venerdì 21 febbraio 2014

Ridimensionare la violenza.

Quando i media parlano di violenza sulle donne, spesso si ha l'impressione che chi scrive cerchi di farlo indirizzando chi legge verso un racconto quasi consolatorio e tranquillizzante, se non autoassolutorio.

Si parla di orchi, mostri, raptus, drammi, prostituzione, denaro evitando accuratamente di nominare la violenza per quello che è.

Raccontando un orrendo fatto di cronaca, ad esempio, si scriverà "prostituta rumena di vent'anni" e non "donna di vent'anni" violentata per sedici ore. 
Dire "prostituta rumena" piuttosto che "donna", colloca la violenza in un determinato ambito, quello della prostituzione, dell'illegalità, della povertà.
In questo modo le "persone per bene" potranno non sentirsi coinvolte.
Oh, sì, si prova molta pena per questa "prostituta rumena", ma in qualche modo la violenza e l'orrore possono essere percepiti quasi come qualcosa di "comprensibile".
Insomma, se fai la puttana la violenza fa parte del gioco.

Se poi una ragazza di diciassette anni, incinta, verrà massacrata di botte dal fidanzato di otto anni più grande perché non vuole abortire, allora si sottolineerà che lei è "figlia di una famiglia borghese che risiede in una strada tra le più eleganti di Ostia, via delle Baleniere, studentessa ben educata e perbene. Lui, operaio in un albergo di Fiumicino, 25 anni, figlio di immigrati sudamericani stabilitisi in Sicilia e arrivato a Roma in cerca di un futuro migliore."
Anche così la violenza viene ridimensionata, riportata su un binario rassicurante: lui l'ha massacrata perché è un operaio ignorante, un rozzo figlio di immigrati e lei una studentessa borghese bene educata.
La violenza di genere viene allora raccontata quasi fosse odio di classe, il violento è altro da noi, è povero, rozzo, incolto. Non ci si può aspettare altro da gente così. Immigrato, per giunta.

Eppure i fatti raccontano ben altro.

I fatti dicono che la violenza di genere è trasversale, interclassista, internazionalista.

Lo stupratore e il femminicida non sono "orchi", non sono "mostri" e continuare a usare certe parole per raccontarli minimizza la violenza, la sposta sul piano dell'illogico, dell'assurdo. Del raptus inspiegabile.

Dirlo apertamente, però, potrebbe turbare troppo l'opinione pubblica, quindi molto meglio soffermarsi su ciò che è fuori dalla "normalità", per sentirci tutte e tutti protetti, sicuri e lontani.


La manifestazione del 24 novembre 2007

martedì 18 febbraio 2014

Il mio primo ciclo. Gioggio più una.

Ero già pronta a cosa mi toccava andare incontro avendo una mamma, una sorella di 5 anni più grande di me e due cugine anche loro di uno e due anni più grandi. 
Vivevo nella speranza che fossi "uscita male", che non mi sarebbero mai arrivate: ero un maschiaccio e le mestruazioni mi sembravano un ostacolo.
Erano i lontani anni 80, era autunno e il mese dopo avrei compiuto 12 anni. Quel giorno avevamo organizzato una scampagnata con amici per andare a raccogliere castagne, al risveglio mentre facevo pipì mi si palesò davanti agli occhi quella minuscola macchiolina rossa sulle mutande, sapendo cosa fosse iniziai ad imprecare ero incazzatissima, chiamai mia mamma e glielo dissi. Lei con il suo tatto poco mammesco mi disse: "lo sapevi che prima o poi sarebbe accaduto, dai su non lagnare e tieni l'assorbente". 
Non chiamò subito il parentame, anche perchè glielo proibii, ma la sera quando sentì la nonna glielo raccontò subito. 
Il giorno dopo arrivarono telefonate di zie a complimentarsi con me, io sempre più incazzata le trattai tutte malissimo.
Da quel giorno i miei maglioni larghi che portavo per nascondere una timida prima, diventarono sempre più larghi. 
L'unica cosa buona fu la scoperta degli antidolorifici! [Gioggio]


