lunedì 24 marzo 2014

Mestruazioni, corpo femminile e tabù. Domande.

Allora, due amiche hanno in progetto un (nuovo) libro. Nemmeno a farlo apposta, si parlerà anche di mestruazioni.

Il titolo non ce lo vogliono ancora dire (ma io ho delle anticipazioni che ovviamente terrò per me, ah ah ah!), ma vi riporto quanto scrivono a presentazione del loro lavoro:
La donna ha gradualmente perso le sue competenze, il suo sapere rispetto al proprio corpo e, di conseguenza, ha perso il controllo della propria esistenza. Non sai più come partorire? Ti lasci gestire, col risultato che perdi a poco a poco il diritto di essere libera e consapevole nelle tue scelte perché si pensa che non debba essere tu a decidere, dato che non sai, non conosci. Spesso la medicina non ritiene che tu debba sapere, è lei che sa e decide per te.
Affronteremo tutto il tema dell’emancipazione negativa: ad esempio, la stiratura dei seni così come l’infibulazione durante la fase preadolescenziale o puberale avviene spesso nell’ambito di un circuito tutto femminile; in pratica sono le madri, le nonne ad infliggere questa barbarie alle bambine ma, paradossalmente, nel loro interesse: le vogliono difendere dagli stupri e dal disonore. Le donne si difendono così perché hanno imparato a pensarsi come oggetti sessuali anziché persone. Infatti, queste donne non lottano per sconfiggere la violenza, che è la radice del problema, ma si limitano,da dentro al sistema culturale patriarcale, a muoversi  per tutelarsi come meglio possono. Anche la velina fa questo, la donna col burka, la datrice di lavoro che sottopone alla candidata una lettera di licenziamento firmata in bianco.Pensiamo alla storia di Santa Lucia: è diventata santa perché, importunata da un pretendente stalker, per preservare la sua verginità che voleva donare a Dio, si è cavata gli occhi per risultare meno appetibile agli occhi degli uomini. Orrore! La Chiesa l’ha fatta beata!

Non solo mestruazioni, quindi, ma tanto lavoro sulla percezione che noi stesse abbiamo del nostro corpo e di quello che gli accade.
Judith mi ha girato tre domande, cui vi invito a rispondere qui o, meglio ancora, sulla pagina Il Mio Primo Ciclo.


Hanno bisogno delle risposte di donne entro i 40 anni.

  1. quali sono i "tabù" che ti sei sentita dire tu (quindi non in generale) relativi al ciclo mestruale? Ad esempio non ti puoi fare il bagno in mare/la doccia; la maionese impazzisce ecc.
  2. Tu con quali termini ti riferisci abitualmente al ciclo mestruale? Ad esempio le mie cose, quei giorni, mestruazioni ecc.
  3. Se soffri di dolori o anche solo fastidi mestruali (descrivili) che cosa fai per avere sollievo (comportamenti, abitudini, manie, farmaci ecc)?
Comincio io:
  1. Niente bagno al mare, stare poco al sole, non toccare le piante sennò muoiono, non fare la maionese che altrimenti impazzisce (i grandi classici).
  2. "Mestruazioni" o "ciclo" e mi rendo conto di averlo fatto quasi con spavalderia, perché volevo distinguermi dalle mie compagne di scuola che "in quei giorni" si nascondevano quasi fosse una cosa brutta da tenere segreta.
  3. Antidolorifici come se piovesse per il mal di pancia. Dopo anni di pillola anticoncezionale per fortuna non soffro più i dolori dell'adolescenza, che interessavano non solo la pancia, ma anche la zona dei reni e che erano spesso accompagnati da vomito.

    Lola, quasi 35 anni.


giovedì 20 marzo 2014

Ancora sulla Regione Lazio e la violenza di genere.

A commento del post precedente, pubblicato su globalist, mi hanno fatto sapere che la Legge Regionale 19 marzo 2014, n. 4, "Riordino delle disposizioni per contrastare la violenza contro le donne in quanto basata sul genere e per la promozione di una cultura del rispetto dei diritti umani fondamentali e delle differenze tra uomo e donna" è stata promulgata e pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio oggi.

