mercoledì 9 dicembre 2015

Pensieri sparsi su surrogacy, moratorie e divieti.

«Ma come, tu, femminista, sei favorevole all'utero in afftitto?»

Ogni volta che mi pongono questa domanda mi viene in mente una cosa che diceva sempre mia madre quando si parlava di aborto:
«Io non sono favorevole all'aborto. Io sono favorevole ad una legge che tuteli le donne che vogliono abortire.»

Ecco, io non sono "favorevole alla surrogacy" (chiamarla "utero in affitto" è di per sé dispregiativo, quindi sarebbe bene cominciare chiamando le cose col loro nome, se non altro per evitare giudizi a priori): io sono casomai favorevole ad una legge che tuteli le donne che decidono di portare avanti una gravidanza per conto di altre, le persone che cresceranno il frutto di quella gestazione e chi da quella gestazione eventualmente nascerà.
Ovunque.
Sempre.

"Vietare", chiedere "moratorie" per "mettere al bando globalmente" una pratica che esiste in una larga parte del mondo e che in diversi paesi è regolamentata da decenni è abbastanza ridicolo e strumentale. E inutile.
Ve lo immaginate Trudeau leggere che Amendola, Tognazzi, Comencini, le Orsoline, i preti, Gasparri e qualche femminista vogliono abrogare una legge del suo Stato?
Su, siamo serie.

Vietare la GPA, addirittura pretendere di bandirla dall'intero globo terracqueo - a me pare ovvio, ma magari sbaglio - porterebbe esattamente a ciò che (giustamente!) le SNOQ-Libere e tutte le persone con un minimo di sale in zucca vogliono evitare sempre e comunque: sfruttamento, profitto, abuso, mercato nero.

Cose che sappiamo benissimo esistono in larga parte dei paesi più poveri.
Ed è proprio a questo punto che per farmi sentire una specie di mostro orrendo con velleità più o meno naziste, mi si pone l'esempio di quanto accade in India. 

È un fatto che in India le donne non sempre "scelgono" di gestare e partorire figli/e per altre/i e che debbano vivere un vero e proprio incubo per due spicci schifosi.
Ed è chiaro come non poche persone se ne freghino della situazione di sfruttamento e -di fatto- di schiavitù di quelle donne pur di avere un/a figlio/a.

Mi chiedo sommessamente e umilmente se "vietarlo" cambierebbe qualcosa.

O se, invece, quelle stesse donne continuerebbero ad essere sfruttate, con una fioritura del "mercato nero" tanto più florida quanto più esteso il divieto. 
E se chi ha soldi da spendere, ma non abbastanza per andare in USA o Canada, continuerà a sfruttare i loro corpi e le loro vite.

Un po' come con l'erba.
Qui è illegale. La gente si fa le canne. Le mafie gongolano e contano i soldi. I poracci sono sfruttati, i ricchi se la spassano, gli zozzi godono.

O magari con l'aborto.
Se non sbaglio quando era illegale si abortiva ugualmente.
Spesso si moriva e se ti beccavano andavi in galera.
Poi si è pensato che forse sarebbe stato meglio avere una legge che regolamentasse una pratica più che presente ovunque e che tutelasse, in primo luogo, le donne.

Questo è il punto che mi sfugge completamente di tutta la polemica.

Davvero l'idea di regolamentare e legiferare proprio per prevenire e combattere ogni forma di abuso non è nemmeno da prendere in considerazione?
Davvero è meglio dare delle naziste o delle poverette alle persone che non possono avere figli e invece ne vorrebbero e magari hanno preso in considerazione anche la surrogata?
Davvero siete così preparate/i sull'argomento da poter dare lezioni a tutte e tutti senza porvi nemmeno una domanda?
Davvero le vostre coscienze sono così pure da permettervi di giudicare con tanta sufficienza e violenza chi non la pensa come voi?

La sola cosa che mi è chiara in tutta questa storia, dall'appello per la moratoria alle (troppe) discussioni cui ho partecipato, è che c'è un'enorme confusione, parecchia ipocrisia e pochissima conoscenza dell'argomento e di ciò che c'è intorno, come quando si risponde che "basta adottare", tanto "gli orfanotrofi sono pieni", o che se non vivi bene il tuo essere sterile faresti meglio  a spararti perché evidentemente non hai una vita piena e felice.

Continuo a pensare che fingere che qualcosa non esista o che riguardi solo qualche ricca coppia gay (perché solo di quello si finisce col parlare e molto, molto poco delle altre persone o coppie) e rifiutarsi di affrontare una discussione aperta basata sui fatti e non su pregiudizi etici che lasciano il tempo che trovano, sia sciocco e fuori dal mondo.

Io ricorrerei alla maternità surrogata, gratis o a pagamento?
No, non credo.
Io porterei mai in grembo il figlio/la figlia di qualcun altro, magari di un'amica o di una parente?
Non lo so, probabilmente no.

Ma io, con le mie esperienze, con i miei desideri, con le mie voglie, non mi arrogo il diritto di imporre un modo di vivere al resto del mondo.

Sarebbe il caso che ce ne facessimo tutte e tutti una ragione.

giovedì 26 novembre 2015

Di nuovo il 25 novembre.


Finalmente il 25 novembre è finito e posso abbandonare il mio discutibile e ridicolo lato zen che mi ha aiutata a superare la giornata più o meno indenne e tornare l'acida di sempre.

Finalmente si sta ridimensionando la sagra dell'ipocrisia che accompagna tutte le giornate mondiali di qualcosa e questa in particolare.







Niente più rosa, niente più fotine con mogli-mamme-figlie che i nostri eroi vogliono salvare dalle grinfie di un non meglio specificato nemico che evidentemente viene da lontano che invadono i social network. Niente più falso cordoglio, voci quasi rotte dal pianto, sguardi contriri.
Almeno per un anno. O fino all'8 marzo, dipende.

L'ipocrisia che accompagna la Giornata Mondiale per l’Eliminazione delle Violenza sulle Donne, dicevo, non credo abbia pari.

Si organizzano tanti begli eventi: convegni, rappresentazioni teatrali, assemblee nelle scuole, dibattiti. 