Mancavano pochi mesi ai 12 anni, mi sentivo grande ma quel giorno sono tornata bambina. Ero a casa da sola e all'improvviso mi viene un gran mal di pancia e la dissenteria, dolori fortissimi che mi fecero piangere, poi vedo del sangue e penso che morirò dissanguata perché ho un'emorragia!
So tutto delle mestruazioni, mamma me lo ha spiegato più volte, ma quel pomeriggio è il panico!
Prendo la bici e corro a casa da mia nonna, così ottengo le coccole e la camomilla e tutto appare per ciò che è.
Ma non tutto finì bene: non avendo potuto assolvere ai compiti dati in consegna dalla mamma, prima che nonna potesse spiegare ho preso un ceffone! [Anonima]


Per raccontare le vostre prime mestruazioni: ritentasaraipiufortunato@outlook.it 

lunedì 17 febbraio 2014

Il senso della stampa italiana per le Olimpiadi.

Dopo aver detto quel tanto che basta per condannare le leggi omofobe della Russia di Putin, La Repubblica è tornata a guardare lo sport come solo lei sa fare.

Dalla homepage di repubblica.it di oggi, 17 febbraio 2014.
Giochi sexy e le più belle in gara.

Non è una novità: ogni volta che c'è un evento, sportivo, culturale, ludico, i nostri giornali dedicano ampio spazio a cose simili.

Ricordo le infinite gallerie fotografiche sulle unghie delle atlete durante le ultime olimpiadi e ogni anno non mancano mai primi esaustivi piano sui culi delle giocatrici di Beach Volley, per far vedere "i segnali", dicono, passando per l'intramontabile: "chi è la più sexy dei Giochi?" con tanto di classifica.

Insomma, niente di nuovo nemmeno stavolta.
Eppure di cose da dire su Sochi 2014 ce ne sarebbero state.
Non ultimo l'arresto di Luxuria, che ha scatenato commenti disgustosi palesemente omofobi da parte di gente di destra e meno palesemente disgustosi, ma allo stesso modo intrisi di omo e transfobia da parte di gente di sinistra.

Mi interessa parecchio il modo di trattare le sportive da parte dei nostri giornali on line (ho preso link solo da Repubblica e Corriere, che in questo sono maestri, ma non sono ovviamente i soli a deliziarci con gallerie sul genere). Avevo parlato già di qualcosa di simile in occasione di Londra 2012 e della pessima figura del nuoto italiano, tradotto in insulti, illazioni e prese in giro a Federica Pellegrini.

Quello che mi viene trasmesso da questa continua e morbosa attenzione all'avvenenza (o meno, a Londra ci furono non poche polemiche perché Bild e altri giornali attaccarono diverse/i atlete/i accusate/i di essere troppo grasse/i o troppo brutte/i) delle atlete -e qui uso volutamente il femminile, perché con gli uomini non si ha mai la stessa ostinazione- è che in fondo la loro preparazione, la loro bravura e i loro risultati sono sempre secondari rispetto al loro aspetto.

Insistere e soffermarsi  ossessivamente sull'aspetto delle atlete, non solo e non semplicemente mette in secondo piano le loro capacità, ma in qualche modo le svilisce, rendendole quasi casuali, sempre seconde rispetto agli smalti, alle acconciature e al trucco, queste sì, "cose da femmine".

Non capita, ovviamente, solo alle sportive.

Come detto sopra, questo modo di raccontare le donne viene riproposto ogni volta che c'è un evento, di qualsiasi genere esso sia.
Rimane, per me, inarrivabile, la galleria che Il Corriere della Sera dedicò alle gambe delle "Hollandette", le Ministre del governo francese, seguita dal "look estivo delle deputate italiane" di qualche giorno dopo.

Distogliendo l'attenzione dai meriti (o demeriti) di una sportiva, di una politica, una scrittrice, una giornalista, riportando ogni discorso sull'estetica, si rimette la donna su un gradino più basso, al posto che "le compete".
La si addomestica oggettivizzandola.

Qualche tempo fa durante i SAG Avards, un cameraman face la classica inquadratura dall'alto in basso a Cate Blanchett.
La sua risposta, magistrale, è stata: "Do you do that to the guys?"

