mercoledì 30 luglio 2014

Io ho bisogno di femminismo.

Tempo fa è nata la campagna "Who Needs Feminism?", che raccoglie le testimonianze di tante donne (e qualche uomo) che raccontano perché hanno bisogno di Femminismo:

Identify yourself as a feminist today and many people will immediately assume you are man-hating, bra-burning, whiny liberal. Perhaps a certain charming radio talk show host will label you as a “Feminazi” or “slut.” Even among more moderate crowds, feminism is still seen as too radical, too uncomfortable, or simply unnecessary. Feminism is both misunderstood and denigrated regularly on a broad societal scale.

We, the 16 women of Professor Rachel Seidman’s Women in the Public Sphere course at Duke University, have decided to fight back against these popular misconceptions surrounding the feminist movement. Our class was disturbed by what we perceive to be an overwhelmingly widespread belief that today’s society no longer needs feminism. In order to change this perception, we have launched a PR campaign for feminism. We aim to challenge existing stereotypes surrounding feminists and assert the importance of feminism today. We feel that until the denigration surrounding feminism and women's issues is alleviated, it will be hard to achieve total gender equality, both statistically and socially.

has decided not to release a single, “official” definition of feminism. The goal of our project is to decrease negative associations with the word that would keep anyone from identifying with the movement. However, we encourage you all to keep defining it yourselves… you have given better answers than we could have ever imagined!
  [QUI il link]
Identificati oggi come  femminista e moltissima gente immediatamente darà per scontato che sei una odiatrice di uomini, una brucia reggiseni e una liberale piagnona. Forse qualche affascinante talk show in radio ti etichetterà come “nazifemminista” o “puttana”. Perfino tra i più moderati, il femminismo è visto ancora come troppo radicale, troppo scomodo o semplicemente inutile. Il femminismo è allo stesso tempo incompreso e denigrato con regolarità su larga scala.
Noi, le 16 donne del corso alla Duke University “Donne nella sfera pubblica” della Prof. Rachel Seidman, abbiamo deciso di combattere contro i pregiudizi che circondano il movimento femminista. La nostra classe è stata turbata da ciò che crediamo essere una schiacciante credenza diffusa che sostiene che la società odierna non abbia bisogno di femminismo. Per cambiare questo punto di vista, abbiamo lanciato una campagna per il femminismo. Il nostro scopo è combattere gli stereotipi esistenti che circondano le femministe e affermare l’importanza del femminismo oggi. Crediamo che fino a quando la denigrazione che circonda il femminismo e le istanze delle donne non saranno attenuate, sarà difficile raggiungere una reale eguaglianza di genere, sia da un punto di vista statistico che sociale.

ha deciso di non rilasciare una singola e “ufficiale” definizione del femminismo. Lo scopo del nostro progetto è di diminuire le associazioni negative del termine che impedisce a qualcuna di identificarsi col movimento. Comunque, vi incoraggiamo tutte a continuare a darne una vostra definizione… avete dato le migliori risposte che avremmo potuto immaginare!
[Traduzione mia, come sempre, siate comprensive/i.] 
Moltissime hanno risposto alla campagna, sfidando lo stigma secondo il quale "l'identificarci oggi come femministe" fa di noi delle strane persone che odiano gli uomini, non si depilano e probabilmente non fanno abbastanza sesso.

Ormai quasi tre anni fa ho iniziato a raccogliere i luoghi comuni sulle femministe, un po' per divertimento, un po' per dimostrare come evidentemente ci sia un'enorme ignoranza in merito a cosa sia  il femminismo e di cosa si parli quando parliamo di questione di genere.
Ho ritrovato la maggior parte di quegli stereotipi nei cartelli di alcune donne che hanno voluto rispondere a "Who needs Feminism?". Decine di giovani donne hanno preso carta, penna e macchina fotografica per dire che no, loro non hanno bisogno di femminismo, anzi, loro sono "Women against Feminism" (QUI la gallery condivisa da La Repubblica).

I luoghi comuni ci sono proprio tutti.

Alcune sono contrarie al femminismo perché "mascolinizza le donne e cerca di femmilinizzare gli uomini", altre tirano in ballo il relativismo morale (!), altre non hanno bisogno di femminismo perché "adorano gli uomini" e "chiedere gli stessi diritti è mancanza di fantasia e ambizione" e poi è molto meglio rimanere a casa a cucinare per il proprio marito piuttosto che andare a lavorare come fa lui.

Le guardo attonita.
Vorrei rispondere, ma non ne sono capace.

