giovedì 30 ottobre 2014

Di uteri che distruggono scuole.

Ho sempre saputo che la scuola italiana avesse grandi problemi.
Tredici anni di scuola pubblica me lo hanno confermato.

Credevo che i suoi guai avessero a che fare con strutture spesso fatiscenti, anche nelle scuole "dei quartieri alti", tipo la mia scuola media di San Saba, che tremava così tanto che avevamo tre campanelle, una per piano, perché era troppo pericoloso uscire tutti insieme e che è stata chiusa un paio di anni dopo il mio esame di terza media per diventare un bellissimo hotel cinque stelle, anziché essere rimessa in sesto e lasciarla a studentesse e studenti. 
O il mio prestigiosissimo liceo classico, con la "palestra" delle ragazze che in realtà era poco più grande di due aule, dei bagni del secolo precedente e che pochi giorni fa ha visto crollare un pezzo di cornicione.

Immaginavo che uno dei problemi fosse, per dire, il taglio dei fondi, che -tra le altre cose- sta praticamente eliminando piano piano le ore di sostegno.
Ero quasi convinta che un altro problema fondamentale potesse essere rappresentato dalle migliaia di insegnanti che rimangono precari/e a vita.
O magari la dispersione scolastica, soprattutto in "certi ambienti".
Forse la carenza di asili nido comunali.
O ancora ciò per cui ho manifestato per tutti gli anni del liceo, cioè i continui tentativi di sovvenzionare le scuole paritarie (possibilmente di preti e suore) mentre quelle pubbliche cadono a pezzi.

Cose così, insomma, i grandi classici.

Mai, giuro, mai avrei creduto che il problema della scuola italiana potessero essere le donne in età fertile.

E invece per fortuna Il Messaggero me lo spiega chiaro chiaro, in un articolo a firma di Pietro Piovani che ha un po' di tutto: sessismo, classismo, luoghi comuni sulle donne che non hanno voglia di lavorare e quindi "si fanno mettere incinta".

Sei precaria? Insegni in culo ai lupi? La scuola dove lavori non ti piace?
Non c'è problema!
Trova un donatore di sperma e sei a posto.
[...] Cosa fa una maestra precaria che si trova a lavorare in una scuola dove l’ambiente è ostile? Si fa mettere incinta dal marito, così per qualche mese può starsene a casa, poi l’anno successivo sceglierà un’altra scuola.
[...]
E un’insegnante che finalmente ottiene il ruolo ma, trovandosi in fondo alla graduatoria, è costretta per il primo anno ad accettare un posto lontanissimo, con svariate ore di viaggio all’andata e al ritorno (facendo due esempi a caso fra i tanti: Subiaco e Montelibretti)? Festeggia l’assunzione a tempo indeterminato con il concepimento di un bel bambino e tutto è sistemato. E se una giovane professoressa del Sud vuole tornare a casa, invece di continuare a spendere quasi la metà dello stipendio per pagarsi una stanza in subaffitto nella capitale, che può fare? Convincere il fidanzato meridionale a sposarla e a fare un figlio, per chiedere l’assegnazione provvisoria in un istituto della sua città.
Capito? Basta "farti mettere incinta" (no, tranquille/i, non partirà il pippotto sul perché "farsi mettere incinta" è una frase che mi fa venire l'orticaria) e il tuo problema è risolto.

E se domani la maestra delle vostre bimbe/i vi dirà che è incinta, ditele che «Le docenti incinte sono solo un sintomo della crisi della scuola italiana». 
Sicuramente apprezzerà.

2 commenti:

  1. Devo dire che, nella sua crudezza e grettezza, l'articolo del messaggero fotografa una realtà non proprio marginale del mondo della scuola.

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    1. Nel senso che lo sfacelo della scuola pubblica è dovuto alle maestre che "si fanno mettere incinta"?

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