martedì 22 settembre 2015

Miss, mia cara miss.

Cara Miss Italia,
stamani pensavo che forse le polemiche e le prese in giro di queste ore ti stanno rovinando la festa. O magari no, che te frega: volevi essere miss Italia e lo sei, quindi sti cazzi di chi dice che sei scema. E poi sono fatti tuoi.

Che poi, seriamente, quante e quanti di quelle/i che ti stanno perculando saprebbero (sapremmo, mi ci metto pure io, per carità) rispondere correttamente a un quiz bruciapelo sulla storia contemporanea?

Io credo di aver capito cosa volevi dire e francamente lo trovo pure giusto.
Nessuna persona dotata di un minimo di sana curiosità, non vorrebbe vedere coi propri occhi quello che ha letto sulle "pagine e pagine" dei libri. 

Io, per dire, avrei voluto vivere la Rivoluzione Francese (dopo aver letto "L'armata dei Sonnambuli" di Wu Ming, poi, che te lo dico a fa') e la Rivoluzione di Ottobre. Avrei voluto essere una partigiana, una dissidente cilena e vivere il '68 e gli anni '70 tutti.

Purtroppo la cosa t'è uscita malissimo (o magari te l'hanno fatta uscire così di proposito, io non lo so come funziona un concorso di bellezza, non so se oltre alle domande vi forniscono pure le risposte) e visto che oltre che santi, poeti, navigatori, allenatori di calcio, a quanto pare siamo anche un popolo di storici, ora chiunque pare avere qualcosa da dire.

Cara Miss Italia,
io disprezzo il concorso cui hai partecipato: lo trovo anacronistico e umiliante per le donne, esposte come al mercato, seminude, possibilmente mute, immobili o sgambettanti, pronte a farsi dare un voto.
Ma chi sono io per giudicare le centinaia di ragazze che si scannerebbero per avere quella corona in testa? Sono migliore di voi? Più intelligente? Più colta? Non lo so. 
So che ho altre priorità e in questo il tanto vituperato femminismo mi offre una bella mano. Ah, cara Miss, quanto bisogno abbiamo, ancora, di femminismo!
Io, dicevo, giudico il prodotto, non le partecipanti.

Quindi giudico un prodotto che vi offre in pasto al pubblico, che vi pone domande fintamente e studiatamente intelligenti e provocatorie col palese intento di mostrare a quel pubblico avido e cafone quanto siete sceme, quanto poco cervello c'è sotto la vostra bellezza, contornando il tutto con risatine e battute sessiste.
E che peraltro pone quelle stesse domande con una consecutio discutibile come quella usata da Amendola, che però non è stato linciato come te. 
Evidentemente siamo un popolo di santi, poeti, navigatori, allenatori, storici, ma ignorante delle regole della grammatica italiana.

Che poi, per quanto ne sappiamo, qualcuna di voi potrebbe essere un genio dell'astrofisica, una filologa classica, una violoncellista prodigiosa. 

Ma non lo sapremo mai perché in quel contesto non è questo che conta. 

Su quel palcoscenico dovete essere belle e un po' sceme, dovete ridacchiare imbarazzate e non essere (o sembrare) capaci di fare un discorso di senso più o meno compiuto. 

Dovete mettere in mostra le vostre doti migliori per vendervi davanti a una giuria. 
Dovete essere giudicate da altre persone per le tette, il punto vita, il culo, lo stacco di coscia. 
E il tuo culo, scusami se mi permetto, cara Miss, è notevole. 

Tutto questo, il costume, la scollatura, le prese in giro, fa parte delle regole del gioco.
Regole, peraltro, definite in un decalogo in undici punti (eh... poi sei tu quella ignorante) proprio qualche anno fa da Patrizia Mirigliani.

L'ipocrisia e la boria di chi mette la tua faccia felice a paragone con le nostre partigiane, con le donne uccise, torturate, stuprate nella seconda guerra mondiale, poi, mi stanno mandando fuori di testa. 
Cos'è, una gara per far vedere quanto siamo ferrate/i sulle donne in guerra? Davvero? Si vuole forse scrivere un saggio breve da farti imparare a memoria per il prossimo spettacolo? E poi i vari "mia nonna", "mia zia", "la vicina di casa del cugino del fratello del pizzicagnolo all'angolo". Anche basta, si sta rasentando, a mio modestissimo parere, il ridicolo.
Non mi risulta che il concorso di Miss Italia sia famoso per le prove culturali, no? E allora perché pretendere da te una cultura che nessuno mai, in quel luogo, ti ha chiesto di sfoggiare?

Siamo serie, si sentono atroci bestialità in luoghi ben più importanti di un concorso di bellezza e non mi pare di aver visto le stesse levate di scudi e di aver ascoltato le medesime lezioni di storia contemporanea in pillole.

Hai detto una cazzata, cara Miss. 
O meglio, hai provato a dire una cosa intelligente che però non sei stata capace di dire. 
E in quel contesto andava bene così: lì era il tuo corpo a dover parlare per te. Hai fatto un sorrisone, ti si è rotta la voce e hai vinto. Bene così, non ti si chiedeva altro, in fondo: essere bella, la più bella d'Italia. Non era un esame di storia.

Sarebbe bello se invece che della gaffe di una diciottenne in costume da bagno si parlasse di quanto è triste che ci siano ancora concorsi come questo; di quanto sia deprimente pensare che in una donna sembri essere solo il corpo quello che conta; di quanto sia umiliante per tutte e tutti che una persona venga giudicata in base al suo aspetto fisico.

