Middle East and the inability of a modern and law abiding country to fight terror of suicide bombers.
Il dr. Kedar non incita a combattere il terrorismo con niente altro che mezzi legali e morali. Vuole enfatizzare il fatto che non esistono mezzi per fermare un attentatore suicida e ha usato l'esempio dello stupro come un'esagerazione. Comunque, per fugare ogni dubbio, non c'è alcun incitamento a compiere questi atti orrendi, Dio non voglia, nelle parole del dr. Kedar. Lo scopo era quello di definire la cultura della morte delle organizzazioni terroriste. Il dr. Kedar voleva sottolineare con le sue parole l'amara realtà del Medio Oriente e l'incapacità di uno stato moderno e rispettoso della legge di combattere il terrore degli attentatori suicidi.
[Ho di nuovo tradotto io, continuate ad essere comprensive e comprensivi.]

Quella dello stupro come arma di guerra non è una novità.

Di certo non è la brillante intuizione del professor Keidar, ciò che come per magia fermerebbe qualsiasi conflitto.

Durante ogni guerra, da sempre, le donne pagano sui loro corpi.
Sistematicamente.
Stuprate e uccise per punire il nemico, per impaurirlo, per domarlo, per fiaccarne la resistenza.
Usate come oggetti, come se bombardare una casa, bruciare una caserma e violentare una donna fossero la stessa cosa.
Gli esempi da portare sarebbero infiniti.
Ne sono piene storia di Roma, quella delle guerre mondiali, dei conflitti nella ex Jugoslavia, delle lotte di indipendenza, delle rivoluzioni.

Una rapida ricerca in rete produrrà centinaia di risultati egualmente terribili.

Nel suo "Against Our Will. Men, Women and Rape", Susan Brownmiller dedica alla guerra un lungo capitolo.
Nomina il Deuteronomio, la guerra di Troia e la schiava Briseide, il ratto delle Sabine, le guerre "moderne", per raccontare di una sorta di "accettazione" dello stupro in guerra.
Spiega dettagliatamente come le donne vengano considerate prede, "ricompense di guerra", fino ad arrivare esattamente a quello che dice Keidar:
Men of a conquered nation traditionally view the rape of "their women" as the ultimate umiliation, a sexual coup de grace.

Gli uomini di una nazione conquistata vedono tradizionalmente lo stupro delle "loro donne" come l'ultima umiliazione, un "colpo di grazia" sessuale.
Non so se come sostiene la sua Università Kedar con quelle parole volesse solo provocare per definire la cultura della morte delle organizzazioni terroriste.

Di fatto, ha nominato qualcosa che esiste da sempre, da quando l'uomo ha scoperto che può stuprare perché l'anatomia glielo consente.
Di nuovo uso le parole di Brownmiller:
La scoperta dell'uomo che i suoi genitali potevano servire come arma per generare paura deve essere annoverata tra le più importanti scoperte dei tempi preistorici, insieme con l'uso del fuoco e le prime rozze asce di pietra. Dalla preistoria ai nostri giorni - è mia convinzione - lo stupro ha svolto una funzione critica. Si tratta né più né meno che di un consapevole processo d'intimidazione mediante il quale tutti gli uomini mantengono tutte le donne in uno stato di paura.
In tempi di guerra lo stupro o la sua minaccia serve a mantenere in uno stato di paura e sottomissione il nemico. 
Non c'è bisogno di scomodare "la realtà del Medio Oriente": è un dato di fatto.

Ho sempre enormi problemi quando ascolto o leggo parole troppo "leggere" sulla violenza sessuale. 

Evidentemente è un mio limite, ma proprio non riesco a percepire nulla di "provocatorio" nell'uso troppo elastico e superficiale della parola "stupro".

Continuo imperterrita a sognare un nuovo linguaggio, che finalmente userà le parole per quello che sono, che abbandonerà ogni tipo di sessismo, che smetterà si usare battute su stupri e femminicidi come fossero divertenti motti di spirito.

È faticoso, lo sto sperimentando in prima persona, ma si può fare.



Prima che partano le polemiche, che probabilmente non toccheranno minimamente il mio disagio nel sentire certe parole, ma saranno basate sull'assenza in questo post di una presa di distanza da Hamas: sì, credo che Israele sia uno stato assassino e che a Gaza sia in corso un genocidio; sì, conosco le idee di Hamas e no, non sono una fan; no, non sono antisemita. Per quanto riguarda i vari "e allora la Siria? L'Ucraina? L'Iraq?", nemmeno perdo tempo a rispondere.






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