Me la sono letta, col terrore di trovare i deliri di Santori sulla "tutela della donna nel matrimonio tradizionale", la difesa di omofobia e transfobia o l'idea che gli studi di genere rappresentino "un filone di pensiero minoritario, idealmente violento, segregazionista dei generi e totalitario nei metodi".




L’Art. 1 nel suo primo punto rimarca immediatamente la recezione da parte della Regione Lazio della “Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW), adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 18 dicembre 1979” e “della Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica del Consiglio d’Europa, firmata ad Istanbul l’11 maggio 2011” e sottolinea il riconoscimento da parte della Regione stessa, che “ogni forma e grado di violenza contro le donne rappresenta una violazione dei diritti umani fondamentali ed ostacola il raggiungimento della parità tra i sessi”. [Da qui in avanti tutte sottolineature sono mie.]



Senza indulgere in facili paternalismi, si mette nero su bianco l’ovvio: essere vittima di violenza porta le donne a non godere appieno dei propri diritti umani fondamentali. Il diritto alla vita prima di ogni altro.



Come era nella Proposta di Legge 33, sono presentati una serie di interventi che la Regione prevede e sostiene a prevenzione e contrasto della violenza di genere e per farlo la stessa



a) promuove interventi volti a diffondere la cultura del rispetto e della dignità della donna, anche in collaborazione con le istituzioni e le associazioni delle donne, le associazioni di volontariato e il terzo settore, che abbiano tra i loro scopi il contrasto alla violenza contro le donne ed i minori, la sua prevenzione e la solidarietà alle vittime;

b) promuove campagne di sensibilizzazione sulla pari dignità, sulla valorizzazione e sul rispetto tra uomo e donna;

c) promuove, presso le istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, specifici progetti e interventi, anche rivolti a docenti e genitori, per la diffusione di una cultura dei diritti umani e del rispetto dell'altro, con particolare riferimento alla prevenzione e al contrasto della violenza e al superamento degli stereotipi di genere nonché all’acquisizione di capacità relazionali dirette al miglioramento dell’autostima, attraverso specifici percorsi di educazione all’affettività;

d) promuove interventi, con particolare attenzione a quelli rivolti e posti in essere dagli uomini, per agevolare la comprensione del fenomeno della violenza contro le donne e i minori;

e) sostiene e valorizza le esperienze di aiuto e automutuoaiuto, nonché le forme di ospitalità fondate sull’accoglienza, sulla solidarietà e sulle relazioni, in particolare, tra donne;

f) sostiene e potenzia strutture e servizi di presa in carico, di accoglienza e di reinserimento sociale e lavorativo delle donne vittime di violenza e dei loro figli;

g) promuove e rafforza le reti locali, ove presenti, idonee a prevenire e a contrastare gli episodi di violenza nei confronti delle donne;

h) promuove interventi volti a sostenere l'autonomia economica e psicologica della donna vittima di violenza, ai fini dell’inserimento lavorativo, anche attraverso forme di sostegno a iniziative imprenditoriali;

i) può individuare, nell’ambito del proprio patrimonio, immobili da concedere in comodato d’uso alle strutture di cui all’articolo 4;

j) promuove percorsi specifici per agevolare i figli delle donne vittime di violenza in un adeguato sostegno psicologico, nel diritto allo studio, anche attraverso l’erogazione di borse di studio, nonché azioni per il loro inserimento nel mondo lavorativo;

k) sostiene la formazione rivolta agli operatori pubblici e del privato sociale, compresi quelli che operano nell’ambito della comunicazione, e in particolare quelli facenti parte delle reti locali;

l) promuove, anche attraverso la sottoscrizione di appositi protocolli d’intesa, la formazione di agenti delle forze dell’ordine e operatori sanitari del pronto soccorso coinvolgendo, tra i soggetti formatori, anche il personale qualificato dei centri antiviolenza al fine di incentivare il lavoro in équipe multidisciplinare;

m) promuove, nel settore della comunicazione, dei media e dei new media, campagne informative e azioni di sensibilizzazione della popolazione e degli operatori del settore volte a proporre, in particolare, modelli positivi nelle relazioni tra uomo e donna;

n) promuove percorsi formativi nell’ambito della comunicazione, anche istituzionale, dei media e dei new media, avvalendosi anche della collaborazione di università, istituti di ricerca, organismi professionali e associazioni di categoria;

o) sostiene attività dirette al potenziamento della sicurezza diurna e notturna di parchi, giardini e altri luoghi pubblici a rischio di violenza, mediante sistemi di illuminazione e l’utilizzo di nuove tecnologie volte ad esercitare efficaci forme di controllo del territorio;

p) promuove appositi programmi, anche all’interno delle carceri, per il recupero delle persone maltrattanti su indicazione degli organi giudiziari o dei servizi sociali competenti e a favore di coloro che li richiedano.