Per 24 ore sembra di vivere in un paese che davvero ha intenzione di lavorare senza tregua per l'eliminazione non solo della violenza sulle donne, ma anche di ogni stereotipo. 
Per un attimo pare che la Politica sia pronta a lottare contro la piaga del non lavoro e per il raggiungimento di una effettiva parità. 
Si arriva quasi a pensare, tanto è l'impegno che la Politica mette nelle "celebrazioni" di questa giornata, che verranno stanziati migliaia di euro per i Centri Antiviolenza, per i Consultori, per il diritto alla salute.

24 ore in cui pare che tutto stia per accadere.

Per 24 ore quasi pensi che il/la Ministro/a per le Pari Opportunità (che sto aspettando fiduciosa) chiederà e otterrà senza sforzo maggiori stanziamenti per contrastare l'inoccupazione femminile, che finalmente la Legge 194 sarà pienamente applicata in tutto il paese, che i Centri Antiviolenza vedranno incrementati i fondi loro dedicati, che il numero dei Consultori aumenterà e che le loro strutture saranno nuove, accoglienti, funzionali.

Addirittura ti viene in mente che nelle scuole si parlerà finalmente di un'educazione  libera dagli stereotipi, che le stronzate sulla "teoria del gender" scompariranno per miracolo e che le boiate dei vari Adinolfi e Miriano rimarranno confinate al massimo in qualche parrocchia.

Perché tutto questo è legato alla violenza sulle donne.

Perché per una donna che non sa a chi e dove rivolgersi, che non lavora è più difficile uscire da una situazione di violenza.
Perché per una donna cui vengono negati il diritto alla sessualità e alla maternità consapevoli è più complicato prendere in mano la propria vita ed uscire da un contesto problematico.

24 novembre 2007
Roma

Ma poi per fortuna il 25 novembre finisce.

E si torna alla normalità.
Alle tette e ai culi sparati ovunque.
Ai "puttanatroiamignotta".
Alle dimissioni in bianco.
All'assenza di strutture di aiuto e accoglienza.
All'impossibilità di abortire.
Al lavoro precario.
Alle molestie.
Alle minacce.
Alle botte.
Ai raptus.
Alla gelosia.
Alle liti in famiglia.
All'ennesimo femminicidio negato.



Consigli di lettura:

Il 25 novembre in un bicchiere d’acqua. - Sud De-Genere

Perchè il #25Novembre? In memoria delle sorelle Mirabal e di tutte le donne brutalmente assassinate.

#25Novembre tra passerelle politiche e riappropriazioni

Non sono #Mediacomplice

Sul 25 novembre (e un po' di astio tutto personale).

La scuola fa differenza.

Sulla competenza de* filosof*. Meglio dubitare. 

Succede a tutte, senza che ve ne rendiate conto.





mercoledì 4 novembre 2015

Logica vs Stomaco. Di primarie e disillusione. Risposta (?) a Demopazzia.



Non avevo di certo bisogno di uno come Renzi per non prendere nemmeno in considerazione l’idea di votare il Partito Democratico. 
Non potrei mai dare il mio voto ad un’accozzaglia politica che raccoglie il peggio della “sinistra” italiana insieme ad ex democristiani, ultracattolici e criptofascisti.

Come motissime persone di sinistra faccio sempre più fatica ad ogni tornata elettorale: che fare? Il meno peggio? Il partitello sfigato con la Falce&Martello più bella? Il male minore? Annullo? Non voto? No, davvero, è allucinante. Faticoso. Mi sento tanto Michele Apicella.

Quindi sono una di quelle che sta sempre fuori. Fuori dai partiti, fuori dalla politica “istituzionale”, sempre fuori.
Essere sempre fuori, però, è anche un bel problema, oggettivamente.

Detto con poche, definitive parole, essere sempre fuori, in certi casi, vuol dire "non contare un cazzo". Ci sarà sempre qualcun altro a governare e, alla fine dei conti, a decidere sulle nostre vite.

Comunque, ho letto il post di Demopazzia  Jeremy Corbyn spiegato agli italiani e c'ho un sacco di cose che mi girano in testa.



Come è possibile che abbia vinto un tizio che parla di nazionalizzazioni, di welfare, di edilizia popolare e che si dichiara apertamente socialista?

È stato possibile perché la sua candidatura ha portato a iscriversi ad un partito che si era spostato sempre più a destra molti giovani che non avevano mai trovato un motivo per farlo e molti anziani che lo avevano abbandonato perché diventato troppo simile ai Conservatori. È stato possibile perché qui sanno come funziona il sistema elettorale e l’unico modo di riportare la sinistra a governare era questo. Ha vinto le primarie con quasi il 60% dei voti e se non lo defenestreranno in qualche modo sarà lui a candidarsi come Premier tra 5 anni.
L’ipotetico Jeremy Corbyn italiano, se mai esistesse, non potrebbe mai raggiungere un risultato del genere
Prima di tutto perché anziché candidarsi per riprendersi il partito (il PD) e tentare di governare il paese avrebbe fondato la sua piccola formazione politica personale di sinistra, andando ad ingrossare le file di inutili leader dall’ego spropositato e dall’elettorato atrofico. (Devo davvero farvi alcuni esempi?)
Seconda di poi, pure gli fosse saltato in mente di candidarsi alle primarie del principale partito di sinistra in Italia (mi dispiace per chi non capisce il senso di questa frase), nessuno o molto pochi di coloro che si dichiarano di sinistra e fossero stati d’accordo al 100% con la sua piattaforma politica si sarebbero iscritti al PD per andare a votarlo alle primarie e farlo vincere e far diventare il PD davvero di sinistra, perché “Che schifo il PD”, “io 2 euro al PD manco morto”, etc, lasciando così che il partito se lo prendessero personaggi come Renzi, in modo da poter darsi ragione da soli e dire ridire hai visto che schifo il PD e restare a guardare e a indignarsi.

E qui mi sono sentita chiamata in causa.
Io sono una di quelle persone che si dichiara di sinistra, addirittura comunista, e che non è certa che avrebbe preso la tessera del PD per votare Corbyn alle primarie.

E vista in quest'ottica, con un esempio lampante con nome e cognome di un "votabile", la cosa pare porre dei problemi oggettivi.
Insomma, siamo così (giustamente e mai abbastanza) disgustate e disgustati dal PD da non prendere nemmeno in considerazione l'idea di "cambiarlo" davvero a sinistra?
Davvero questo partito e chi ci sta dentro ci fa talmente ribrezzo da impedirci di fatto di (passatemi il termine) "riprendercelo" e farlo diventare espressione di una sinistra reale? 

