mercoledì 27 maggio 2015

Raptus

 
Alessio Spataro


Questo post è scritto insieme a Questo Uomo No.
Rosa per la femmina, celeste per il maschio, così non turbiamo nessun*.



Raptus.
Per me il raptus è quella cosa che ti prende quando non riesci a fare un lavoro di precisione e ti porta a scaraventare tutto in terra. E io con i lavori di precisione non sono mai stata un granché, come potrebbe testimoniare la prof. di Educazione Tecnica delle medie.

O magari è quello che ti assale quando sei in cucina, ti cade il cous cous che si sparge ovunque e ti metti a urlare e battere i piedi.

Io quando c’ho i raptus, magari dopo una brutta giornata in ufficio, bestemmio e scaglio cose in terra, magari sbatto la porta rischiando di farmela cadere in testa, ma ancora non ho mai ammazzato mio marito, né picchiato il cane.

Raptus.
Io il raptus ce l'ho specialmente quando la Roma gioca male. Quindi sono un esperto. Però non mi sono mai sognato di farlo diventare una categoria del pensiero, un emblema della mia vita sociale, uno strumento col quale spiegare tutto ciò di cui non mi conviene cercare il responsabile.

Non credo, per dire, che raptus sia quando ammazzi la tua ex compagna che si sta rifacendo una vita, o tua figlia che non obbedisce o tua moglie che non accetta di dire sempre sì.
Eppure quella del raptus pare essere diventata ormai la scusa principale di ogni stupratore, di ogni assassino.
È una scusa facile e veloce, buona per tutte le occasioni e non stupisce che sia la nuova tesi difensiva del femminicida.
 
Invece l'ho visto diventare proprio questo. Sono anni che ne parlo in giro, a proposito dello sconsiderato uso che ne fanno i/le giornalist* su carta, video e web, in occasione di femminicidi, e quello che non volevo vedere a nessun costo è diventato realtà: adesso “raptus” lo usano direttamente gli assassini. E, anche loro, sconsideratamente: l'ultimo, a Gorghetto, si dice vittima di un raptus durato dalla sera alla mattina. E finito, guarda un po', poco prima di suicidarsi.

Stanno finalmente imparando anche loro ad usarla a proposito.

L’ultimo in ordine cronologico è il tizio che dopo aver ammazzato moglie e suocera  avrebbe affermato di essere stato in preda a un raptus causato da “difficoltà lavorative”.
E chiunque sia minimamente attenta/o a quanto succede ogni volta che un uomo ammazza una donna, la compagna, la moglie, l’amante, la figlia, sa benissimo che raptus e “difficoltà lavorative” sui media nazionali vanno sempre a braccetto, solitamente accompagnati da “separazione” e “divorzio”.

Il passaparola, evidentemente, ha funzionato: ormai sanno tutti cosa fare, dopo aver stuprato o ammazzato sconosciute, compagne o altre donne di casa per i più vari motivi. Il raptus lo ammettono direttamente loro, pronti a vedersi affibbiare come una banale pratica amministrativa quella seminfermità mentale, tanto comoda in un codice rimasto orfano del delitto d'onore ma sempre patriarcale nel midollo.

Uno che ha usato apertamente la scusa del raptus, stando alle cronache, sarebbe stato lo stupratore reo confesso della tassista romana, che avrebbe detto che era preda di un raptus perché l’autobus non passava e lei era “così attraente”. Pare che lo stesso tizio sia stato riconosciuto da una ragazza che sostiene di essere stata molestata da lui in ascensore.
Evidentemente c’è gente che è presa dai raptus con più facilità di altra.
In questo caso, comunque, raptus è stato usato come sinonimo di “obbligare una donna a farti un pompino perché l’autobus era in ritardo”.