Io non saprei dire con un cartello perché invece ho (parecchio) bisogno del Femminismo.
Sarà che mi manca il dono della sintesi, sarà che, come scrissi tempo fa, essere femminista mi è venuto quasi naturale. O meglio, man mano che ho studiato, letto e ascoltato, ho capito che "quella cosa lì" che mi girava nella testa e che diceva che nessuno potrà mai impedirmi nulla in quanto donna, che nessuno può permettersi di usarmi come un oggetto in quanto donna, che nessuno mai potrà mai permettersi di decidere sul mio corpo in quanto donna era già femminismo. Molto "primitivo", ma tant'è. Si cresce, si migliora, si comprende.
E il femminismo mi ha aiutato - e mi sta aiutando - moltissimo.

Tra le tantissime risposte alle "donne contro il femminismo", c'è la lettera aperta di Laurie Penny (QUI la traduzione de Il Ricciocorno).

Laurie dimostra di essere decisamente migliore di me. Io avrei risposto acida e arrabbiata, dimenticando per un momento qualcosa di fondamentale, che invece non devo dimenticare mai: le femministe sono sempre qui per noi, anche per quelle che il femminismo lo schifano.
Nel frattempo, se mai avrete bisogno di femminismo, chiamate pure. Se mai vi stancherete di lavorare di più per una retribuzione inferiore o addirittura senza retribuzione, noi saremo qui. Se una volta invecchiate, quando comincerete a cedere, vi scoprirete all’improvviso invisibili, perché valevate qualcosa solo finché eravate giovani e hot, saremo qui per ricordarvi che valete ancora. Se mai sarete violentate o picchiate dal vostro partner, e improvvisamente vi renderete conto di quanto sia mostruoso sentirsi dire che si è responsabili della violenza subita, sentirsi dire “te la sei voluta”, o sentirsi rimproverare che avreste dovuto fare in modo di non turbare i ragazzi, noi saremo qui. Se avrete bisogno di un rifugio per nascondervi con i vostri bambini o un tumblr pieno di gif per ricordarvi che non siete sole, noi saremo qui. Se avrete bisogno di un aborto, o del libero accesso ai metodi contraccettivi, saremo qui a lottare per ciò di cui avete bisogno e che vi meritate, perché crediamo che siete esseri umani, e in quanto tali siete in grado di decidere autonomamente del vostro corpo. Saremo qui, perché questo è quello che facciamo. Non sentite di aver bisogno di femminismo in questo momento, ma io sì, e così sentono miliardi di donne in tutto il mondo, e io spero che rispetterete loro, proprio come io rispetto il vostro diritto di spargere le vostre perplessità nella rete. C’è un posto al nostro tavolo per voi, quando sarete pronte.
Ma continuo a non saper dire con un cartello di poche righe perché ho bisogno di femminismo.
Ancora una volta prendo a prestito le parole di Carla Lonzi, che spiega benissimo quello che ho provato (e che so per certo hanno provato tante mie sorelle) quando ho incontrato per la prima volta il femminismo:
Quando ho saputo che esisteva il femminismo, non sono stata neanche lì a informarmi su cos'era: sono una donna, dunque faccio il femminismo. Non pensavo alle conseguenze, non sono mai stata così su di giri in vita mia, sempre stanca morta e con il cervello che faceva la girandola. Scaricare l'uomo dalle mie spalle, trovarmi con tante possibili amiche, simili, alleate nella stessa barca, con un destino comune, era il massimo di vitalità che avessi mai raggiunto. Intanto traboccava la voglia di uscire dalla prigione e sbeffeggiare il nostro carceriere. Il mio sdegno saliva alle stelle, ma anche la mia felicità perché finalmente esprimevo senza sensi di colpa né complessi di inferiorità la mia voglia di esistere, la mia presenza. Fino a allora ero stata cauta perché non volevo essere fraintesa, e quando andavo a ruota libera,voleva dire che ero sicura di chi mi ascoltava.
Invece, improvvisamente, ho cominciato a parlare con tante donne e ragazze sconosciute, non avevo più cautele né ritegno: ogni pensiero esplodeva nel buio con colori meravigliosi e io ne ero la più stupefatta. Cercavo di risvegliare questo fuoco nelle altre perché potessero gettarsi nell'acqua fredda e fare una bella nuotata. Lo choc più bello, tonico, salutare che ho mai provato.
Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista, 1978
Ecco, uno choc tonico e salutare. 

Forse dovrei scriverlo su un cartello:
Io ho bisogno del Femminismo perché è bello, tonico e salutare.









giovedì 24 luglio 2014

Di donne, guerra e "provocazioni".

In questi giorni terribili, tra aerei che cadono, migranti che muoiono in mare, la guerra in Siria che continua ad uccidere e Gaza di nuovo e sempre sotto attacco, mi sembra folle, inutile e ridicolo scrivere di donne e di parole.
Ma è più forte di me.
Alcune cose lette negli ultimi giorni mi spingono a farlo. Per me, ovviamente, per cercare di capire dove vivo, chi mi circonda.

