mercoledì 24 settembre 2014

Di corpi nudi, minacce e femminismo.

I commenti di tanti uomini al discorso di Emma Watson erano prevedibili e sono sempre gli stessi, ovunque.
I vari "cagna femminista" e "puttana" si sprecano, accompagnati da giudizi sulle sue capacità di attrice, sull'utilità dell'ONU che fa parlare proprio chiunque e falsità varie sul femminismo.



La parola femminismo fa schifo, è roba vecchia e poco importa se Watson ha detto chiaramente quello che in tante andiamo ripetendo da decenni e cioè che il femminismo è la convinzione che uomini e donne devono avere gli stessi diritti e le stesse opportunità. È la teoria dell'uguaglianza politica, economica e sociale dei sessi.

Quello che si continua a voler far passare è che esista un non meglio specificato "femminismo antiuomo", che teorizza la supremazia delle donne e la prevaricazione del maschio. Sarebbe bastato ascoltare il discorso per capire che no, il femminismo non è odio verso gli uomini. Non lo è mai stato e non lo sarà mai.
Indubbiamente, però, perché ogni femminista possa venire immediatamente riconosciuta come nemica è necessario puntare sulla "misandria", dal momento che nessuna persona sana di mente troverebbe mai da ridire sull'idea che tutte e tutti dobbiamo avere gli stessi diritti, doveri ed opportunità.

Ma dopo tutto, cosa ci si aspetta da chi crede che le femministe "sono il motivo del crollo socioeconomico degli stati uniti" e che le (cagne) femministe dovrebbero essere messe a morte o nelle mani di "un mussulmano" con la cinghia?

"Erminiottone" fa sorridere, soprattutto chi è di Roma ed è stato/a adolescente negli anni '90, quando si diceva che uno dei terribili fascisti di piazza Ottavilla si chiamasse, appunto, Erminio Ottone.



E non poteva, ovviamente, mancare lei, l'odiata per eccellenza: Laura Boldrini, la prova provata dell'inutilità dell'ONU.

Vabbè, queste sono note di colore, cose che vediamo ogni volta che qualcuna di noi (intendo "noi donne") osa parlare pubblicamente di femminismo e fino a qui, niente di che: come detto, ci siamo abituate e leggere tali bestialità non fa che aumentare la nostra voglia (e il nostro bisogno) di andare avanti.

Perché, care mie, non possiamo pretendere di prendere parola pubblicamente, di  esprimere le nostre idee, di dire quello che pensiamo e immaginare di farla franca. Tantomeno possiamo dire "sono femminista" in pubblico senza che questo abbia delle conseguenze.
Se poi proprio non sappiamo tenerci un cecio in bocca e decidiamo di parlare, allora, care, sono fattacci nostri.

Il campionario dell'insulto-tipo è noto e non starò qui a fare l'elenco.

Mi interessa quello che è successo dopo.

A seguito della presentazione di #HeForShe è spuntato il sito "Emma you are next", un conto alla rovescia, al termine del quale sarebbero state messe on line delle foto di Emma Watson nuda.
Fino a ieri quella pagina era considerata reale e We Hunted the Mammoth spiegava chiaramente perché non la si potesse prendere sotto gamba.
L'update di oggi dice che probabilmante invece quel sito è davvero una bufala ed ha a che fare con la sicurezza e la censura in rete. C'è anche una lettera da mandare ad Obama per far chiudere siti che avrebbero fatto girare foto private di altre celebrità (QUI).
In ogni caso, quanto è successo ci dice qualcosa, perché quello che si minacciava era l'esposizione di un corpo sulla pubblica piazza.
Non un indirizzo di casa o il conto in banca, ma un corpo nudo.

Chi ha creato la bufala evidentemente sapeva benissimo che questo avrebbe fatto salire l'attenzione più di ogni altra cosa.

Quello che ci viene detto da quanto accaduto è che la migliore arma contro una donna che si alza e prende parola è l'intimidazione.
E infatti la cosa è risultata facilmente credibile ed ha avuto un seguito impressionate, mostrando a tutte e tutti quale sia la portata di odio per il femminismo e per le donne che si dichiarano femministe che gira sul web.