Trovo molto interessante, importante e in qualche modo rassicurante l’aver sottolineato più volte la volontà di avvalersi delle associazioni e delle esperienze di “aiuto e automutuoaiuto” e delle “forme di ospitalità fondate sull’accoglienza, sulla solidarietà e sulle relazioni, in particolare, tra donne”. 
Mi sembra il giusto e dovuto riconoscimento a chi negli anni combatte in prima linea, e spesso nonostante la latitanza delle istituzioni, la violenza sulle donne.

Penso immediatamente ai centri antiviolenza, alle Case rifugio, agli sportelli antiviolenza, come quello di Befree, che da anni accoglie le donne all'ospedale San Camillo di Roma e alle tante realtà che ogni giorno lavorano anche per sopperire alle mancanze dello Stato. Associazioni che sono chiamate a far parte della “Cabina di regia per la prevenzione ed il contrasto della violenza contro le donne (Che sarà nominata tra centoventi giorni. cfr. Art. 3)



La Regione, inoltre, acquisisce con questa Legge la facoltà di “costituirsi parte civile in tutti i processi celebrati nel suo territorio aventi ad oggetto reati che presuppongono l’esercizio di condotte violente, anche di carattere morale, ai danni delle donne e dei minori”.



Interessante è anche la (abbastanza) puntuale descrizione delle strutture antiviolenza nominate nell’articolo 4 e il sottolineare come la metodologia di accoglienza è basata sulla solidarietà e sulle relazioni tra donne accolte e tra le stesse e il personale professionale”.

Ancora una volta si parla di relazioni
Non so se sia voluto, ma l’idea che ne ho è di luoghi in cui la donna accolta cessi di essere considerata (e di considerarsi) sempre e solo una “vittima”, ma cominci a riprendere coscienza di sé e possa instaurare una serie di relazioni che saranno fondamentali perché possa recuperare i propri “pieni diritti”.

Non solo vittima, quindi, ma anche e soprattutto soggetto attivo.


I punti 6 e 9 dell’art. 4 recitano:

“Il centro antiviolenza viene istituito, almeno in ogni capoluogo di provincia, come centro di sostegno, soccorso e ospitalità per donne, anche straniere, con figli minori, vittime di violenza fisica, sessuale e maltrattamenti.”

“Nei comuni con popolazione superiore a trentamila abitanti ed, in particolare, a Roma capitale, può essere prevista l’apertura di più centri antiviolenza utilizzando sedi di proprietà pubblica.”

Inoltre, nell’art. 6, si parla di istituire “case della semiautonomia”, ovvero strutture di ospitalità temporanea per le donne e i minori che non vivono in una situazione di pericolo immediato, che stanno compiendo il “percorso di uscita dalla violenza” o che, seppure uscite dai centri antiviolenza, ancora non sono pienamente autonome, a livello psicologico e/o economico.



Con questo la Regione prende un impegno preciso, che spero non verrà disatteso.



Con l’Art. 8 si intende istituire un Osservatorio regionale sulle pari opportunità e la violenza sulle donne, che

a) provvede alla rilevazione, all’analisi, anche comparativa, e al monitoraggio dei dati inerenti lo stato di applicazione delle politiche di pari opportunità, la violenza sulle donne e assistita, gli interventi di contrasto alle stesse negli Stati membri dell’Unione europea, su tutto il territorio nazionale con particolare riferimento alla regione;

b) svolge indagini, studi, ricerche e attiva collaborazioni in materia di politiche di pari opportunità e di contrasto alla violenza sulle donne, anche in relazione ai dati ed alle analisi di cui alla lettera a);

c) elabora proposte e progetti per l’effettiva realizzazione del principio di pari opportunità;

d) promuove e diffonde la cultura delle pari opportunità, del rispetto, della libertà e della dignità della donna, anche attraverso l’attività di informazione socioeconomica e l’organizzazione di seminari e convegni di studio;

e) svolge attività di monitoraggio degli effetti delle politiche intraprese, anche nel mondo del lavoro, valutando l’efficacia degli interventi regionali.