Ecco, il punto è esattamente questo: no, non lo fanno con gli uomini. Oh, sì, ci sono le gallerie col più fico del nuoto, ma niente è paragonabile a quello che si fa col corpo delle donne.

http://www.policymic.com/articles/79471/cate-blanchett-calls-out-red-carpet-camera-asking-do-you-do-this-to-the-guys




giovedì 13 febbraio 2014

Sconosciuti, normalità e stereotipi.




Da un anno circa, prima di Un Posto al Sole, su Rai 3 va in onda Sconosciuti.

Protagoniste, come sempre, le persone che di solito non vanno in tv.  Un censimento televisivo dell’Italia, uno specchio in cui ogni spettatore può riconoscere una parte di sé e della propria famiglia.
In ogni puntata i protagonisti raccontano la propria vita in un intreccio di ricordi, emozioni e immagini che riportano alla memoria le tappe e le scelte più importanti: l’amore, il lavoro, le difficoltà economiche, le crisi personali, la crescita dei figli, le decisioni sofferte, gli eventi che hanno prodotto svolte decisive e significative.
Sconosciuti accende i riflettori sulle persone comuni che hanno una storia semplice e per questo straordinaria, intessuta di sacrifici e di fatiche, illuminata dall’amore e dall’amicizia.
Ridono, piangono, amano, cadono, si rialzano e tornano a sorridere.
Sconosciuti è la storia della nostra personale ricerca della felicità
Così si legge sul sito.

Dice Simona Ercolani, autrice del programma:
Raccontiamo in 23 minuti le vite delle persone normali. Evitiamo coloro che hanno vite estreme. L’idea è di raccontare la vita normale, anche se nessuna lo è, vista da vicino. La scommessa è far raccontare a persone di ceto medio la loro esistenza.
Mi capita di vederlo, mentre preparo la cena o fumo una sigaretta in attesa di UPAS e riesco a volte anche a "seguirlo", nonostante io trovi insopportabilmente ansiogena la colonna sonora.

Comunque, quello che ho notato dalle poche puntate che ho visto "con attenzione" sono  l’eccessivo buonismo e gli spottoni su quanto è bella la famiglia.

I personaggi, gli Sconosciuti, sono spesso parecchio stereotipati, le storie, "normali", qualsiasi cosa significhi, hanno sempre una morale, racchiusa in una citazione colta della voce fuori campo, che pare tenda a rimettere tutto sulla retta via, quella socialmente accettata, quella della famiglia per bene, della famiglia italiana dei bei tempi.

Che poi è esattamente quello che si cercava: niente vite estreme e racconto del ceto medio.

Il programma non mi piace, ma in effetti offre uno spaccato interessante del paese. 

In quel "ceto medio" dalla vita "normale" c'è un po' di tutto, e tutto è "socialmente accettabile" dall’italiano medio.

Ieri stavo come al solito facendo altro, ma la storia raccontata mi ha distratta quando ho intrasentito che la protagonista, poco più che adolescente, era rimasta incinta ed era stata lasciata dal fidanzato.

Dice la voce fuori campo che lei non sapeva cosa fare e soprattutto come dirlo al padre, che però, dopo un momento di smarrimento, le ha detto "se vuoi puoi tenere il bambino".
Ah, che bravo! Ah, che apertura mentale! Uh, quanto amore per la sua bambina!

Brividi lungo la schiena.
Se vuoi puoi tenere il bambino”.
Be’, tante grazie. Non è che ci siano altri modi per tenere un bambino se non volerlo. In caso contrario si chiama coercizione e maternità obbligata.

Ma va bene, probabilmente sono io che vedo sempre il marcio dove non c’è, che cerco la polemica anche quando non serve. 
L’hanno detto male: volevano solo dire che il padre di lei sarebbe stato vicino a sua figlia qualsiasi cosa avesse scelto. Che poi è esattamente quello che dovrebbe fare un genitore, ma questa è un'altra storia.

Bla bla bla, il racconto continua. 

Lei si arruola nell’esercito e vede per la prima volta lui, che le fa l’occhiolino dalla moto, mentre la sua ragazza di allora era dietro.

Lui è il prototipo del maschio viziato, quello che mamma gli prepara la colazione ogni mattina, gli stira i panni, gli mette su casa e via dicendo.