Un tizio ha scritto che "ora tutto il mondo saprà che lei è una puttana come qualsiasi altra donna".
Se sei nuda sei puttana. Anche se sei nuda a casa tua, magari col tuo compagno, con la tua fidanzata o con tuo marito o mentre sei sotto la doccia in palestra.
Se ti spogli sei una puttana.
O meglio, se ti spogli e hai un'opinione che io non accetto, allora sei una puttana. Come "qualsiasi altra donna".

Quello che ci dicono commenti come questi è che per una donna, per ogni donna, prendere posizione non è gratis, non lo è mai stato: ci sarà sempre qualcuno pronto a "rimetterci al nostro posto", usando perfino la nostra persona e il nostro corpo come arma. O peggio.

Vera o no, la minaccia della pubblicazione di  foto di nudo è un messaggio chiarissimo a tutte le donne: se alzerete troppo la cresta, noi vi colpiremo, vi umilieremo, useremo il vostro stesso corpo per mettervi alla gogna.

Riflettevo su questa minaccia insieme a Je (Cambio Pelle, da leggere): il nostro corpo usato come arma di ricatto contro di noi, contro le nostre idee.

Usarci per colpirci.
Prendere possesso di ciò che ci appartiene per, usando le parole di Je, "puntarcelo contro come una pistola".

Non serve pensare troppo a Emma Watson.

Le cronache sono piene di ragazzine e donne i cui corpi nudi vengono dati in pasto alla rete da ex fidanzati, compagni di scuola, amici...
Foto di nudi o video di atti sessuali, usati come arma di ricatto, come ultimo insulto, per umiliare nel peggior modo possibile, come mezzo di coercizione.

Ecco a cosa serve il femminismo.

Serve a rispondere a chi ci minaccia, a chi ci vuole mute, a chi ci vuole sempre chiuse in gabbia, silenziose, sottomesse, rassicuranti.

Serve a poterci esprimere, a poter decidere del nostro corpo, delle nostre vite.

Serve ad avere i medesimi diritti e i medesimi doveri degli uomini.

Serve a poter studiare, lavorare, crescere.

Ed è questo che davvero terrorizza chi ci irride, chi ci insulta, chi ci minaccia: che noi diventiamo consapevoli dei nostri diritti, delle nostre potenzialità, della nostra forza.

Che ci alziamo in piedi a pretendere quello che ci spetta, a prendercelo senza chiedere il permesso, senza dire "grazie" o chiedere scusa a nessuno.

Il fatto che un'attrice bella e famosa abbia preso parola deve averli terrorizzati.

Insomma, un conto è la femminista pelosa, con le sopracciglia troppo folte, senza trucco e coi capelli arruffati, quella che immaginano siamo tutte. Un altro è una donna bella, famosa, che potrebbe (orrore!) avere un seguito tra le altre.



martedì 23 settembre 2014

Emma Watson

Di Emma Watson so pochissimo.

Non ho manco mai visto Harry Potter, per dire.

Comunque, ha parlato all'ONU, per lanciare la campagna #HeForShe, movimento di solidarietà per l'uguaglianza di genere.

Ed ha fatto qualcosa di quasi eroico: si è dichiarata Femminista davanti alla platea. Senza giri di parole, senza cercare sinonimi, senza ardite perifrasi. Ha detto proprio "I decided I was a Feminist".
E non ci sono stati "ma" e "però".
Sono Femminista. Punto.
I decided I was a feminist
I decided I was a feminist
I decided I was a feminist
Dico "eroico" con cognizione di causa: basta legge i commentatori de Il Corriere della Sera per accorgersi che ancora, nel 2014, quando ci si dichiara apertamente "Femminista", l'insulto, la presa in giro, lo stravolgimento del proprio pensiero e del proprio sentire sono dietro l'angolo. 
Ne sappiamo qualcosa noi che ci diciamo Femministe e che come femministe viviamo le nostre vite e le nostre relazioni con gli altri e le altre.

Non solo, ha chiamato in causa gli uomini, ribadendo che il Femminismo, non ci stancheremo mai di ripeterlo (spero), non è mai in alcun modo odio verso gli uomini, ma la convinzione che "Uomini e donne devono avere gli stessi diritti e le stesse opportunità. È la teoria dell'uguaglianza politica, economica e sociale dei sessi.
Li ha chiamati chiedendo loro di farsi carico del cambiamento insieme alle donne, perché le ineguaglianze di genere hanno effetti anche sulle loro vite.