Sì.
Purtroppo sì.
Quello che ha dimostrato il Partito Democratico in questi anni mi porta a dire che non riuscirei a votarlo nemmeno se arrivasse a chiedermelo Marx in persona. Diffiderei anche di lui.

Diciamo che se arrivasse Corbyn e si candidasse alle primarie del Partito Democratico con un programma condivisibile, io probabilmente resterei fuori a guardare nella speranza di non rimanere delusa.

La logica dice che, invece, proprio noi, che condividiamo certi valori e ideali, dovremmo in qualche modo ribaltare la situazione per renderlo un soggetto politico realmente di sinistra e non quel coso padronale e antidemocratico quale è il PD.

La logica.
Ma non lo stomaco.
Non ce la posso fare.

giovedì 29 ottobre 2015

Io sono Jazz

In pieno panico da gender Real Time ha cominciato a trasmettere "Io sono Jazz", reality che racconta la vita di Jazz Jennings e della sua famiglia.

«Sono una ragazza adolescente, gioco a calcio, mi piace uscire con gli amici, credo di essere simpatica. Sono anche transgender. E ne vado fiera.»

"Disturbo dell’identità di genere", si dice, e Jazz lo spiega benissimo alle compagne di squadra: 

«In pratica significa che alla nascita ero un maschio e ora sono una ragazza. In realtà lo ero anche prima, solo che ero intrappolata nel corpo di un maschio.» 

SBEM!

Ve la immaginate la reazione dei vari Adinolfi e Miriano? 
Se non ci riuscite, fate un bel respiro e andatevi a leggere i loro commenti. Vi avverto, farà schifo, ma il mondo è pieno di gente orrenda, lo sappiamo.

Insomma, questa Jazz è un'adolescente.
È transgender.
Ha una famiglia e degli amici che la appoggiano.
È fiera di quello che è (e non tutt* possiamo affermare lo stesso, ammettiamolo).
E in più ha dei bellissimi lunghissimi capelli liscissimi (scusate, ma da riccia mi fanno sempre un certo effetto).

Capite?

Per certa gente questo deve essere decisamente troppo.
Devi soffrì.
Devi stare male.
Devi essere sola.
Non puoi mica vivere come noi, con noi, no?

Ho visto i primi tre episodi e il mio primo pensiero è stato: che famiglia fica che hai, Jazz!
Tantissime famiglie "tradizionali" abbandonano i figli e le figlie per molto meno.
I suoi genitori, invece, passato un momento di "difficoltà", hanno iniziato un percorso insieme a lei.
Nonostante le paure, nonostante la cattiveria della gente, nonostante i pregiudizi. 
Nonostante i mille pensieri che non possono non venire in mente a un genitore con un figlio o una figlia che non è considerato/a "normale" dalle altre persone: sarà felice? Sarà trattata bene? Troverà amici, amore, famiglia fuori di qui?

Domande legittime, che questa famiglia ha deciso di affrontare insieme.

Basta guardarsi intorno per vedere quante e quanti sono stati abbandonate/i dalle famiglie perché "diverse/i", quante e quanti sono stati letteralmente torturati con disgustose "terapie riparative", quanto dolore la non accettazione e il rifiuto possono causare.

E invece poi c'è questa famiglia normale e come loro ce ne sono altre e altre e altre.
E fino a che ci saranno persone così, il mondo farà un po' meno schifo.


lunedì 19 ottobre 2015

Grazie.

SOLO
-Laura-
Questo fine settimana il mio quartiere è stato il centro di Roma.
Il Trullo ha ospitato il terzo Festival Internazionale di Poesia di Strada.
Per tre giorni la borgata è stata invasa da artisti, poeti, musicisti.

E la gente è stata ore e ore in piazza a vedere i muri delle case popolari prendere vita, a leggere le poesie sulle serrande, a sentire musica e poesia al Cso Ricomincio dal Faro.

Bol23
Grazie.

Grazie ai Pittori Anonimi der Trullo che hanno iniziato colorando i lotti (e qualcuno l'ho colorato pure io).

Grazie ai Poeti der Trullo e ai loro versi (compratevi il libro, io il mio me lo sono anche fatto autografare).


Grazie a SOLO, che non è solo un fantastico artista, ma anche una gran bella persona.


Gomez

















Grazie perché avete regalato a tutte e tutti noi qualcosa di davvero bello, perché avete reso il quartiere un posto migliore, sbattendovi in prima persona, perché per tre giorni non c'è stata nessuna "periferia degradata", ma solo arte e poesia.





Moby Dick

martedì 13 ottobre 2015

De Sade una di noi, ovvero, il porno black bloc.

"Nazifemen che inneggiano a De Sade".

In effetti nel mio elenco sui luoghi comuni e i tipici insulti dedicati a noi femministe questa mi mancava. E devo ammettere che "Nazifemen che inneggiano a De Sade" merita di scalare ogni classifica, se non altro per la dotta citazione.

Ma tutto l'articolo apparso su milanopost dopo il corteo antiabortista merita di essere letto, perché è una miniera pressochè infinita di spunti interessanti.
Ragazze  militanti ormai sui sessanta ma che vestono secondo la moda  dei punkabbestia black blok,  con  tute nere, zainetti scuri,  scarponcini da esproprio proletario, felpe  e con vistosi anelli da  marinai di baleniera al naso:  sembravano tante Eva  Kant del fumetto Diabolik, ma in sovrappeso…  Alcune zitelle apparivano muscolose, androgine e tatuate come  il baleniere Achab del romanzo di Melville, altre   sembravano  meno  truci, e firmatissime  secondo la moda vintage delle  figlie dei fiori : gonnelloni rom, scialloni balcanici, come prescrive il look  delle amene radicalette  chic e debs dei licei bene no global.
Che vi dicevo?
In un paio di periodi c'è già tutto: il black bloc, l'esproprio proletario, i piercing, un po' di sano body shaming e pure un pizzico di razzismo.  Ma anche altre citazioni di livello e la dichiarazione d'amore per la vita dei marinai ottocenteschi.
Non ho capito cosa significhi "debs", ma magari qualche "zitella androgina e tatuata" milanese potrà illuminarmi.