I due si innamorano.
Decidono di vivere insieme.

"A me non piaceva l’ambiente della camerata… donne, uomini… ma che ne so… 'sti caporali, uno entrava dalla finestra, l’altro dalla porta… così le ho detto: o me o la vita militare… scegli."
"E io ho scelto lui".

E niente, qui mi è venuta la pelle d'oca.

Questa storia ci racconta, credo, moltissimo.

Ci racconta come, ancora oggi, la "scelta" tra il proprio compagno e il proprio lavoro, sia considerata normale e accettabile, a volte perfino segno di grande amore e romanticismo.

È un problema culturale che va ben oltre la storia degli sconosciuti di Rai 3.

È un lavaggio del cervello continuo e implacabile, che tutte (e tutti) subiamo da sempre.

La donna che rinuncia alla propria vita, alle proprie aspirazioni, al proprio lavoro per "la famiglia" è il solo modello di donna davvero accettato.
Le altre, quelle che vogliono lavorare, viaggiare, vivere come meglio credono la propria vita, sono elementi disturbanti, estranei, spiazzanti.

L'uomo che chiede alla propria compagna di "scegliere" è un uomo innamorato, che vuole "badare a lei e alla famiglia". Che "non le farà mancare niente" e che "si prenderà cura di lei".
Spero sia chiaro che non sto assolutamente giudicando la scelta della sconosciuta dell’altra sera, ma che voglio solo ragionare su un certo modo tipico dei media nostrani di presentare la "normalità", che va ben oltre il programma in questione.

Fateci caso: la donna-in-carriera è sempre connotata in maniera negativa.

È una che trascura la famiglia, ammesso e non concesso che tra una riunione e un viaggio di lavoro sia stata capace di farsene una. È una donna dura, che non indulge a nessun sentimentalismo, sola, incapace di creare relazioni sincere, stabili, durature.
Una stronza, insomma.
E anche una fallita, perché, si sa, le donne sono fatte per essere madri e per quanto possa piacerti il tuo lavoro, non sarà mai come avere un/a figlia/o

Quello che i media ci presentano continuamente è un mondo in cui maschi e femmine hanno ruoli ben distinti che non possono essere intercambiabili, a meno di non voler distruggere l’armonia.
Se poi ci si trova davanti alla pratica, a un uomo che cura i propri figli, che li porta a scuola e a nuoto, che prepara da mangare e magari decide addirittura di rimanere a casa a fare il casalingo, allora è un mammo, una cosa speciale, quasi incredibile e comunque è uno decisamente strano, che si guarda con un po' di pena (chissà che stronza sua moglie!) tra una risatina e l'altra. 
Lo vediamo ovunque, nelle pubblicità, nei telefilm, perfino nel mio adorato UPAS, con Filippo che non gradisce che Viola torni a casa la sera da sola e che quando lei viene aggredita in strada le dice di smetterla di uscire da sola.

Viviamo in una società che insegna a noi donne come "proteggerci", dove per "protezione" si intende restarsene ben tappate in casa e se proprio si deve uscire, a farlo in compagnia di un uomo che possa salvarci dai cattivi.

Quando usciremo da questo tunnel?

Siamo sicure e sicuri che non sia necessario ora più che mai un cambio di rotta totale?
 
Che non sia ora per i media tutti di cominciare a parlare di donne altre, che magari non hanno voluto avere una famiglia, che preferiscono lavorare fino a tardi, che vanno in vacanza da sole e non hanno bisogno di uno che "badi" loro, come se fossero "normali" e non delle specie di Amazzoni dal cuore di pietra?




lunedì 10 febbraio 2014

Il mio primo ciclo. Dhyan Gandha.

In quinta. Lei (mamma maestra), mi aveva spiegato tutto. 
In casa c’erano già da un po’delle mutande plasticate con una specie di gancetto e assorbenti alti quattro dita con una striscia in fondo che si inseriva nel gancetto. 
Classico inizio con mutandine sporcate e verifica materna. Ok, hai le mestruazioni. Prima notte insonne della mia vita, con un mal di pancia del cazzo e tentativo di riflessione: cambiava qualcosa nella mia vita? No, onestamente non mi sembrava. Però giravo con tutto il pacco degli assorbenti e appena c’era una goccia lo cambiavo. 
Perplessitudine alle congratulazioni del babbo (“Complimenti, signorina”. Complimenti de che? Bho). 