E invece no.
Non sia mai che la cosa destabilizzasse qualcuno...
Te la ricordi la cagnara che si è alzata quando (finalmente!) la Rai ha smesso di mandare in onda Miss Italia?
Perculare te è molto più facile che mettere in discussione un mondo intero, che in noi donne vede culi, tette, chili di troppo, peli superflui...

Lola.

P.S. questa consentimela però.



mercoledì 2 settembre 2015

Spettacolarizzare l'orrore. Pensieri sparsi.

Per scrivere questo post ci vorrebbero una preparazione e una conoscenza che io non ho, ma provo comunque a dire quello che ho in mente.

È qualcosa che mi gira in testa da un po' di tempo e una conversazione con Jo mi ha portata ad altre riflessioni riguardo l'uso e la condivisione di certe immagini, nello specifico quelle delle violenze dell'Isis.

Ha senso, in sostanza, continuare a condividere sui social teste mozzate e corpi bruciati?
È solo "diritto di cronaca" o dobbiamo porci altre domande?

Io per prima ho spesso condiviso e continuo a condividere immagini forti, immagini che io stessa facevo e faccio fatica a guardare.
Penso ai bimbi massacrati a Gaza, ai morti in Siria, ai migranti in mare.
Ho difeso la mia scelta di condividere certe immagini, ne ho parlato a lungo con amiche e amici, a volte anche animatamente e non sempre abbiamo trovato un punto di incontro.
L'ho fatto perché credevo (e credo) che guardare in faccia l'orrore possa essere a volte necessario.
Speravo che in qualche modo l'empatia che non può non nascere guardando certe cose avrebbe potuto spingerci ad interrogarci, a documentarci, a muoverci.
Non sono certa che questo sia avvenuto, ma a volte mi piace essere ingenua. 

Ho visto fino alla nausea i corpi massacrati degli ebrei nei lager nazisti, dei partigiani ammazzati dai fascisti, delle partigiane torturate e umiliate, i loro corpi esposti in strada.
Ho guardato con terrore e pietà i volti sfigurati dai machete nelle guerre africane, i corpi martoriati di uomini e donne vietnamiti, i morti in mezzo alle macerie delle loro case.
Non sono la forza o la crudezza di un'immagine a spaventarmi.

Stavolta, però, mi pare ci sia qualcosa di diverso.

Come dice Jo, non si tratta più di un servizio fotografico, per quanto crudo, in una zona di guerra o di un reportage sui migranti che muoiono nel deserto e in mare; non sono più semplicemente immagini che denunciano l'orrore.
L'Isis fa un uso delle immagini "nuovo".
Usa l'orrore delle sue azioni per propaganda, per terrorizzarci, per mostrarci quanto avanti sanno spingersi.
Manco i nazisti, che pure erano bravini in certe cose hanno buttato in faccia al nemico i filmati delle torture, delle uccisioni, delle devastazioni.
Quelle sono arrivate dopo e con uno scopo ben preciso: far conoscere al mondo quanto era successo, cosa era stato quel regime, cosa si era fatto col silenzio e la complicità di mezzo mondo.

Loro, invece, si filmano mentre distruggono città, decapitano prigionieri, li bruciano vivi.
Con le armi bene in vista, i visi coperti, la dinamite in vita, i vestiti scuri, le bandiere.
È tutto studiato nei dettagli, ogni fotogramma, ogni gesto. Tutto quello che ci viene mostrato deve portarci un messaggio, deve farci vedere quanto possono superare il comune senso dell'orrore.

E più il nostro sguardo si dimostrerà avido di morte e barbarie, più loro si filmeranno.
Quasi un circolo vizioso.

Come dice Jo: prima di ogni cosa loro "cercano un pubblico e quel pubblico siamo noi".

E siamo un pubblico schizofrenico ed esigente. 
Ma anche profondamente razzista.
Chiediamo pietà e rispetto per chi è simile a noi, ma non lo mostriamo per chi ci pare lontano, diverso, altro

Ci viene chiesto continuamente di non mostrare le foto delle donne massacrate dai loro compagni, ma il corpo  della guerrigliera Kurda martoriato e buttato in terra era ovunque.
Ci viene chiesto di non mostrare il video della decapitazione del fotoreporter statunitense, ma si condivide la terribile sorte dei quattro uomini iracheni bruciati vivi.

"Colonizzare la morte", ha detto Jo.

La pietà che si manifesta chiedendo rispetto per i morti e per chi li sta piangendo vale solo per quelli come noi. 
Gli altri sembrano essere parte di un film. 
Quindi la loro sofferenza, la loro morte può essere esibita ovunque, tra un micetto puccioso e una frase divertente su facebook. 
Senza chiedersi niente.
Senta sentirci in dovere di mostrare quel "rispetto" con cui ci piace riempirci la bocca.

Non scinderei dal discorso, poi, anche il fattore "carnefice". 
Se questi fossero simili a noi, la smania di condivisione sarebbe la stessa? 
I commenti a corollario di video e foto sarebbero gli stessi? 
Oppure questa sorta di bulimia da immagini cruente dipende anche dal fatto che i cattivi stavolta sono musulmani?

L'assassino bianco, quello che ci somiglia è "un pazzo", lo stigma e la condanna sono tutti per lui.
Dopo che Breivik ha ammazzato 77 persone, nessun*, che io sappia, ha inneggiato alla distruzione della Norvegia. Non ci sono stati auguri di morte e stupri e torture all'intera popolazione norvegese.
Qui, ora, si chiede la distruzione di una religione (come se fosse possibile, ma tant'è), di interi popoli. Solo così qualcun* pretende di sentirsi al sicuro.
Indignazione un tanto al chilo e che, trattandosi di aguzzini musulmani, viene anche parecchio facile.