In pratica queste "feministote", o "nazifemen" hanno accolto il corteo dei No194 facendogli trovare sul percorso qualche scritta sui muri.

Hanno pure scritto "fregna", che roba. "Fregna"! Non "patata" o "farfallina", proprio "FREGNA". "Per nulla di bon ton", in effetti.
Dopotutto, come si dice, "la fregna e fregna, mica è legna".

A fare quelle scrittacce brutte e volgari è stato un "porno black blok", formato dai
i collettivi Nazifemen che prosperano in certi centri sociali, come quello di via dei Transiti. Collettivi porno che inneggiano al compagno de Sade, alla masturbazione ed alla sodomia,  amano il libertinaggio, le fruste, le catene sadomaso e si ispirano alle comuni californiane del sesso libero dei santoni indiani  e alle ammucchiate del 68 [...]
Capito 'ste mignotte nazifemen? Mas-tur-ba-zio-ne. Femmine che inneggiano alla masturbazione e alla sodomia e pure al compagno De Sade. Streghe maledette che non abbiamo fatto in tempo a bruciare, insomma. Donne che non vogliono stare al loro posto.

E non contente di aver "vergato insulti irripetibili lungo il percorso", hanno pure perculato i manifestanti prolife "a forza di bestemmie da carrettiere". Pare non abbiamo risparmiato manco "la Maria Vergine, santa Chiara, Maria Goretti  e  Teresa d’Avila", che di certo non avrebbero mai e poi mai inneggiato alla masturbazione. 

Si chiede l'autore: chi sono i veri fascisti? 
Quelli che girano col rosario perché contrari all'aborto o chi non li vuole far manifestare?

Amico caro, i fascisti sono quelli (e quelle!) che da decenni cercano di impedire (spesso con successo, grazie soprattutto ai governi locali e centrali) alle donne di accedere alla contraccezione di emergenza e di abortire in un ospedale pubblico, come prescrive la Legge 194. 
Sono quelli (e quelle!) che si imbucano nei consultori per convincerti di essere un'assassina e che ti offrono due spicci purché tu porti avanti la gravidanza, come se il problema fossero i soldi e non il diritto di vivere la tua vita.
I fascisti sono quelli (e quelle!) che pregano brandendo bambolotti insanguinati e ridicoli fotomontaggi davanti ai reparti che praticano l'IVG, insultando le donne che ne escono.
I fascisti sono quelli (e quelle!) che ci vogliono solo mogli e madri silenziose e devote, che credono di sapere cosa è meglio per ciascuna di noi, che ci giudicano e che marciano ogni giorno sui nostri corpi.

Per come la vedo io, combattere questi fascisti è un dovere, prima ancora che un diritto.
Quindi, non me ne vogliano le amiche e gli amici di retake: sticazzi dei muri imbrattati.

L'articolo si chiude con un ricordo dei bei tempi che furono.
Com’erano diverse, educate e simpatiche invece le femministe di una volta [...]
Ad esempio, le "visite" delle "femministe di un volta" negli studi dei cucchiai d'oro erano proprio "educate e simpatiche ".


martedì 22 settembre 2015

Miss, mia cara miss.

Cara Miss Italia,
stamani pensavo che forse le polemiche e le prese in giro di queste ore ti stanno rovinando la festa. O magari no, che te frega: volevi essere miss Italia e lo sei, quindi sti cazzi di chi dice che sei scema. E poi sono fatti tuoi.

Che poi, seriamente, quante e quanti di quelle/i che ti stanno perculando saprebbero (sapremmo, mi ci metto pure io, per carità) rispondere correttamente a un quiz bruciapelo sulla storia contemporanea?

Io credo di aver capito cosa volevi dire e francamente lo trovo pure giusto.
Nessuna persona dotata di un minimo di sana curiosità, non vorrebbe vedere coi propri occhi quello che ha letto sulle "pagine e pagine" dei libri. 

Io, per dire, avrei voluto vivere la Rivoluzione Francese (dopo aver letto "L'armata dei Sonnambuli" di Wu Ming, poi, che te lo dico a fa') e la Rivoluzione di Ottobre. Avrei voluto essere una partigiana, una dissidente cilena e vivere il '68 e gli anni '70 tutti.

Purtroppo la cosa t'è uscita malissimo (o magari te l'hanno fatta uscire così di proposito, io non lo so come funziona un concorso di bellezza, non so se oltre alle domande vi forniscono pure le risposte) e visto che oltre che santi, poeti, navigatori, allenatori di calcio, a quanto pare siamo anche un popolo di storici, ora chiunque pare avere qualcosa da dire.

Cara Miss Italia,
io disprezzo il concorso cui hai partecipato: lo trovo anacronistico e umiliante per le donne, esposte come al mercato, seminude, possibilmente mute, immobili o sgambettanti, pronte a farsi dare un voto.
Ma chi sono io per giudicare le centinaia di ragazze che si scannerebbero per avere quella corona in testa? Sono migliore di voi? Più intelligente? Più colta? Non lo so. 
So che ho altre priorità e in questo il tanto vituperato femminismo mi offre una bella mano. Ah, cara Miss, quanto bisogno abbiamo, ancora, di femminismo!
Io, dicevo, giudico il prodotto, non le partecipanti.

Quindi giudico un prodotto che vi offre in pasto al pubblico, che vi pone domande fintamente e studiatamente intelligenti e provocatorie col palese intento di mostrare a quel pubblico avido e cafone quanto siete sceme, quanto poco cervello c'è sotto la vostra bellezza, contornando il tutto con risatine e battute sessiste.
E che peraltro pone quelle stesse domande con una consecutio discutibile come quella usata da Amendola, che però non è stato linciato come te. 
Evidentemente siamo un popolo di santi, poeti, navigatori, allenatori, storici, ma ignorante delle regole della grammatica italiana.

Che poi, per quanto ne sappiamo, qualcuna di voi potrebbe essere un genio dell'astrofisica, una filologa classica, una violoncellista prodigiosa. 

Ma non lo sapremo mai perché in quel contesto non è questo che conta. 

Su quel palcoscenico dovete essere belle e un po' sceme, dovete ridacchiare imbarazzate e non essere (o sembrare) capaci di fare un discorso di senso più o meno compiuto. 