“Finalmente”, ci si impegna ufficialmente a riferire non solo in merito alla realizzazione di quanto previsto da questa specifica legge, ma anche in merito “all’andamento del fenomeno della violenza di genere indicando le capacità dei servizi delle reti locali di accogliere in modo adeguato le donne vittime e di rispondere alle loro necessità di sostegno e autonomia.”


Può sembrare forse banale, ma se si pensa che i numeri della violenza sono quelli forniti dalle varie associazioni e che i dati ISTAT in merito alla violenza di genere non vengono aggiornati da troppo tempo, il passo risulta invece essenziale.



Finalmente si parla di fondi: dall’esercizio finanziario 2014 verrà istituito unFondo per il contrasto alla violenza di genere e per la promozione dellepari opportunità”, nel quale confluiscono le risorse pari ad euro 1.000.000,00”, che andranno ad aggiungersi a quelle già stanziate per le strutture nominate nella Legge, che è entrata in vigore oggi stesso.



Un paio di considerazioni ancora.


Sono felice che nel testo si parli poco di “sicurezza” intesa come repressione (anche il punto o dell’art. 2 è decisamente meno "forcaiolo" dei tanti sbandierati interventi oppressivi particolarmente in voga negli ultimi tempi).

Sono soprattutto felice e speranzosa, lo ripeto, dopo aver letto che saranno potenziati centri e sportelli antiviolenza, case delle donne e case rifugio, che saranno previsti percorsi di formazione per il personale e di informazione nelle scuole e di “educazione all’affettività” come strumento di prevenzione e contrasto alla violenza di genere.
Lo abbiamo detto mille volte: l'educazione è fondamentale per contrastare ogni forma di prevaricazione e di violenza. Insegnare ai ragazzi e alle ragazze a rispettarsi a vicenda, spiegare ai giovani uomini che le donne non sono pezzi di carne da possedere e alle giovani donne che possono essere tutto ciò che vogliono, che nulla può essere loro precluso perché sono nate femmine è il primo, fondamentale, passo per creare una società più giusta.

Certo, dovremo vigilare con la consueta attenzione tutte (e tutti) affinché quanto scritto non resti solo lettera morta, belle parole da dimenticare in fretta, ma le donne in questo sono bravissime.



mercoledì 19 marzo 2014

Di tutele, matrimoni, violenza e fobie.



Il 13 giugno 2013 il consigliere della Regione Lazio Simone Lupi (PD) ha presentato la Proposta di Legge regionale n. 33 concernente “Norme per la creazione della rete regionale contro la violenza di genere e per la promozione della cultura dell’inviolabilità, del rispetto e della libertà delle donne”.

Nella proposta si nomina la Convenzione sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw) e si parla di “creare le condizioni […] per prevenire e ridurre il fenomeno”, di “rafforzare e migliorare la presenza sul territorio della nostra Regione delle Case e Centro antiviolenza e delle Case rifugio cercando di perseguire l’obiettivo di formarci ai risultati ottenuti in tutta Europa”.

Si parla di “mettere a sistema gli interventi di prevenzione della violenza sulle donne”, di “progetti educativi e culturali”, di “prevenzione nel campo della istruzione e della formazione rivolte a diverse fasce scolastiche e diversi target”.

Interessante è anche l’auspicata promozione di “progetti per l’occupazione per le vittime”, dal momento che non sono poche le donne che continuano a subire violenza in casa anche perché non hanno modo di provvedere economicamente a sé stesse ed eventualmente a figlie e figli (cfr. Art. 8 Accompagnamento al lavoro e all’autonomia economica)

L’Art.1 merita di essere esposto per intero (le sottolineature, qui e altrove, sono mie):