Uomini. Vorrei cogliere quest’occasione per estendervi un invito formale. La parità di genere è anche un problema vostro. [...] Ho visto uomini resi fragili ed insicuri dalla percezione distorta di cosa sia il successo maschile. Neanche gli uomini beneficiano dei diritti della parità di genere. Non parliamo molto spesso di come gli uomini siano imprigionati dagli stereotipi di genere, ma riesco a vedere che lo sono. E quando ne saranno liberati, come conseguenza naturale le cose cambieranno anche per le donne. Se gli uomini non devono essere aggressivi per essere accettati, le donne non si sentiranno in dovere di essere sottomesse. Se gli uomini non devono controllare, le donne non dovranno essere controllate. Sia gli uomini che le donne devono sentirsi liberi di essere sensibili. Sia gli uomini che le donne devono sentirsi liberi di essere forti. E’ tempo di concepire il genere su uno spettro, e non come due serie di valori opposti. Se smettiamo di definirci l’un l’altro in base a cosa non siamo, e cominciamo a definire noi stessi in base a chi siamo, possiamo essere tutti più liberi. Ed è di questo che si occupa He For She. Di libertà.
Voglio che gli uomini prendano su di sé questo impegno, così che le loro sorelle, madri e figlie possano essere libere dai pregiudizi, ma anche perché anche i loro figli possano avere il permesso di essere vulnerabili e umani.  [QUI c'è la traduzione del discorso]

Lo ammetto, mi sono quasi emozionata.

Sarà quella cosa della sorellanza, che quando senti un'altra dire quello che pensi anche tu ti si accende come una luce, sarà che sono mesi che sentiamo donne più o meno famose ribadire che "no, non sono femminista, per carità, io amo gli uomini!", che vediamo donne più o meno giovani farsi foto con cartelli che spiegano "perché non abbiamo bisogno di femminismo".
Sarà quel che sarà, ma ogni volta che una donna dice con fierezza "io sono femminista", io sono felice.
 

Aho, so' cose.

 


lunedì 22 settembre 2014

Da Intersezioni: Deconstructing l’istinto naturale.

Lorenzo Gasparrini (leggetevi tutti i suoi blog, è uno che scrive tanto e bene), alle prese con l'anonimo commentatore del post precedente.
QUI l'articolo originale.

Buona lettura a voi e grazie a lui.



Capita raramente che un commento a un post sia particolarmente interessante, perché in genere chi vuole argomentare bene in risposta a qualcuno sceglie di farlo o sul proprio blog o su un social network; i commenti intelligenti sono sempre più rari, ma quelli lunghi, argomentati e completamente idioti sono ancora più rari. Quindi quando ne capita uno, va immortalato.
 
Premessa: non importa se l’anonimo commentatore è un troll in vena di fini ragionamenti. Importa – ecco perché ce lo rileggiamo – che questi siano i ragionamenti di una maggioranza di bei maschioni. Quindi non sarà inutile dargli una spolveratina, e fregarsene se poi l’autore legge, risponde, ricommenta, e così via.
Spero che tutti voi conosciate già il blog
Ci riprovo, che vi consiglio di frequentare spesso e volentieri. Sotto questo post – che necessariamente dovete leggere prima di continuare – è apparso un commento notevole, che sarà un piacere rileggere insieme a voi.

Lola, non te la prendere per il mio modo provocatorio di affrontare la questione. [E' sempre carino cominciare così, è la versione retorica di "io non sono razzista ma" – predispone alla gioia, proprio]. Premesso che non so nemmeno come ci sono capitato qui [figurati noi, ma grazie lo stesso]: in genere mi occupo di discussioni di tutt’altro tipo [attenzione: ha premesso lui che non se ne occupa di certe cose, eh, ricordiamocene], sono stato catturato [il linguaggio già denuncia l'atteggiamento giusto: lui se ne andava per fatti suoi nel web ed è stato catturato. Sempre per continuare a predisporre Lola alla gioia] dalla tua tesi sulla necessità di educare i maschi [lo avete letto il post, vero? Ce l'avete trovata questa tesi sulla necessità di educare i maschi? Io no, e manco Lola, ma lui, che in genere si occupa di discussioni di tutt'altro tipo, sì]. Dove per “educare” sembra che tu voglia intendere “addestrare”, o “ammaestrare” [sembra solo a chi non sa leggere o a chi ha dei pregiudizi grossi come la galassia, ma vabbè], secondo una concezione pseudofemminista di concepire i rapporti tra i sessi [ma non era uno che si occupava di discussioni di tutt'altro tipo? Se già è in grado di riconoscere ciò che sarebbe pseudofemminista, allora ne sa. Che giocherellone].