Dovete mettere in mostra le vostre doti migliori per vendervi davanti a una giuria. 
Dovete essere giudicate da altre persone per le tette, il punto vita, il culo, lo stacco di coscia. 
E il tuo culo, scusami se mi permetto, cara Miss, è notevole. 

Tutto questo, il costume, la scollatura, le prese in giro, fa parte delle regole del gioco.
Regole, peraltro, definite in un decalogo in undici punti (eh... poi sei tu quella ignorante) proprio qualche anno fa da Patrizia Mirigliani.

L'ipocrisia e la boria di chi mette la tua faccia felice a paragone con le nostre partigiane, con le donne uccise, torturate, stuprate nella seconda guerra mondiale, poi, mi stanno mandando fuori di testa. 
Cos'è, una gara per far vedere quanto siamo ferrate/i sulle donne in guerra? Davvero? Si vuole forse scrivere un saggio breve da farti imparare a memoria per il prossimo spettacolo? E poi i vari "mia nonna", "mia zia", "la vicina di casa del cugino del fratello del pizzicagnolo all'angolo". Anche basta, si sta rasentando, a mio modestissimo parere, il ridicolo.
Non mi risulta che il concorso di Miss Italia sia famoso per le prove culturali, no? E allora perché pretendere da te una cultura che nessuno mai, in quel luogo, ti ha chiesto di sfoggiare?

Siamo serie, si sentono atroci bestialità in luoghi ben più importanti di un concorso di bellezza e non mi pare di aver visto le stesse levate di scudi e di aver ascoltato le medesime lezioni di storia contemporanea in pillole.

Hai detto una cazzata, cara Miss. 
O meglio, hai provato a dire una cosa intelligente che però non sei stata capace di dire. 
E in quel contesto andava bene così: lì era il tuo corpo a dover parlare per te. Hai fatto un sorrisone, ti si è rotta la voce e hai vinto. Bene così, non ti si chiedeva altro, in fondo: essere bella, la più bella d'Italia. Non era un esame di storia.

Sarebbe bello se invece che della gaffe di una diciottenne in costume da bagno si parlasse di quanto è triste che ci siano ancora concorsi come questo; di quanto sia deprimente pensare che in una donna sembri essere solo il corpo quello che conta; di quanto sia umiliante per tutte e tutti che una persona venga giudicata in base al suo aspetto fisico.

E invece no.
Non sia mai che la cosa destabilizzasse qualcuno...
Te la ricordi la cagnara che si è alzata quando (finalmente!) la Rai ha smesso di mandare in onda Miss Italia?
Perculare te è molto più facile che mettere in discussione un mondo intero, che in noi donne vede culi, tette, chili di troppo, peli superflui...

Lola.

P.S. questa consentimela però.



mercoledì 2 settembre 2015

Spettacolarizzare l'orrore. Pensieri sparsi.

Per scrivere questo post ci vorrebbero una preparazione e una conoscenza che io non ho, ma provo comunque a dire quello che ho in mente.

È qualcosa che mi gira in testa da un po' di tempo e una conversazione con Jo mi ha portata ad altre riflessioni riguardo l'uso e la condivisione di certe immagini, nello specifico quelle delle violenze dell'Isis.

Ha senso, in sostanza, continuare a condividere sui social teste mozzate e corpi bruciati?
È solo "diritto di cronaca" o dobbiamo porci altre domande?

Io per prima ho spesso condiviso e continuo a condividere immagini forti, immagini che io stessa facevo e faccio fatica a guardare.
Penso ai bimbi massacrati a Gaza, ai morti in Siria, ai migranti in mare.
Ho difeso la mia scelta di condividere certe immagini, ne ho parlato a lungo con amiche e amici, a volte anche animatamente e non sempre abbiamo trovato un punto di incontro.
L'ho fatto perché credevo (e credo) che guardare in faccia l'orrore possa essere a volte necessario.
Speravo che in qualche modo l'empatia che non può non nascere guardando certe cose avrebbe potuto spingerci ad interrogarci, a documentarci, a muoverci.
Non sono certa che questo sia avvenuto, ma a volte mi piace essere ingenua. 

Ho visto fino alla nausea i corpi massacrati degli ebrei nei lager nazisti, dei partigiani ammazzati dai fascisti, delle partigiane torturate e umiliate, i loro corpi esposti in strada.
Ho guardato con terrore e pietà i volti sfigurati dai machete nelle guerre africane, i corpi martoriati di uomini e donne vietnamiti, i morti in mezzo alle macerie delle loro case.
Non sono la forza o la crudezza di un'immagine a spaventarmi.

Stavolta, però, mi pare ci sia qualcosa di diverso.

Come dice Jo, non si tratta più di un servizio fotografico, per quanto crudo, in una zona di guerra o di un reportage sui migranti che muoiono nel deserto e in mare; non sono più semplicemente immagini che denunciano l'orrore.
L'Isis fa un uso delle immagini "nuovo".
Usa l'orrore delle sue azioni per propaganda, per terrorizzarci, per mostrarci quanto avanti sanno spingersi.
Manco i nazisti, che pure erano bravini in certe cose hanno buttato in faccia al nemico i filmati delle torture, delle uccisioni, delle devastazioni.
Quelle sono arrivate dopo e con uno scopo ben preciso: far conoscere al mondo quanto era successo, cosa era stato quel regime, cosa si era fatto col silenzio e la complicità di mezzo mondo.

Loro, invece, si filmano mentre distruggono città, decapitano prigionieri, li bruciano vivi.
Con le armi bene in vista, i visi coperti, la dinamite in vita, i vestiti scuri, le bandiere.
È tutto studiato nei dettagli, ogni fotogramma, ogni gesto. Tutto quello che ci viene mostrato deve portarci un messaggio, deve farci vedere quanto possono superare il comune senso dell'orrore.

E più il nostro sguardo si dimostrerà avido di morte e barbarie, più loro si filmeranno.
Quasi un circolo vizioso.

Come dice Jo: prima di ogni cosa loro "cercano un pubblico e quel pubblico siamo noi".

E siamo un pubblico schizofrenico ed esigente. 
Ma anche profondamente razzista.
Chiediamo pietà e rispetto per chi è simile a noi, ma non lo mostriamo per chi ci pare lontano, diverso, altro

Ci viene chiesto continuamente di non mostrare le foto delle donne massacrate dai loro compagni, ma il corpo  della guerrigliera Kurda martoriato e buttato in terra era ovunque.
Ci viene chiesto di non mostrare il video della decapitazione del fotoreporter statunitense, ma si condivide la terribile sorte dei quattro uomini iracheni bruciati vivi.