Art. 1 Principi e finalità  
La Regione Lazio, richiamandosi ai diritti fondamentali sanciti dall’ONU, dalla Convenzione sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne/CEDAW, dalla Risoluzioni dell’UE e dalla Costituzione italiana, e in ottemperanza dei principi dello Statuto regionale:
a)      riconosce come violazione dei diritti umani universali alla vita, alla inviolabilità, alla libertà ogni forma di violenza fisica, psicologica, sessuale ed economica esercitata contro le donne nella vita pubblica e privata, comprese le minacce di tali atti, le persecuzioni e la violenza assistita;
b)      considera la violenza contro le donne, esercitata in ogni forma e in ogni ambito, un impedimento all’esercizio della piena cittadinanza e un danno grave alla loro salute fisica, psichica e sociale;
c)       nomina la violenza contro le donne violenza di genere, in quanto rivolta dagli uomini sulle donne in ragione della loro identità di genere;
d)      contrasta la cultura basata su relazioni di potere diseguale fra uomini e donne che supporta e legittima la violenza nelle relazioni intime, nell’ambito familiare, lavorativo e sociale e promuove una cultura dei diritti e del rispetto delle differenze di genere;
e)      contrasta l’uso di consuetudini discriminatorie ed offensive del genere femminile presenti nella comunicazione pubblica;
f)       contrasta tutte le forme di violenza quali i matrimoni forzati, la tratta, le mutilazioni genitali e fisiche;
g)      garantisce piena accoglienza, tutela e solidarietà a tutte le donne e ai loro figli vittime di violenze, abusi e maltrattamenti, persecuzioni e minacce.

Con questa proposta di Legge, la Regione, si impegna a “diffondere i diritti di uguagflianza e delle pari opportunità e la valorizzazione delle differenze di genere”, a promuovere e sostenere la creazione della “Rete regionale contro la violenza di genere”, a predisporre “programmi di formazione” e “specifici progetti e interventi volti alla diffusione di una cultura dei diritti umani e del rispetto dell’altra/o, con particolare riferimento alla violenza di genere” nelle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado , ad istituire “l’Osservatorio regionale sulla violenza di genere”, a valorizzare i “modelli culturali, le esperienze di aiuto e le forme di solidarietà e la relazione tra donne maturate nelle Case e nei Centri antiviolenza”.

Una  proposta abbastanza sensata, che finalmente nomina la violenza di genere, che finalmente riconosce il ruolo fondamentale delle relazioni tra donne e delle Case e dei Centri Antiviolenza (gli stessi cui vengono continuamente sottratti fondi economici fondamentali).
Forse si sarebbe potuto (e dovuto) fare di più, ma come primo passo non è così pessimo come ci hanno abituate tante proposte simili (una per tutti, la legge su femminicidio).

A questa Proposta (purtroppo non è ancora on line sul sito della Regione il testo approvato), Fabrizio Santori (ex MSI, AN, PDL, La Destra, ora consigliere Regionale nel Gruppo Misto) risponde con un ODG il cui oggetto recita: “Tutela della donna nel matrimonio tradizionale e tutela della libertà di espressione a fronte della Proposta di Legge nazionale contro l’omofobia e la transfobia”.

Dal suo sito, Santori ci informa che
Il giorno 5 marzo 2014, è stata raggiunta una grande vittoria nell’ambito della discussione della Proposta di Legge contro la violenza sulle donne approvata dal Consiglio Regionale del Lazio. E’ stato approvato all’unanimità un Ordine del Giorno di istruzione alla Giunta Regionale presentato in qualità di primo firmatario dal consigliere regionale Fabrizio Santori (www.fabriziosantori.com ) avente ad oggetto “Tutela della donna nel matrimonio tradizionale e tutela della libertà d’espressione a fronte della Proposta di Legge nazionale contro l’omofobia e la transfobia”.
Nello specifico, con l’approvazione di questo atto di indirizzo, il Consiglio Regionale del Lazio ha impegnato il governatore Zingaretti a sostenere tutte le azioni per il contrasto alla violenza per tutti i cittadini e senza sottostare ai deliri degli "studi di genere", ad esprimersi sulla questione dei limiti incostituzionali alla libertà di espressione che verrebbero imposti daldisegno di legge, attualmente in discussione inParlamento, dal titolo “Disposizioni in materia di contrasto dell'omofobia e della trans fobia”, a mettere in atto politiche concrete a favore della famiglia costituita intorno al vincolo del matrimonio tradizionale. [I refusi sono tutti suoi.]
Su twitter mi ha fatto sapere che l'ODG è stato recepito completamente e nulla è stato espunto.
 