Alla faccia della competenza specifica che servirebbe per usarla, ormai la parola “raptus” è tanto diffusa che fa tendenza, fa cultura. Ma è tutto normale, anche se non si finisce nel delitto; è una violenza ammessa, credibile, certo inevitabile, e che ci vuoi fare? Sta nelle cose, è nella natura del maschio, come ci dice l'esperto Formigoni: proprio l'essere recidivo, come ad esempio nel suo caso, testimonia la genuinità di quel comportamento.

Sarebbe stato bello leggere articoli e ascoltare servizi in tv che smontassero pezzo per pezzo la teoria del raptus invocata da questi soggetti.
Sarebbe stato bello anche solo un commento fatto a mezza bocca da qualche addetto/a ai lavori.
Che ne so un “e certo, mo’ se chiama raptus” durante il Tg delle 19.

Quando il maschio si vede impedito nell'esercizio del suo potere – a casa, nel lavoro, per i cazzi suoi che non vanno come vorrebbe – allora urla, insulta, mena, ammazza. E' il raptus bellezza, e io sono maschio, che ci posso fare?

E invece no.
La notizia è stata data come se fosse normale ammazzare e stuprare e poi dire “eh, ma io c’avevo il raptus”.
Sarebbe stato soprattutto un segnale forte della volontà da parte dei media di cambiare rotta, perché se questi assassini parlano in un certo modo, portano un certo tipo di giustificazioni alle loro azioni, o meglio, pensano di poter trovare una giustificazione alla violenza e al femminicidio, è perché da qualche parte hanno letto e sentito che se un uomo ammazza una donna, di certo lo ha fatto per problemi di lavoro, di famiglia, per “gelosia”, per “un amore sbagliato”, per problemi erettili, per un raptus incontrollabile. Tempo fa uno disse che aveva ammazzato la moglie perché si era sentito umiliato dopo che lei lo aveva invitato a farsi una doccia perché puzzava. Per dire, di scuse se ne trovano a pacchi, volendo.

Quanto tanti maschi siano cresciuti sapendo che anche a loro può prendere un raptus e diventare maleducati, cafoni, violenti o assassini, lo si misura non da quanti hanno risposto sui social a Formigoni, ma da quei maschi – silenziosa invisibile soffocante maggioranza – che si sentono solidali con Francesco Grieco e la sua depressione: «dopo alcuni giorni l'uomo avrebbe però smesso l'assunzione dei medicinali, poiché riteneva che non giovassero al suo stato d'animo e fossero utili solo a tranquilizzarlo e conciliare il sonno». Senza lavoro, «frustrato dalla disoccupazione […] si è ritrovato ad assistere la suocera invalida», a non essere più maschio come prima. 

Eppure, stando a quanto dice Claudio Mencacci, ex presidente della Società Italiana di Psichiatria e direttore del Dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano, la Psichiatria esclude l’esistenza del raptus. In un’intervista a La 27esimaora su Il Corriere della Sera, Mencacci afferma che molto, molto spesso, dietro a episodi di violenza come quelli cui ho accennato, c’è «sempre una spiegazione, un motivo che si è costruito nel tempo. Non è mai un fulmine a ciel sereno e tendere a giustificare non aiuta nemmeno a cogliere i segnali di un eventuale pericolo».
Niente raptus, dunque, ma un modo di intendere la vita e i rapporti tra le persone, che porta a credere che le donne siano una proprietà, un oggetto, così come i figli e le figlie. Cose su cui si pretende di avere diritto di vita e di morte. Più di morte che di vita, stando ai numeri.

«Gli italiani mi danno ragione», dice Formigoni, anche se sicuramente nessuno ammazzerebbe per la frustrazione, no? E infatti. Quella psicologica/psichiatrica non è che una delle tante facce del problema. Ci sono anche quella sociale, politica, culturale – tutte facce scomode che nessuno vuole vedere, finché una di queste facce diventa un pluriomicida, sedicente in preda a “raptus”. 

Eccolo, il raptus del femminicidia e dello stupratore.
Non è un “gesto inconsulto” come quando esci di casa, ti accorgi di aver dimenticato le chiavi e prendi a calci la porta.