"Colonizzare la morte", ha detto Jo.

La pietà che si manifesta chiedendo rispetto per i morti e per chi li sta piangendo vale solo per quelli come noi. 
Gli altri sembrano essere parte di un film. 
Quindi la loro sofferenza, la loro morte può essere esibita ovunque, tra un micetto puccioso e una frase divertente su facebook. 
Senza chiedersi niente.
Senta sentirci in dovere di mostrare quel "rispetto" con cui ci piace riempirci la bocca.

Non scinderei dal discorso, poi, anche il fattore "carnefice". 
Se questi fossero simili a noi, la smania di condivisione sarebbe la stessa? 
I commenti a corollario di video e foto sarebbero gli stessi? 
Oppure questa sorta di bulimia da immagini cruente dipende anche dal fatto che i cattivi stavolta sono musulmani?

L'assassino bianco, quello che ci somiglia è "un pazzo", lo stigma e la condanna sono tutti per lui.
Dopo che Breivik ha ammazzato 77 persone, nessun*, che io sappia, ha inneggiato alla distruzione della Norvegia. Non ci sono stati auguri di morte e stupri e torture all'intera popolazione norvegese.
Qui, ora, si chiede la distruzione di una religione (come se fosse possibile, ma tant'è), di interi popoli. Solo così qualcun* pretende di sentirsi al sicuro.
Indignazione un tanto al chilo e che, trattandosi di aguzzini musulmani, viene anche parecchio facile.


lunedì 20 luglio 2015

Di leggerezze, auguri di stupro, varie ed eventuali.

Ho fatto l'errore di condividere questa foto trovata su facebook sul mio account twitter, giusto per far notare quel "leggerezza" buttato lì, quasi fosse normale.

Il mio scopo era sottolineare come anche in questo caso alla donna stuprata si facesse una colpa per il proprio comportamento.
 
Oh, non si parla di minigonne o scollature, non si indaga sulla vita sessuale della ragazza, ma anche solo pensare che essersi seduta in uno scompartimento vuoto sia stata una sua "leggerezza" è, di fatto, dire "te la sei cercata". 

Niente di nuovo, avevo voglia di ribadire l'ovvio.

Ci ho guadagnato (ad ora) 135 retweet, quasi un record per me.

Va detto, per completezza di informazione, che la frase sulla leggerezza è scomparsa dall'articolo.







Comunque, torniamo ai retweet e alle simpatiche interazioni di queste ore.

La maggior parte di chi mi ha retwittato e che continua ad inserirmi nei suoi deliri razzisti è gentaglia fascista e leghista che si sofferma -ovviamente- sulla nazionalità dello stupratore. 

Poi ci sono quelle e quelli che augurano alla moglie e alle figlie del (o della) giornalista di essere stuprate, "così impara". 

Auguri di stupro anche all'autore del pezzo e ai "figli di troia, gli stuprassero il cane, cui unica leggerezza è girare col sedere scoperto".

Tale Fred mi dice che questa "è la cultura dei clandestini di stuprare la ragazza nn lo sapeva ma ora si è arricchita e integrata", MarcelloPaolo mi chiede "cosa ti puoi aspettare da quel giornale ? loro difendono sempre i clandestini specialmente se Africani".
Bob sostiene che si tratti di "comunismo" e "mistificazione della realtà".
Kissbaomiao si interroga sulle dimensioni del pisello dei "profughi".

E potrei andare avanti. 

Nella mia ingenuità speravo si capisse quello che volevo dire, che non c'entrano il giornalista e la testata per cui scrive, ma la cultura del "te la sei cercata", che ti porta a scrivere che se ti siedi in uno scompartimento vuoto hai commesso una leggerezza, che può portarti ad essere stuprata.

Non ho tenuto conto di quanto potessero essere ghiotte sia la notizia che l'odiosa frase su Repubblica per quelle stesse persone che davanti a una ragazzina stuprata da un militare si chiedevano cosa ci facesse in giro a quell'ora o che si indignavano per l'abbigliamento estivo troppo succinto delle adolescenti.

Ho imparato qualcosa: sono circondata di stronzi/e. 

E sono più di quanto potessi immaginare.

https://www.youtube.com/watch?v=E3IYW3kBzfM

giovedì 2 luglio 2015

"Sono intorno a noi, in mezzo a noi" *. Di orari, vestiti, adolescenti e stupro.

Vorrei poter essere certa, senza tentennamenti, come tante e tanti che se lo stupratore fosse stato straniero nessuna e nessuno avrebbe anche solo pensato all'orario in cui tre adolescenti erano in giro o ai loro pantaloni troppo corti.

Quello che vedo e sento ogni giorno mi insegna, al contrario, che il "se l'è cercata" è molto più radicato di quanto possiamo immaginare.

I commenti al post con cui il Tgcom parlava dello stupro di un'adolescente a Roma sono quanto di più disgustoso e "chiarificatore" ci possa essere in merito. Questa volta hanno fatto così schifo che stanno girando anche sui media nazionali.

Viene accusata prima di tutto la ragazza perché "cosa ci faceva in giro a quell'ora?" e "vi rendete conto di come si vestono?"
Sono accusati i suoi genitori che "avevano di meglio da fare" e non l'hanno controllata abbastanza.
Sono colpevoli anche le amiche perché "ti pare che non la segui?"
E poi, siamo sicure che la notizia sia vera? Magari ha fatto sesso col fidanzato e non vuole dirlo a mamma e papà: "non è la prima volta che si denuncia uno stupro per nascondere un errore.





 
























Non sono usati gli stessi toni accusatori e colpevolizzanti per il tizio che si è spacciato per un poliziotto e l'ha stuprata.
E questo, effettivamente, non accade quando lo stupratore è straniero.
In quel caso, però, la provenienza geografica è solo un qualcosa in più, che poco o nulla toglie alla colpa della vittima di stupro.
Sì, si invoca pena di morte, rimpatrio e ruspa, ma non si perde mai di vista l'abbigliamento, l'orario, l'atteggiamento della donna violentata. O magari uccisa.
Era troppo dominante, era una stronza, era una fedigrafa, era indipendente, era bellissima. I nostri quotidiani sono pieni di questa robaccia, lo abbiamo ripetuto fino alla nausea.