Una concezione che fondamentalmente si regge sulla negazione, o sulla diminuzione, di una verità fondamentale [attenti, arriva la verità fondamentale! Pronti?]: noi umani siamo animali [e fin qui c'ero arrivato pure io], siamo organismi soggetti all’imperativo naturale della riproduzione [e che sarebbe un imperativo naturale? Non c'è su Wikipedia, mannaggia, e adesso come facciamo? Pure quel filosofo, come se chiamava, Kant, non poteva metterci questo, tra gli altri imperativi?], come tutti i viventi. L’istinto riproduttivo è talmente primitivo e fondamentale che ci accomuna ai lombrichi e con altri viventi ancora meno evoluti di loro [condividiamo anche lo stesso pianeta e siamo entrambi soggetti alla forza di gravità – e potrei continuare all'infinito a trovare comunanze a cacchio con i lombrichi: rimane il fatto che non hai detto cosa sarebbe un imperativo naturale. Perché se fosse l'istinto riproduttivo, diciamo che tra l'avercelo – sempre tutto da dimostrare – e il come usarlo, qualche differenza tra i vari animali io la vedo. Per esempio, se fosse tanto imperativo, a che scopo i diversi, complicati e spesso fallibilissimi "rituali di corteggiamento"? (Grazie Volpe.) Oppure perché scegliere il partner invece di riprodursi con qualunque esemplare femminile fertile? Tipo, che ne so: tua madre, tua sorella… no, quelle l'imperativo naturale le dichiara off limits, almeno per te. Lo hai detto alle sorelle dei tuoi amici? Provaci, magari in presenza dei fratelli, vedi se sono d'accordo anche loro co' st'imperativo naturale].

Guarda che carini…

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/f/f6/Mating_earthworms.jpg/1024px-Mating_earthworms.jpg [illustrazione a uso e consumo, evidentemente, di chi vi trova somiglianze nell'imperativo naturale.]

Questo per dire che il richiamo sessuale in sé non è per nulla educato, anzi: è maleducatissimo e, a volte, anche violento [attenzione, adesso parla del richiamo sessuale, non più dell'imperativo naturale. E questo che sarà? Ce lo spiegherà? Proseguiamo fiduciosi, dopo aver assistito a “come ti spiego lo stupro con cause naturali”. E' proprio una gioia leggerlo]. Gli individui di alcune specie (qualche volta anche gli umani lo fanno) mettono a repentaglio la loro stessa vita per seguire questo istinto [ah, qualche volta, quindi non sempre e non tutti, e non di tutte le specie. Ma non era imperativo, non era violento? E come mai qualcuno se ne sottrae? E scusa, ma individui di tutti i sessi o solo di uno? Così, per sapere].

Certo, noi umani siamo evoluti [ah, ecco]: abbiamo imbozzolato questo istinto selvaggio in una serie di condizionamenti che ci consentono di vivere in società anche molto complesse [come? Quando? Il nostro etologo non ce lo dice, continua a fidarsi dell'evidenza di ciò che dice. Che non è evidente per niente: per esempio, perché ci sarebbero questi condizionamenti? Paragonandolo all'istinto di nutrirsi – oh, mi pare fondamentale e imperativo pure questo – com'è che invece non è poi tanto selvaggio e non fa incazzare la sorella del tuo amico? E poi, quale sarebbe il motivo di avere società anche molto complesse? L'imperativo naturale è scopare, mica costruire automobili]. Ma bisogna fare attenzione, perché a volte la necessità di dominare l’istinto con norme e condizionamenti di vario genere può spingersi fino alla sua negazione, e allora saltano fuori le nevrosi e talvolta le psicosi [ma perché c'è questa necessità, se c'è l'istinto? Intanto avete assistito anche a “lo psicologo dilettante”, gioco in voga da quando il pòro Freud pensò di pubblicare le sue cose e farle leggere a tutti. Da quel giorno, tutti pensano di poterle capire al volo]. E la negazione può diventare violenza brutale [di chi? Io mi nego le cose e poi divento brutale? Verso chi? Com'è che divento brutale verso l'altro sesso e non contro il mio, visto che i condizionamenti me li sono negati da solo? Oh, l'ha detto lui eh].