Ho trovato diversi post che raccontano di un professore israeliano dell'Università Bar-Ilan, tale Mordechai Kedar, che ha affermato che il modo migliore per stroncare la resistenza palestinese sarebbe far sapere al "terrorista" che "se tira il grilletto o si fa esplodere, la sorella, la moglie o la madre saranno stuprate".

Su un web magazine che si occupa (anche) di Palestina e Israele ho trovato una trascrizione in inglese dell'intervento e il link all'audio (in ebraico) della trasmissione.

Kedar: "A terrorist, like those who kidnapped the boys and killed them, the only thing that will deter them, is if they know that either their sister or mother will be raped if they are caught. What can we do? This is the culture that we live in –"
Interviewer, Yossi Hadar: “—Yes, this sounds bad, but…”
Kedar: “It sounds very bad, but this is a lesson. This is the Middle East. Only the knowledge that –
Hadar: “Well, we can’t do things like this –“
Kedar: “I’m telling you, I’m talking about them, I’m not talking about what we can do or not do. I’m telling you what they live in. This is the only thing that deters a suicide bomber. If he knows that when he pulls the trigger, or blows himself up, his sister will be raped. That’s it. That’s the only thing that will bring him back home, to keep the honor of his sister. This is the culture of the Middle East. I didn’t create it, but this is the situation.”
Keidar: "Per un terrorista, come quelli che hanno rapito e ucciso i ragazzi [i tre ragazzi rapiti e uccisi a Hebron], la sola cosa che potrebbe fare da deterrente, è che sappia che sua sorella o sua madre sarà stuprata qualora venisse catturato. Cosa possiamo farci? È la cultura in cui viviamo"
Intervistatore, Yossi Hadar: "Sì, suona male, ma..."
Keidar: "Suona molto male, ma è una lezione. Questo è il Medio Oriente. Solo la consapevolezza che..."
Intervistatore: "Be', non possiamo fare certe cose"
Keidar: "Sto parlando di loro. Non sto parlando di cosa possiamo o non possiamo fare noi. Ti sto parlando di come vivono loro. Questa è la sola cosa che potrebbe fermare un attentatore suicida. Sapere che quando premerà il grilletto, o si farà saltare in aria, sua sorella sarà stuprata. Tutto qui. È la sola cosa che lo farebbe tornare a casa, conservare l'onore di sua sorella. Questa è la cultura del Medio Oriente. Non l'ho creata io, ma questa è la situazione.
[Ho tradotto io, siate comprensive e comprensivi.]
A queste parole è seguito un comunicato dell'università Bar Ilan:
Dr. Kedar did not call and does not call to fight terror with anything but legal and moral means. Dr. Kedar wished to stress that there are no means to deter suicide bombers, and used the example of rape as an exaggeration. To remove any doubt whatsoever, there is no recommendation, God forbid, in Dr. Kedar’s words to do these horrific things. The purpose was to define the culture of death of the terrorist organizations. Dr. Kedar illustrated in his words the bitter reality of the Middle East and the inability of a modern and law abiding country to fight terror of suicide bombers.
Il dr. Kedar non incita a combattere il terrorismo con niente altro che mezzi legali e morali. Vuole enfatizzare il fatto che non esistono mezzi per fermare un attentatore suicida e ha usato l'esempio dello stupro come un'esagerazione. Comunque, per fugare ogni dubbio, non c'è alcun incitamento a compiere questi atti orrendi, Dio non voglia, nelle parole del dr. Kedar. Lo scopo era quello di definire la cultura della morte delle organizzazioni terroriste. Il dr. Kedar voleva sottolineare con le sue parole l'amara realtà del Medio Oriente e l'incapacità di uno stato moderno e rispettoso della legge di combattere il terrore degli attentatori suicidi.
[Ho di nuovo tradotto io, continuate ad essere comprensive e comprensivi.]

Quella dello stupro come arma di guerra non è una novità.

Di certo non è la brillante intuizione del professor Keidar, ciò che come per magia fermerebbe qualsiasi conflitto.

Durante ogni guerra, da sempre, le donne pagano sui loro corpi.
Sistematicamente.
Stuprate e uccise per punire il nemico, per impaurirlo, per domarlo, per fiaccarne la resistenza.
Usate come oggetti, come se bombardare una casa, bruciare una caserma e violentare una donna fossero la stessa cosa.
Gli esempi da portare sarebbero infiniti.
Ne sono piene storia di Roma, quella delle guerre mondiali, dei conflitti nella ex Jugoslavia, delle lotte di indipendenza, delle rivoluzioni.