Sono andata a vedere i profili di chi sostiene che la ragazza violentata non avrebbe dovuto essere fuori casa, che i suoi genitori "avevano di meglio da fare" o che "vanno in giro mezze nude" e quindi "i buoni lo pensano, i cattivi lo fanno".














A vederli così sembrano normali, alcuni/e di loro hanno foto profilo di coppia o con i figli, condividono frasi melense e strappalacrime su amore, amicizia e religione.

E invece sono persone che riescono senza troppe difficoltà a trovare una giustificazione allo stupro.

Ma di cosa ci sconvolgiamo ogni volta?

Anni fa una ragazza venne stuprata da tre suoi coetanei dopo la Notte Bianca di Fano.
Tempo dopo, il portavoce del vescovo scrisse un comunicato, nel quale si incolpava, di fatto, la ragazza violentata. Esibizione del corpo, emancipazione... è chiaro che poi ti stuprano, no?
La coincidenza con la solennità cristiana del Corpus Domini ci deve far riflettere sull’accellerata e pseudo emancipazione che le ragazze di oggi hanno acquisito rispetto alle loro coetanee di alcuni fa. Mentre si ribadisce la ferma condanna di quanto accaduto si assiste ad una sempre più accentuata esibizione del proprio corpo. Il corpo è un dono, il corpo è sacro. È un regalo grande che la vita ha fatto ad ogni persona e non può essere mai pensato come ostentazione di sé e tanto meno come oggetto.

Stessa cosa qualche anno dopo a Modena. Una ragazza stuprata da cinque compagni di scuola dopo una festa.
Quella volta a trovare la colpevole di quella violenza ci pensò Giovanardi. Se una si vive bene il sesso, poi non ci possiamo scandalizzare se cinque tizi la violentano a turno.
Non voglio entrare nel merito della vicenda che l'Autorità giudiziaria dovrà chiarire in tutti i suoi controversi aspetti. Quello che ritengo insopportabile sono certe dichiarazioni, tra l'indignato e il meravigliato, come se fosse possibile, 364 giorni all'anno, dileggiare ogni regola ed ogni principio educativo, presentando la sessualità come uno dei tanti beni di consumo, e poi scandalizzarsi se i ragazzi non si rendono neppure conto dell'inaudita gravità di certi comportamenti.
Se si sgancia la sessualità da un rapporto di amore e di rispetto reciproco svalutandola a livello di semplice divertimento, non ci si può illudere di risolvere il problema attraverso la repressione penale.

Come possiamo, allora, stupirci dei commenti dei lettori e (ahimè) delle lettrici del Tgcom, che non si vergognano di mettere le loro facce e i loro nomi accanto a parole di condanna per un'adolescente stuprata da uno che si è finto poliziotto e che ora dice -come da copione- che lei era consenziente?

Si chiama "colpevolizzazione della vittima" e a quanto pare non passa mai di moda.






* Quelli che benpensano, Frankie hi-nrg mc, 1997.

giovedì 25 giugno 2015

Di sicurezza, slide e sessismo (nella speranza che non mi licenzino).

Oggi ho finalmente concluso il corso sulla sicurezza sul lavoro, la parte specifica per i lavoratori (e le lavoratrici!) impiegati(e).
Nonostante avessi poca voglia di farlo, devo ammettere che è stato meno peggio di quanto credessi. Diverse parti, poi, sono state, almeno per me, decisamente interessanti. Le antenne si sono drizzate per tutta la parte relativa alla tutela delle madri lavoratrici, delle donne incinta, dei pericoli connessi al genere come materia da considerare per la valutazione del rischio.

Purtroppo, come qualcuna/o già sa, ho una certa sensibilità riguardo le questioni di genere e gli stereotipi sessisti e mi interessa moltissimo osservare come questi siano scarsamente (o più spesso non siano affatto) considerati un problema.
E qui siamo alle slide proposte in aula.

Due mi hanno messa in forte difficoltà. 
Per non fare la solita figura della femminista incattivita (o "stressata", come mi è stato detto, sorridendo, da un collega a me sconosciuto fino a quel momento), ho evitato di parlarne, ma non ho potuto evitare un commento, seppure a mezza bocca e con un fintissimo sorriso smagliante sulle labbra.

Eccole qui.




Per parlare degli infortuni sul lavoro dovuti al fattore umano, è stata scelta come immagine di accompagnamento quella di una donna in auto, mentre parla al telefono intenta a mettere il rossetto. Una classica situazione per tutte noi impiegate, vero?
Ora, prima che mi venga fatta la solita obiezione "ma non le vedi ai semafori?", dico subito che sì, vedo decine di donne che ai semafori si truccano o che parlano al telefono mentre sono alla guida. 
Così come vedo decine uomini che parlano al telefono e intanto si accendono una sigaretta, sfogliano il giornale, chiacchierano col compagno/la compagna di viaggio. 
Molte e molti si scaccolano, nella convinzione che l'abitacolo renda invisibili.
Il punto, come sempre, è quello che quell'immagine racconta a chi la guarda.

L'immagine in questione presenta il più classico stereotipo sessista della "donna al volante, pericolo costante", dal quale evidentemente non riusciamo a liberarci, nonostante l'ingresso nel nuovo millennio di qualche anno fa.
Non a caso molti dei maschi presenti in aula hanno riso. 
Un paio di donne hanno detto che trovavano che l'immagine fosse sessista, molte hanno taciuto, qualcuna ha riso insieme ai colleghi.
Questo per dire, se mai se ne fosse ancora bisogno, che gli stereotipi sessisti sono assolutamente trasversali. Non importano il genere, l'orientamento sessuale, il grado di istruzione o il ceto sociale. Lo stereotipo è per tutti e tutte.
Poco prima, la migliore immagine che si è ritenuto di dover usare per descrivere lo stress, o meglio le differenze tra distress ed eustress, è stata la "classica" donna che perde completamente la testa, incapace di contenersi se messa davanti ad una situazione, appunto, stressante. 
L'isterica, insomma. 