Quant'è bello, il raptus. Non ti avvisa, ti risolve i problemi, ti fa fare la figura del maschio, ti toglie tanti anni di galera, salva la tua reputazione e sparge terrore e fatalismo in tutti gli altri, produce titoli efficacissimi.

È qualcosa che viene da lontano, che ti porta a pensare che quella cosa lì, che vive con te, che magari hai amato (?) ti appartenga e non abbia dignità, quasi fosse un elettrodomestico  che non fa più quello che gli chiedi che quindi prendi a calci, tiri per terra, rompi, scaricandoci sopra tutto il tuo odio e la tua rabbia.

Viene, piaccia o no, da una cultura che ci domina e ci opprime da millenni, che ci insegna che le donne non hanno valore se non è un uomo a darglielo, che le donne non possono volere e desiderare se un uomo non le autorizza a farlo.

Questi uomini no.

Si chiama "cultura patriarcale".

(grazie ad Alessio Spataro per la vignetta)

venerdì 15 maggio 2015

Di sport, sessismo e lesbofobia.

Pare che durante la riunione del Consiglio di Dipartimento Calcio Femminile dello scorso marzo, il presidente della Lega Nazionale Dilettanti Felice Belloli abbia detto: “Basta! Non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche”.

I giornali, praticamente tutti, parlano di "gaffe", così come fecero con Tavecchio e le banane dei calciatori di colore.

Solo che secondo il Vocabolario Treccani, gaffe  significa "atto, comportamento, espressione e sim., commessi o detti per goffaggine, inesperienza o anche semplice distrazione, che creano comunque imbarazzo negli altri (corrisponde al termine ital., ormai raro, topica)".

Diciamo che più che di goffaggine, inesperienza, e distrazione, qui mi sembra ci siano in gioco il solito sessismo e una grandissima dose di lesbofobia, oltre che i malcelato disprezzo per qualcosa che è evidentemente considerato poco interessante e remunerativo.

Che il calcio, insieme a molti, moltissimi altri, sia tra gli sport considerati "non da femmine" ce l'hanno detto già parecchie volte.
Ce l'hanno insegnato da bimbette, più o meno in prima media, quando i maschi con cui avevamo giocato a pallone in cortile fino a qualche mese prima non ci volevano più in squadra e ci viene ricordato spesso, anche quando siamo semplicemente tifose. 

Al massimo possiamo parlare di mestruazioni, uncinetto
e dei mille e uno modi di smacchiare il divano.
Cosa ne sanno dopotutto le donne del pallone? 
Devono sta zitte, al massimo possono dire quanto è bono Nainggolan, ma niente di più.

Non capiscono manco il fuorigioco (che poi ad essere sincera non è che ci vuole una gran scienza per capire il fuorigioco. Io, per dire, l'ho capito alle elementari, quando Holly si vide annullare una rete segnata contro la Mambo).

C'è uno stranissimo processo mentale che porta a credere che le donne non solo non possano praticare gli stessi sport degli uomini, ma anche che quando lo fanno non possano aspirare al professionismo, come se per loro (io so' poco sportiva, quindi mi chiamo fuori) sudare, correre, faticare, farsi male fosse un capriccio, un modo come un altro per passare il tempo tra la pulizia del cesso e la ceretta.


Tempo fa, un amico appassionato di Roma, antisessismo e Linus, mi ha fatto leggere la lettera scritta da una calciatrice di Genova a Del Buono, allora direttore di Linus, in merito a un articolo di Beppe Viola sul calcio femminile, definito come "l'attività più kitsch della storia dell'umanità" e "volgare"

Giusto per ribadire che un certo tipo di disprezzo e derisione non è una novità ed è molto più radicato di quanto crediamo.

Parlando di "dilettantismo", le giocatrici della femminile dell' “All  Reds  Rugby  Roma”, hanno lanciato una petizione indirizzata a  Malagò (presidente del C.O.N.I.) per chiedere "Pari diritti per uomini e donne nello sport e nel professionismo sportivo!" Vale la pena leggerla e, per come la vedo io, firmarla.