Comunque i suddetti assorbenti causavano non pochi casini. Non stavano mai dove dovevano stare e lo smaltimento in accozzi di carta igienica era altrettanto problematico. 
A riprese successive tutte in classe esibivamo vistosi allagamenti, coperti con golfini annodati in vita e altri stratagemmi. Ma intanto ero arrivate alle medie e la classe era tutta di ragazze. No problem. 

Prima superiore, decido di tentare la via del Tampax. Mamma già li usava, ma siccome i miei si erano separati e io stavo con papà lei per rappresaglia non spiegava più niente. Provo senza mestruazioni. Mi pare complesso. Infatti mi ritrovo con il tampone in mano e il cartone in vagina. Rido da sola come una deficiente. Seguono anni normali. 
Alterno Tampax a Ob, fino a quando scopro che il diaframma funziona benissimo se hai le mestruazioni. 

Praticamente scopro la Moon Cup prima che venisse inventata. 

Mi lavo, faccio il bagno e curo le piante senza problemi. Anzi, da un certo punto in poi decido di dare il sangue alle piante. 
E poi ho letto Erica Jong, che dice che una donna è veramente libera se assaggia il sangue delle sue mestruazioni. Lo faccio e sopravvivo. 

Si va avanti così fin verso i 45. Poi parte una mestruazione lunga un mese e mezzo. Un mese e mezzo. Sospetto sia l’inizio del climaterio, di cui ovviamente non so un tubo. Il sangue cambia e si addensa. Ogni tanto penso che mi stiano scendendo pezzi di utero. Una collega in analoga situazione parla terrorizzata di “pezzi di fegato”. Niente di che, in fondo. Tranne che a un certo punto la ginecologa mi dà una roba per stoppare un po' l’emoraggia, perché mi sto anemizzando. 

A quel punto i classici 26, 27, 28 giorni preceduti dai soliti pensieri suicidi, diventano un ricordo. Le mestruazioni arrivano come e quando gli pare. Ogni due mesi. Ogni tre. Due volte in un mese. 

Verso i 50, finalmente, stop. Dopo un anno che non hai le mestruazioni sei ufficialmente in menopausa. Comodo, un po' triste. Cambia proprio, per me, la percezione del tempo. Qualcosa diventa definitivo. Per esempio, non ho fatto un figlio e non lo farò. Ma già lo sapevo. 
L’umore resta quello di sempre: solo sono più “commuovibile”, come se le lacrime sostituissero un po' il sangue. 
E si riapre una stagione adolescenziale: chi sono?, che ci faccio qui?, cosa voglio veramente? eccetera. Il bilancio mi soddisfa. Adesso sono molto curiosa di “come sarò da vecchia” e mi diverto sempre a fare la zia adottiva. 
Perché, come diceva Winnicott, “i bambini hanno bisogno di poche cose: cibo sufficiente, genitori sufficientemente buoni e vecchie signore bizzarre”. Eccola, sta arrivando.


Per raccontare le vostre prime mestruazioni: ritentasaraipiufortunato@outlook.it

venerdì 7 febbraio 2014

Chiara.

Chiara aveva, ha diciannove anni.

Il suo compagno l'ha massacrata di botte fino a ridurla in fin di vita.

Pare che in ospedale abbiano detto di aver visto raramente una persona ridotta in quello stato.
E le sue condizioni sembrano peggiorare.
"Il danno cerebrale ha compromesso l'intero emisfero sinistro e tutto il tronco encefalico", hanno detto.

I giornali scrivono che lui l'ha riempita di botte per motivi sentimentali.
Era geloso.
Dice che lei lo aveva tradito.

Niente che non abbiamo sentito già.
E ogni volta è come un pugno nello stomaco.
Ogni volta la stessa orrenda sensazione di rabbia e impotenza.