Anche qui, quando una delle colleghe ha parlato di "immagine sessista", qualcuno ha ridacchiato. 
Anzi, ci sono state diverse battute sullo stato di stress delle donne presenti.
Le matte risate.
Sono (quasi) certa che con la scelta di queste immagini non si volesse in tutta onestà veicolare un messaggio stereotipato e  sessista, ma non so se l'idea che il tutto sia stato fatto "in buona fede" possa essere considerato consolante o se invece non sia un'ulteriore dimostrazione di come un certo tipo di idea sessista e fortemente stereotipata delle donne e dei loro comportamenti sia radicata praticamente in ogni ambito e venga in ultima analisi considerata normale o quantomeno non problematica dalla maggior parte delle persone.

mercoledì 24 giugno 2015

Kiko's creek.

Mi hanno stupito poco le parole deliranti su femminicidio e "teoria del gender" pronunciate durante il family day dal fondatore del movimento Neocatecumenale Kiko Arguello.

Anzi.

Le ho ascoltate comunque con attenzione, perché dai titoli e dai commenti letti e ascoltati qua e là qualcosa mi suonava stranamente familiare. Le riporto qui, così come le ho capite nonostante l'italiano stentato e la consecutio massacrata.

A mi me soprende quando ho sentito parlare di femminicidio e anche che vogliono che queste violenze contro le donne, in Spagna quest'anno vanno per 60 donne uccise, in Italia non lo so, eccetera.
Pensano che questo ideologia di gender va ad attutire, va a disminuire [incomprensibile] i bambini... pensano che questa dualità maschio e femmina è in contrasto [incomprensibile] odio e amore, eccetera.
Noi dobbiamo dire che questo non è vero.
Secondo noi la radice sta nell'antropologia della Rivelazione. Oggi stesso parla la donna di quello che l'anno scorso ha ucciso due bambine bellissime. È stato trovato, cercato da tutta la polizia in Svizzera. Si sapeva che le aveva rapite, no s'hanno trovata e sappiamo che se ha ucciso.
Adesso in Spagna c'è un macello, un uomo che ha ucciso cinque bambini [incomprensibile].
Tanti casi di questo tipo, donne uccise, ma vi dico una cosa.

Dicono che questa violenza di genero è a causa della dualità maschio-femmina.
Bene, noi diciamo "non è così".
Quest'uomo ha ucciso i bambini per un'altra ragione.
Perché se questo uomo è un laico, è un secolarizzato, ateo che ha lasciato di praticare, non va a messa, il suo essere persona, chi ce lo da? L'amore della moglie. La moglie gli dice [incomprensibile] "tu sei mio marito". "Tu sei", "io ti faccio", "io ti do l'essere mio marito" e lui questo amore, essere amato dalla moglie, ma se la moglie lo abbandona e se ne va con un'altra donna, questo uomo può fare una scoperta inimmaginabile. E pronto la moglie gli ha tolto l'essere, non lo ama più, l'essere amato e esperimenta il non essere amato. Questo si chiama l'inferno, perché Dio è amore e il primo moto che sente dentro, perché sente una morte tam profunda, tam profunda, che il primo moto è ucciderla.

Davvero non vi suona niente?
Davvero non sentite il "se l'è cercata" di sottofondo?
Davvero non vi vengono in mente minigonne, abbandoni, tradimenti, stanchezza, disoccupazione, raptus?
Davvero?

No, perché io di parole come queste ne ho lette e sentite a migliaia. E le continuo a leggere e sentire ogni giorno.

Le ho lette, ad esempio, sullo stupro, tipo quando Massimo Fini scrive di "vispe terese":
...troppo spesso le ragazze di oggi si comportano da 'vispe terese'. Citerò, per tutti, il caso, di qualche anno fa, di tre donzelle che, sulle montagne di Abruzzo, passarono tutte sculettanti davanti a un pastore di pecore macedone che, non sapendo né leggere né scrivere, ma riconoscendo solo i propri istinti, le inchiappettò. [Due ragazze uccise, due stuprate, una salva non si sa come]
O quando Magalli ci ha voluto spiegare cosa fosse "l'attenuante della provocazione":
Io penso anche a quei poveri uomini, che lasciati dalla donna che amavano disperatamente cercano il chiarimento non per ammazzarla, ma per ricucire un rapporto e magari si sentono dire 'io ti ho sempre tradito, perché tu sei uno scemo, impotente e mi fai schifo' e in quel momento perdono la brocca e l'ammazzano. E vabbè, che gli vuoi di'? [...] esiste l'attenuante della provocazione... tante volte questo crinale si supera non perché uno è cattivo, ma perché te ce portano e quindi poi quello paga il suo debito, per carità... lo paga... però...
Oppure quando i più importanti giornali nazionali ci raccontano quanto fosse gnocca la vittima: 
 [...] alcuni vicini, avevano notato che le vicissitudini familiari dettate, a quanto si dice, da motivi sentimentali, lo avevano provato fortemente. La moglie, una donna avvenente, gli aveva fatto perdere la testa. (ilmessaggero.it)
Senza mai dimenticare quanto fosse mite l'assassino, vittima di una moglie dominante:
La ribellione di un uomo debole, fragile, dominato per anni dalla personalità ben più forte della moglie. (Il Giorno di Pavia)

Non è una novità che un'enorme fetta della chiesa pensi che il problema della violenza di genere siano, in ultima analisi, le donne.
In fondo è Eva che ha mangiato la mela per prima.

Tempo fa L'Avvenire ci deliziò con il suo "antidoto alle passioni criminali".
Ne riporto uno stralcio, per chi se lo fosse perso:
[...] il tradimento, anche il più insignificante, è un veleno mortale per la vita di coppia, e che può indurre a macchiarsi di atti insensati. Nulla, infatti può attenuare la responsabilità di un atto di violenza, e ancor di più se contro la donna. Resta il fatto che non è giusto ingannare il prossimo facendo balenare l'idea che il tradimento potrebbe essere un gioco. 

Ecco, dopo aver letto per anni questa roba, le parole di Arguello non mi hanno stupita, perché non sono altro che i pensieri e le parole che ci vengono vomitate addosso ogni giorno, ogni volta che proviamo a parlare di femminicidio.

Un merito, comunque, a quest'essere devo riconoscerlo: dopo anni di lotte, di articoli, libri, assemblee, non siamo riuscite a far parlare nemmeno un terzo della gente che sta commentando schifata le sue parole.

Magari i suoi deliri riescono a smuovere qualcuna/o.