L’istinto lo si può e lo si deve controllare [e allora che istinto è? Perché chiamarlo così? Chiamarlo bisogno no?], ma negarlo è ipocrita e controproducente [io trovo ipocrita parlare a vanvera di cose che non si sanno e non si capiscono, e pure usare apposta un termine per avallare senza ragionamenti né prove i propri deliri. Se quello sessuale fosse stato chiamato un bisogno e non un istinto sarebbe un errore lo stesso, ma intanto tutta la costruzione pippologica sulla violenza e sull'imperativo crollerebbe].

Per dire: puoi essere certa che il tuo ragazzo, o marito, guarderà il culo o le tette di qualunque bonazza gli passi a tiro [comportamento dovuto all'istinto imperativo? E perché – tanto per fare la prima obiezione facile – se è tipico della nostra specie tante altre culture non danno alcuna importanza allo sguardo, a ciò che si vede? E ancora: perché, se c'è un istinto, in anni diversi, in luoghi diversi, tra gruppi diversi le caratteristiche tipiche della bonazza cambiano?]. Senza darlo a vedere, ovviamente: per non offenderti, perché il sesso è una cosa e l’amore è un’altra cosa [e adesso chi lo dice a Venditti?], ma lo farà [lui ne è certo, perché tutti i maschi di tutte le specie sono uguali: hanno l'imperativo naturale, no?].

E lo stesso farai anche tu, in modo diverso, meno esplicito, più complesso: perché sei femmina, e la missione biologica delle femmine è più complessa [CALMA, fermi tutti, facciamo ordine. Allora: c'è l'istinto naturale, il richiamo sessuale e adesso la missione biologica. CHE CACCHIO SONO? DOVE LE HAI PESCATE QUESTE SCEMENZE? Un link, un cognome… niente, tutta scienza infusa]. Ad iniziare [qui due parole sulla d eufonica] dalla scelta del maschio più adatto per finire al parto e alla cura della prole [traiamone le conseguenze: se una donna vuole vivere per cavoli suoi e senza avere figli, tradisce la sua missione biologica. E le suore? No, dico: E LE SUORE?].

I maschi hanno una missione biologica molto più semplice [ma guarda un po', che culo]: possedere e inseminare quante più femmine possibile [deve averlo digitato usando il glande, a giudicare dal pacato climax retorico]. E anche nelle specie monogamiche come la nostra [ecco, qui basta Wikipedia per svelare la scemenza: la nostra non è affatto una specie monogamica, è solo un'opzione culturale di alcuni gruppi sociali] permane questo istinto primitivo alla promiscuità [ah, ecco, c'è un altro istinto: quello alla promiscuità. Ma sono due o è sempre quello di prima, meglio definito? Boh]. Anche nelle donne, eh? [oh, meno male, me stavo a preoccupa'.]

Dunque non ha senso proporre una educazione dei maschi [Lola non l'ha fatto, dovrebbe bastare saper leggere], e anche delle femmine [questo ancora meno], a partire dalla negazione di una realtà istintiva primaria [definizione del tutto personale: non c'è uno straccio di prova scientifica che lo sia, anzi che ne esista una] come l’attrazione sessuale [NO! Ma come l'attrazione? Ma hai parlato finora di riproduzione, promiscuità, sesso, violenza, e adesso te ne esci con una cosa moscia come l'attrazione?]: è ipocrita, nevrotizzante, controproducente [se gli effetti sono scrivere 'ste cose, comincio a crederti].

Ha invece senso farlo a partire dal riconoscimento pieno della natura profonda di maschi e femmine [con buona pace degli altri generi – a proposito, ma come fanno a esistere tutti quei generi se c'è un istinto primitivo?], perché solo in questo modo uomini e donne possono rispettarsi per ciò che sono [belve inevitabilmente assetate di sesso i primi, e creature vòlte al parto e alla cura della prole le seconde. Però, complimenti per la scienza infusa].

Il pistolotto mi è uscito un po’ lungo [grazie anche per aver evitato il doppio senso]. E prima che parta la strigliata farò bene ad allontanarmi [tranquillo, Lola pensa solo al al parto e alla cura della prole, è il suo istinto, non hai nulla da temere]. Ciao. [Ciaone proprio.]

mercoledì 17 settembre 2014

Della necessità di una nuova educazione.