No, lui non l'ha massacrata perché era geloso. Non le ha spaccato la faccia perché lei lo aveva tradito.
Lui l'ha ridotta in fin di vita perché è un violento e un assassino, perché è nato e cresciuto in una società che insegna che "la donna è preda e l'uomo cacciatore", che dice che le donne sono esseri deboli, da tenere "al sicuro" e che comunque farebbero bene a non alzare troppo la testa.

Lui non è, come ha detto il sindaco Marino, "un orco".
Lui è il figlio di una società che sminuisce continuamente le donne.
È figlio di una società che ci chiama "puttana" quando osiamo alzare la testa, che ci vuole ancora chiuse in casa a badare alla famiglia, che non accetta che una donna sia davvero libera e indipendente.

È il figlio sano del patriarcato.

Il padre di Chiara aveva sporto per tre volte denuncia contro l'uomo che ha massacrato sua figlia.
Il padre di Chiara dice che quasi spera che lei non sopravviva, perché Chiara, a diciannove anni, potrebbe "vivere" per sempre come un vegetale.

I vicini hanno aspettato due ore.

"Maurizio ha urlato per tutto il pomeriggio. Almeno due ore di grida, parolacce e insulti contro Chiara, si sentiva solo la sua voce nel palazzo. Poi all'improvviso non si è sentito più niente e a quel punto abbiamo temuto il peggio"
Hanno ascoltato grida e insulti per due lunghissime ore.

Poi, quando Chiara è stata zitta, a quel punto hanno "temuto il peggio".
È stato lui a suonare ai vicini dopo averla massacrata di botte.
È caduta, ha detto.
La scusa più classica. È caduta dalle scale, ha sbattuto sulla porta, è inciampata.

Eppure ora tutti si affrettano a dire che "era un violento", "uno poco raccomandabile".
Raccontano che i suoi genitori erano "esasperati", perché era stato violento anche con loro.

E però hanno sentito due ore di grida, di insulti e hanno aspettato che tutto finisse e che l'assassino suonasse alle loro porte.
Non dovevano scendere a difendere Chiara, per carità. Magari sarebbe bastata una telefonata.

Leggo e ascolto i commenti della gente.

Che schifo!
Assassino!
Le donne non si toccano, vergogna!
Bestia!
La pena di morte!
Datelo a me!

E poi, però, su facebook trovo un video, un "esperimento sociale".

Un uomo e una donna in un parco.
Lui la picchia.
Entrambi alzano la voce.
La gente passa.
Passano venti persone.
E solo quattro di loro intervengono.

Solo quattro persone su venti, vedendo un uomo prendere per il collo, strattonare, insultare una donna, si fermano.

Le altre fanno semplicemente finta di niente.

Ecco perché la storia di Chiara mi uccide, mi fa male, mi fa schifo, ma no, non mi stupisce.

Forza, Chiara.







Su come i media raccontano la violenza di genere:
http://ritentasaraipiufortunato.blogspot.it/2012/07/non-sono-un-mediacomplice.html
http://ritentasaraipiufortunato.blogspot.it/2011/09/comunicare.html

mercoledì 5 febbraio 2014

Il mio primo ciclo. Anonima.

Avevo 12 anni, era il 2002... mia madre si è commossa.
È venuto fuori in un momento del cavolo, ero fuori con amici dei miei e la mamma ha dovuto chiedere un assorbente, quindi lo vennero a sapere tutti nel ristorante, lo trovai molto imbarazzante perché sono estremamente riservata e non mi piace raccontare i fatti miei, quindi se avessi potuto buttarmi nel water e tirare l'acqua lo avrei fatto volentieri, anche perchè era tutta colpa mia che avevo visto una macchia rossa sul costume quando ero andata a farmi la doccia ma l'avevo ignorata, ma ero una bambina ed ero andata nel panico... fortunatamente nessuno trovò opportuno farmi i complimenti.
Solo un'amica di un anno più piccola mi chiese se faceva "così male".  In realtà no (per averlo detto immagino di essere stata puntita negli anni successivi).
Cambiò solo che il giorno dopo non potei fare il bagno, mia madre non mi ha mai fatto segreto dell'uso degli assorbenti interni, sono io che li odio... come odio tutto quello che ha a che fare con il ciclo, sanguinolento, doloroso e abbondante (a me fa schifo il sangue quindi la trovo una punizione divina).