P.S. Le Femministe Romaniste si vedranno domenica alle 20.45 al CSOA La Strada per guardare insieme Roma-Udinese. Garantiamo turpiloquio, ansia e tifo.








lunedì 11 maggio 2015

Raptus.

Pare che l'uomo fermato con l'accusa di aver stuprato e rapinato una tassista a Roma abbia confessato.

Secondo i giornali avrebbe detto che è stato un "raptus".

Deve essere un lettore attento dei quotidiani nazionali, uno scrupoloso ascoltatore di telegiornali e programmi di "approfondimento", perché con una sola parola ha dimostrato di aver imparato bene la lezione.

Perché se per ogni femminicidio, per ogni aggressione, per ogni stupro, i media parlano di "raptus" o di "follia", giustificando -di fatto- ogni violenza, allora davvero non ci voleva molto perché qualcuno cominciasse ad usare "raptus" o "follia" per giustificarsi e deresponsabilizzarsi.

Se nella sua confessione l'uomo ha davvero usato il termine "raptus", allora significa che abbiamo ragione quando parliamo della responsabilità dei media nel racconto della violenza, vuol dire che campagne come non sono un #mediacomplice non sono un capriccio femminista, ma una necessità cui ci hanno portato giornalismi irresponsabili e complici, col  loro continuo giustificare e minimizzare la violenza.



Marci per la vita.


Domenica a Roma c'è stata la quinta edizione della Marcia per la Vita, organizzata da movimenti ultracattolici antiabortisti e partecipatissima da fascisti, suore, preti e farmacisti obiettori, che dopo essere andati a farsi benedire da Papa Francesco hanno sfilato fino alla Bocca della Verità, tra crocifissi e madonne.





Per la quarta volta sono andata a vedere, spinta da un misto di masochismo e interesse sociologico.



Ho riconosciuto parecchie facce e riguardando le foto delle edizioni precedenti di diverso ci sono solo i bimbi e le bimbe cresciuti e i nuovi imperdibili gadgets: paciocchini/feto e piedini/spilla, tutto a due euro.











Lotta studentesca fronte
Per il resto, il solito schifo: preti convinti di avere il diritto di dire alle donne come gestire i propri corpi e le proprie vite, donne che non colgono la differenza tra le parole "subire" e "scegliere" e quindi pubblicizzano centri per "guarire" chi ha "subito l'aborto volontario", fascisti, medici e farmacisti obiettori (che però nascondono con cura il proprio nome scritto sul taschino del camice).
Lotta studentesca retro











Anche gli slogan sono stati sempre i soliti: l'aborto è omicidio, l'eutanasia pure, la fecondazione assistita è eugenetica, l'Europa è massonica perché ci sono "droga, aborto, eutanasia".







Ad essere sincera ho pochissima voglia di raccontare quello che ho visto sfilare per le strade della mia città, l'ho già fatto altre volte e, come detto, quest'anno non è stato poi tanto diverso dai precedenti.


Farmacisti cattolici





È stato disgustoso e violento come sempre, sono cambiati solo orario e percorso.

Però un episodio degno di nota c'è stato.
Me ne stavo tra lo schifato e l'incredulo sul ponte aspettando l'arrivo di Militia Christi, quando con la coda dell'occhio leggo "l'utero è mio e..."

Mi si è aperto il cuore!
Non sono sola!
Sono arrivate le compagne!
Hanno deciso di fare qualcosa, di non lasciarli sfilare impunemente!
Eccole, come a Castel San'Angelo nel 2012!

Non potete immaginare quello che ho pensato in quei pochissimi, intensissimi secondi.

E invece poi mi sono girata e ho letto bene il cartello.
Ecco, a quel punto non puoi che invocare l'asteroide.




Altre fotine QUI e QUI.