Giorni fa scrissi un post sul nuovo miracoloso smalto antistupro.
In quell'occasione, come in molte altre, ho sottolineato come sia ormai sempre più importante pensare ad un serio programma di educazione, a partire dalle scuole.
Ho scritto, e lo ribadisco, che
Voglio sapere che nelle scuole si insegna il rispetto reciproco, che si parla di differenza di genere, di affettività, di sessualità consapevole, di rispetto per tutte e tutti.

Lo pretendo.


Sono gli uomini che vanno educati a non stuprarci, non siamo noi che dobbiamo imparare come non farci stuprare.
Tra i commenti a quel post, diverse persone hanno scritto che queste mie parole sono "inaccettabili e di una violenza inaudita", perché sottintenderebbero che per me gli uomini sono tutti stupratori. (Qui)
Come risposto lì, un'idea simile è talmente tanto lontana da me che trovo offensivo che me la si possa attribuire.

Ogni volta che si parla della necessità di un'educazione all'affettività e a una sessualità consapevole basata sul rispetto, ci si ritrova a doversi difendere dall'accusa di sostenere che gli uomini sono per natura tutti stupratori.

Come detto altrove, io penso che esista una cultura nella quale siamo immerse e immersi, che si chiama patriarcato e che è responsabile di ogni violenza e coercizione sulle donne e che fino a quando non le si opporrà un'altra cultura che parli di rispetto delle differenze, di uguaglianza nei diritti e nei doveri, allora non cambierà niente.

Continuare ad opporre a queste richieste (che grazie al cielo non sono solo uno strano parto della mia mente, ma anzi sono state portate in Parlamento) uno stantio "non tutti gli uomini" è inutile e fa scivolare ogni dibattito in merito in un continuo "io no/lui no" che non porta a nulla. 

Quello che è sempre più urgente fare è:
promuove(re) il cambiamento nei modelli di comportamento socio-culturali di donne e uomini per sradicare i pregiudizi, i costumi, le tradizioni e le altre pratiche basate sull’idea di una differenzazione delle persone sulla base del genere di appartenenza o su ruoli stereotipati per donne e uomini, in grado di alimentare, giustificare o motivare la discriminazione o la violenza di un genere sull’altro. (QUI)
Eccola, l'educazione. E da nessuna parte è scritto che "gli uomini sono per natura tutti stupratori".

Poi leggo di un ventenne che, lasciato dalla ragazza, la getta dal terrazzo e poi si butta a sua volta.

Leggo stralci della lettera che ha scritto prima di ucciderla e di suicidarsi.

Dice che voleva che lei soffrisse, che provasse "terrore prima di dire addio a tutto".

Di nuovo un uomo che non accetta un "no", un uomo che non accetta che una donna voglia andarsene, un uomo convinto che quella era roba sua, che doveva essere punita per averlo lasciato, che meritava di soffrire, di perdere tutto.
Di nuovo un uomo che vede una donna come un oggetto di proprietà, una cosa che non ha diritti nemmeno sulla propria esistenza. 

Ecco a cosa serve l'educazione.

Serve a far crescere tutti e tutte nella consapevolezza che l'altro/a da noi non è una nostra proprietà, che i suoi bisogni, le sue aspirazioni, le sue scelte sono legittime e devono essere rispettate, anche quando lo/la allontanano da noi.

Serve, anche, ad impedire a giornalisti e opinionisti vari, di scrivere boiate come "raptus" davanti ad una simile notizia.

E se in questo volete continuare a leggere una mia "misandria" o la prova del mio "nazifemminismo", allora il problema è più grave di quanto io possa immaginare.

lunedì 1 settembre 2014

Siamo tutte lady Godiva

La Repubblica.
Riunione di redazione.

«Allora, ascoltate tutti: serve una foto per un articolo che parla di come gli animali aiutino a vivere meglio.»

«Uhm... vediamo un po'... si potrebbe mettere una foto di due vecchi al parco che guardano giocare i loro cani... un malato a letto col gatto sui piedi... dei bimbi circondati di pulcini... uhm...»

«Mah, tutto troppo scontato, ci vuole qualcosa di nuovo, di fresco, di coraggioso.»

«Che ne dite di una donna senza maglietta sdraiata sul cavallo? Anche perché le donne a cavallo ci vanno  sempre così, è ora che si sappia.»

http://d.repubblica.it/benessere/2014/08/29/news/animali_terapeuti_cani_gatti_cavalli_pappagalli_pesci_psicologia-2267026/