Per fortuna il mio disprezzo per il ciclo dipende dalla mia fobia del sangue. Nessuno mi ha detto che sarebbe cambiato qualcosa, mia madre si è commossa ma credo che alla fine sia normale davanti alla crescita dei figli, ma non ho sentito alcuna telefonata, nessuno mi ha fatto le congraturazioni, nessuno mi ha impedito di lavarmi o di toccare le piante... e per fortuna quando ero in quel bagno pubblico coperta di vergogna immaginando mia mamma che chiedeva assorbenti in giro mi resi conto che non era poi così grave avere avuto il ciclo! quindi evviva mi sento moooolto fortunata.



Per raccontare il vostro primo ciclo: ritentasaraipiufortunato@outlook.it.

lunedì 3 febbraio 2014

Ancora sul sessismo pentastellato.

[Segue dal post precedente, pubblicato per intero su Globalist.]



Ieri sera Boldrini è stata ospite di “Che Tempo Che Fa” e lì ha parlato degli insulti sessisti che le sono stati rivolti sulla pagina e sul blog di Grillo. Ha usato le parole “istigazione alla violenza sessista” e ha detto che alcuni di quei commentatori sono "potenziali stupratori", sottolineando come nei commenti di quel blog spesso non si cerchi il confronto politico, ma solo l'offesa e l'umiliazione del nemico di turno. 
Le sue parole, come era prevedibile, hanno infiammato ancora di più la rabbia dei pentastellati, che –basta guardare lo screenshot del tweet di Messora, responsabile comunicazione M5S al Senato (!!) - si sono nuovamente scatenati.

Come si permette la “boldracca” di offendere così gli elettori del moVimento?

Chi si crede di essere, lei che chissà come è finita lì?

E poi ha ragione Messora: stesse tranquilla, è talmente brutta che nessuno la toccherebbe mai.


Niente di nuovo e niente di diverso da quanto venne detto a Federica Salsi, che osò andare a Ballarò ai tempi del proibizionismo grillino e che per questo è diventata immediatamente “una puttana” ed è stata espulsa dal MoVimento. 
Niente di diverso dalle orrende parole riservate a Maria Novella Oppo, a Daria Bignardi, colpevole di aver lasciato parlare Augias o a Lilli Gruber, per aver lasciato che Philippe Daverio criticasse il Movimento 5 stelle (trovate tutto sul blog di Grillo, se avete stomaco).


A tale proposito, una piccola e inutile nota a margine: Augias e Daverio nella rubrica “il giornalista del giorno” sul blog di Grillo sono accusati di essere brutti, vecchi, ladri, mantenuti dai soldi pubblici, attaccati al denaro e alla loro poltrona. Vengono criticate la loro professionalità e credibilità intellettuale, i loro libri vengono bruciati e fotografati tra le risate.


Oppo, Bignardi, Boldrini, Salsi, Gruber e le altre, vengono invece attaccate sul loro aspetto fisico e sulla loro sessualità: sono sfigate perché non scopano, hanno fatto carriera perché la danno a tutti, criticano Beppe perché sono frigide o perché sono lussuriose puttane.


Ora, ditemi che non è un problema più vasto, che non è un problema sociale, che non è il caso di fermarci a riflettere ancora e ancora su cosa sia il sessismo e su come sia endemico anche nella lotta politica del Paese.


Restando al movimento, mi fa pensare il silenzio di Grillo.


Lui per ora non dice niente. 
Interpellato, forse, parlerà di troll pagati dal Partito Democratico per infangare il M5S e poi cambierà subito discorso, tra un “sono morti” e un “vaffanculo”.

È la sua tattica: lancia una bomba, letteralmente mette in bocca ai suoi fedelissimi insulti e minacce varie e poi scompare. 


Me lo immagino comodamente in poltrona, mentre se la ride leggendo i commenti di chi, evidentemente, non si rende conto di essere strumentalizzato a tal punto proprio da chi venera con tanto ardore, mentre capisce ogni giorno di più fino a dove può arrivare la fede cieca ed acritica in un leader.