Leggendo l'oggetto dell'Ordine del Giorno n. 133 del 5.03.2014, mi chiedo quale sia il nesso tra il contrasto all’omofobia e alla transfobia e la violenza di genere e mi sanguinano gli occhi leggendo “tutela della donna nel matrimonio tradizionale”, ma vado comunque avanti nella lettura.

Santori comincia scagliandosi contro la risoluzione 53/134 dell’ONU e contro la convenzione CEDAW, che deriverebbero da un “quadro di una lettura puramente culturale della società e sulla base della cultura degli ‘studi di genere’, che rappresentano un filone di pensiero minoritario, idealmente violento, segregazionista dei generi e totalitario nei metodi”. 
Sì, lo so, fa ridere. Mischiare totalitarismo, segregazionismo e studi di genere è talmente tanto assurdo che non si può non scoppiare a ridere.
Solo che mentre noi ridiamo questa cosa è stata recepita dalla Regione Lazio durante la discussione su una proposta di legge di contrasto alla violenza di genere.

Secondo Santori ONU e CEDAW fanno una lettura “viziata da pregiudizi ideologici e dogmi culturali”. Insomma, un conto è dire che le donne vengono picchiate, segregate, abusate, violentate, magari uccise, un altro è dire che troppo spesso questo lo fanno gli uomini. Magari i mariti, fidanzati, compagni, padri, zii, cugini. All’interno della tanto amata famiglia tradizionale.
L'Europa e il mondo sembrerebbero, in quest'ottica, ostaggio di misteriosi personaggi dediti agli studi di geere (lo spauracchio degli ultimi anni), che con i loro pregiudizi ideologici vorrebbero distruggere il mondo così come lo abbiamo conosciuto.
 
Santori sostiene che la proposta di Legge 33 punti ad una “contrapposizione contro tutti gli uomini indifferentemente dalle responsabilità personali, atti e scelte in quanto uomini” e che pretenda di “intervenire nei rapporti tra uomo e donna a livello assoluto, nel rapporto ovunque esista e indifferentemente da fatti o scelte dei singoli”. Questo nonostante nella proposta si parli chiaramente di contrasto alla violenza e non di intervento nella vita delle coppie. Senza contare che basterebbe saper leggere per notare che da nessuna parte in quella proposta si parla di interventi nei rapporti "a livello assoluto". 

Improvvisamente, parte la tirata sulla famiglia, “luogo principe del rapporto tra uomo e donna”, “fenomeno naturale che nella nostra specie prende forma dai fatti incontrovertibili che sono l’istinto di riproduzione, la società e la cura dei figli”, nella quale cura della prole, gravidanza e svezzamento impegnano di più le donne (eh, purtroppo voi ancora non potete partorire).
C’è una frase che non capisco: […] la durata del periodo in cui la donna partecipa pienamente ai rituali sociali per la formazione della famiglia è più breve rispetto a quello dell’uomo rendendo il tempo e le scelte di una donna ancora più preziose e importanti”. 
Quali sono i “rituali sociali”? 
Se prima dici che gravidanza, allattamento e cura sono praticamente a carico della donna, che vuol dire che partecipa poco a questi “rituali sociali”?  
Non lo capisco, anche perché subito dopo parla di uno svantaggio per la donna dato dallo “sbilanciamento dell’impegno genitoriale e coniugale”, che però viene attutito grazie al matrimonio, “l’istituto contrattuale che ha meglio regolato da parte della società la formazione della famiglia”.
Ho chiesto lumi su twitter. Aspetto fiduciosa.
 