Una rapida ricerca in rete produrrà centinaia di risultati egualmente terribili.

Nel suo "Against Our Will. Men, Women and Rape", Susan Brownmiller dedica alla guerra un lungo capitolo.
Nomina il Deuteronomio, la guerra di Troia e la schiava Briseide, il ratto delle Sabine, le guerre "moderne", per raccontare di una sorta di "accettazione" dello stupro in guerra.
Spiega dettagliatamente come le donne vengano considerate prede, "ricompense di guerra", fino ad arrivare esattamente a quello che dice Keidar:
Men of a conquered nation traditionally view the rape of "their women" as the ultimate umiliation, a sexual coup de grace.

Gli uomini di una nazione conquistata vedono tradizionalmente lo stupro delle "loro donne" come l'ultima umiliazione, un "colpo di grazia" sessuale.
Non so se come sostiene la sua Università Kedar con quelle parole volesse solo provocare per definire la cultura della morte delle organizzazioni terroriste.

Di fatto, ha nominato qualcosa che esiste da sempre, da quando l'uomo ha scoperto che può stuprare perché l'anatomia glielo consente.
Di nuovo uso le parole di Brownmiller:
La scoperta dell'uomo che i suoi genitali potevano servire come arma per generare paura deve essere annoverata tra le più importanti scoperte dei tempi preistorici, insieme con l'uso del fuoco e le prime rozze asce di pietra. Dalla preistoria ai nostri giorni - è mia convinzione - lo stupro ha svolto una funzione critica. Si tratta né più né meno che di un consapevole processo d'intimidazione mediante il quale tutti gli uomini mantengono tutte le donne in uno stato di paura.
In tempi di guerra lo stupro o la sua minaccia serve a mantenere in uno stato di paura e sottomissione il nemico. 
Non c'è bisogno di scomodare "la realtà del Medio Oriente": è un dato di fatto.

Ho sempre enormi problemi quando ascolto o leggo parole troppo "leggere" sulla violenza sessuale. 

Evidentemente è un mio limite, ma proprio non riesco a percepire nulla di "provocatorio" nell'uso troppo elastico e superficiale della parola "stupro".

Continuo imperterrita a sognare un nuovo linguaggio, che finalmente userà le parole per quello che sono, che abbandonerà ogni tipo di sessismo, che smetterà si usare battute su stupri e femminicidi come fossero divertenti motti di spirito.

È faticoso, lo sto sperimentando in prima persona, ma si può fare.



Prima che partano le polemiche, che probabilmente non toccheranno minimamente il mio disagio nel sentire certe parole, ma saranno basate sull'assenza in questo post di una presa di distanza da Hamas: sì, credo che Israele sia uno stato assassino e che a Gaza sia in corso un genocidio; sì, conosco le idee di Hamas e no, non sono una fan; no, non sono antisemita. Per quanto riguarda i vari "e allora la Siria? L'Ucraina? L'Iraq?", nemmeno perdo tempo a rispondere.






martedì 1 luglio 2014

Sirenetto a chi?

La Repubblica dedica una galleria fotografica a Giorgio Minisini, diciottenne di Ladispoli, campione di nuoto sincronizzato. 
Ovviamente non ha potuto evitare di presentarlo come "il sirenetto", pur sottolineando, poche righe più in basso, come il "sirenetto che batte le donne" non voglia essere chiamato così, magari perché questo appellativo in qualche modo sembra sminuire la fatica, il sudore, il talento di un ragazzo che sta dimostrando (da qualche anno, peraltro) di essere qualcuno.

Anni fa scrissero di lui anche sul Corriere della Sera. Anche quella volta si raccontò del "sirenetto del nuoto sincronizzato".

Diverso invece fu l'approccio del blog syncdifferent, che lo presentava semplicemente come un "sincro-man agonista".

Molto meno "pruriginoso", in effetti, ma decisamente più adatto.

Peccato che uno tra i più importanti (ci piaccia o no) quotidiani nazionali abbia preferito il solito taglio gossipparo che ormai lo contraddistingue.

Peccato perché i successi di Minisini avrebbero potuto regalarci un interessnate articolo sugli stereotipi di genere nello sport, sulla fatica che qualsiasi agonista deve affrontare per poter ottenere risultati, su uno sport che troppo spesso viene raccontato esclusivamente attraverso immagini di trucchi improbabili e acconciature perfette, alla faccia degli sforzi, delle rinunce, del duro lavoro che c'è dietro ognuno di quei gesti perfetti e bellissimi.

Che poi sarebbe bastato andare su wikipedia per sapere che il nuoto sincronizzato maschile è una realtà ormai da anni.

Perfino in Italia.