Secondo questo ODG quello che si intende fare con la proposta di Legge 33 sarebbe “annullare la questione con un immaginario ‘superamento della famiglia’ e dei modi con cui è stata regolata con grande attenzione per decenni, con operazioni di propaganda […] tentando un’immaginaria azione di scavalcamento del rapporto tra uomo e donna perché non rispondente alle letture ideologiche provenienti da certa cultura individualizzante e totalitaria”. 
Manca solo una sparata sul nazifemminismo e ci siamo. 
Insomma, secondo Sartori, allargare diritti a tutte e tutti, anche a chi è fuori dal “matrimonio tradizionale”, equivarrebbe ad una “maggiore esposizione della donna agli svantaggi che derivano dal diverso impegno che le è richiesto in condizione di madre e coniuge”.
Allargare ad altr*
quei diritti che per il consigliere sono fondati “non sul progetto di vita, ma sulla sessualità o sulla sola temporanea solidarietà tra persone”, porrebbe la donna in una posizione di subalternità, ormai fuori da quella meravigliosa bolla protettiva che è la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna. 
È il cavallo di battaglia delle destre: allargare i diritti a tutte e tutti toglie diritti a chi li ha già. Come se un matrimonio gay togliesse qualcosa al mio.

Improvvisamente, senza soluzione di continuità, si passa alla seconda parte dell’ODG, ovvero la “tutela della libertà di espressione a fronte della Proposta di Legge nazionale contro l’omofobia e la transfobia”.

In merito alla obiezione-tipo alla legge su omo e transfobia, tempo fa scrissi:

Le obiezioni dei grandi difensori della libertà di opinione sono abbastanza ridicole, se si pensa che tutta 'sta storia la stanno facendo per qualche parola aggiunta ad una legge già esistente, che, a quanto pare, per loro non è mai stata un problema (o per lo meno non al punto da fare una "maratona del rosario" per dichiarare la propria preoccupazione e il proprio dissenso).
[…]
Già è punito chi "propaganda idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi", aggiungerci "o fondati sull'omofobia e transfobia" evidentemente per qualcuno deve essere davvero troppo.

Con buona pace di Santori e di quanti sono terrorizzati dall’idea che non si debbano propagandare idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi o fondati sull'omofobia e transfobia, nessuno andrà in galera perché contrario alle unioni omosessuali, alle adozioni da parte di coppie omosessuali o perché crede che cambiare sesso sia un capriccio da malati. 
E non c’è nessun colpo alla libertà di espressione: chiunque potrà comunque continuare a dichiararsi omofobo, razzista, transfobico, ma non potrà, ad esempio, fondare un partito o un’associazione che dice che “i froci devono essere bruciati sulla pubblica piazza, non possono lavorare negli uffici pubblici e devono essere rinchiusi in appositi ghetti”. 

La mossa di Santori è particolarmente subdola, per quanto non nuova né unica, perché unisce il contrasto alla violenza di genere (che sostiene essere “ideologico”) con la violenza in generale: secondo lui l’Art. 1 della Proposta di Legge 33, “ottenebra il problema della violenza tra le persone, paradossalmente pretende di sminuire la gravità della violenza dell’uomo contro l’uomo contro  l’uomo contro l’uomo (sic), della violenza compiuta dalla donna, della violenza degli adulti contro i bambini e addirittura propone ai violenti l’attenuante specifica del condizionamento culturale”.

Mischiando “libertà di espressione, di associazione e religiosa” e violenza di genere, Santori chiede al Presidente della Giunta Regionale del Lazio di impegnarsi “a perseguire l’obiettivo dell’educazione e prevenzione contro la violenza nella regione per tutti i cittadini indifferentemente dal sesso e senza sposare posizioni culturali marginali e marginalizzanti che puntano a segregare le donne dagli uomini in base alle pretese di ‘culture di genere’ totalitarie e antidemocratiche”, ad esprimere “preoccupazioni circa le limitazioni alla libertà di espressione” che deriverebbero da una legge contro omofobia e transfobia e a finanziare politiche “concrete a sostegno della famiglia costituita intorno al vincolo del matrimonio”, soprattutto per le famiglie numerose.

L’ODG in questione è stato recepito "completamente", come mi ha risposto Santori, dal Consiglio Regionale, a dimostrazione di come ogni tentativo di contrastare la violenza di genere sia considerato da un’ampia parte delle forze politiche (e di larghissima parte della popolazione italiana) non solo inutili (e allora la violenza dell’uomo contro l’uomo? E quella delle donne?), ma anche secondarie rispetto a provvedimenti che continuino a ratificare uno status quo che vede nel “matrimonio tradizionale” il solo e unico vincolo conosciuto e riconosciuto nei rapporti tra i sessi.