martedì 5 aprile 2016

Del perché non rido ad una battuta sessista (e no, non riesco a farmela scivolare addosso).

[La mia Bionda (bella, alta, bionda, occhi azzurrissimi... uno stereotipo vivente) mi chiede ospitalità. Io non mi tiro indietro.]

Ci sarebbero mille ragioni politiche da elencare sul perché una donna non rida di fronte una battuta sessista, primo fra tutti perché fare una battuta sessista è equivalente a farne una razzista, ed è figlia di una cultura che non esalta le differenze ma le usa per ghettizzare e discriminare minoranze o fasce più deboli della  popolazione. Che di fatto le differenze sono da sempre un bel problema per chi vuole gestire e controllare le masse.
Ma non è questo devo dire il punto, almeno per me.
Quello su cui mi trovo a riflettere sono i commenti successivi del tipo, ma dai è solo una battuta, lasciatela scivolare addosso. Devi prendere le cose con più leggerezza.
Come se non sapessi che se mi scivolasse tutto addosso sarei più tranquilla, con meno contratture alla schiena e senza la gastrite. Grazie al cazzo mi verrebbe da dire.
Quello che mi lascia completamente basita è proprio questo. Il dopo più della battuta in sé.
Buttare là un consiglio invece di farsi una domanda: Perché io uomo se fanno una battuta su uno stereotipo maschile non ho questo tipo di reazione, non mi sento offeso né messo in dubbio?
Perché io lo so bene quali sono i miei personali motivi per cui ancora non riesco a risponde con ironia, ma al più col sarcasmo. Chi è capace di essere ironico  e autoironico, è quella persona che ha completamente accettato se stesso, che in qualche modo si è risolto. Che non ha paura di mostrarsi per quello che è in tutta la sua fragilità, nei suoi difetti e che non finge più di essere quello che non è. Non ne ha più bisogno, ha consapevolezza di se stesso.
In un mondo in cui vieni costantemente bombardata  da non richiesti suggerimenti, sei troppo magra, troppo grassa, sorridi di più, troppi tatuaggi, di' sempre di sì, in cui l’immagine della femminilità è ancora accostata ad una donna in minigonna e tacchi a spillo (che poi però se ti succede qualcosa la colpa è tua, vittima e carnefice di te stessa), in una società in cui vincente è chi domina  la forma e non la sostanza, cercare la tua identità è faticoso e frustrante ancor di più se per scelta o per circostanze non si è aderito al modello di madre-moglie o della donna fragile e decorativa che ottiene tutto sbattendo le ciglia.
Non  solo non capire ma neanche fare lo sforzo di chiedere quale siano la difficoltà  di una donna nell’arrivare alla definizione di se stessa, ecco questa la trovo una grave mancanza di empatia e una grande occasione persa.
P.S: tutta la mia stima alle bamboline manipolatrici o che dir si voglia fregnemosce,  la vera e giusta punizione per tutti i machi del mondo.


http://dilbert.com/strip/2014-08-05


sabato 2 aprile 2016

Su "L'anima del corpo. Contro l'utero in affitto."

Come dice Lorenzo, non mi piace parlare a vuoto, quindi mi sono letta (per ben due volte!) il libro di Muraro "L'anima del corpo. Contro l'utero in affitto.", editrice La Scuola, 2016.

Quello che subito mi è saltato agli occhi sono l'arroganza di chi crede di aver la verità in mano, il malcelato disprezzo paternalista per chi la pensa diversamente e soprattutto l'ignoranza consapevole sul tema.
Tutto questo mi pare perfettamente riassunto in una frase: 
Non c'è accordo neanche sul nome: utero in affitto, maternità surrogata, surrogacy, GPA (gravidanza per altri)... Io li userò tutti e ne proporrò altri ancora. [pag. 9]

Nell'elenco dei nomi, Muraro finge di non sapere che alcuni di quelli citati hanno una forte e ricercata connotazione dispregiativa. E sono proprio quelli che usa più di tutti.

Continua parlando di terminologie e “sigle” inventate (presumo si riferisca a GPA, ma vista la confusione sotto il cielo non ci metterei la mano sul fuoco), fino ad arrivare al punto cardine della polemica “anti gender” dei vari Adinolfi e Miriano, quelli che tuonano contro “il pensiero unico omosessualista”:

Vorrebbe essere una terminologia universale, in realtà è fatta per uniformare il linguaggio e il pensiero, che è ben altra cosa. Per arrivarci, infatti, bisogna distruggere le connotazioni, che sono i colori e i profumi dei nomi, e impedire al pensiero d'immaginare le cose.
Questa della terminologia - che, per essere universale, diventa uniforme e scolorita - è una storia nota. Ripenso alla comparsa del termine inglese gender che, dopo qualche anno di uso sensato, doveva sostituire definitivamente e universalmente, chissà perché, la parola sesso. Sempre meglio delle sigle, ma povere maestre! Come faranno a insegnare l'italiano? La lingua viva è viva! [pag. 10]

Non so se scrivendo il suo libro Muraro abbia letto l'articolo di Michela Murgia dello scorso febbraio su L'Espresso. 
Parlando della sua mancata firma all'appello di Snoq Libere per la messa al bando globale della GPA, Murgia scrive:

Chi si oppone alla gravidanza surrogata chiamandola "maternità" e adducendo come motivazione l'unicità insostituibile del legame che si stabilirebbe tra gestante e feto sta ponendo le condizioni perché gravidanza e maternità tornino a essere inscindibili e quella sovrapposizione torni a essere usata contro le donne SEMPRE, ogni volta che per i motivi più svariati provassero a scegliere di non essere madri.


Probabilmente non lo ha fatto, altrimenti avrebbe inserito il termine “gestazione surrogata” tra i tanti che cita. Oppure la mancanza è voluta e non sono certa che la cosa mi stupirebbe.
A pagina 62 Muraro scrive chiaramente cosa serva, secondo lei,  «per fare una madre»: 
per fare una madre ci vuole una donna in carne e ossa e una gestazione, fisicamente non diversa da quella degli altri mammiferi, e ci vuole un ordine simbolico che valorizza la relazione materna con le sue caratteristiche.

Mi si dice che forzo le parole altrui, che mi rigiro i discorsi come mi fa più comodo.
Forse non so leggere fra le righe, ma quello che mi pare di capire, qui, è che  sono l'essere incinta e il partorire a fare di una donna una madre. "Ci vuole una donna in carne e ossa e una gestazione". Il resto non è madre. Più chiaro di così.

Pur parlando di donne, mi pare che nell'analisi di Muraro manchino proprio loro, con le loro legittime scelte, i loro differenti percorsi, il loro personalissimo vissuto. 
Possiamo non essere d'accordo, ma non possiamo non tenerne conto. 
Come non possiamo non tenere conto del percorso di una coppia che desidera un figlio. 
E soprattutto non possiamo -di nuovo- usare l'adozione come metodo risolutivo di un desiderio legittimo. L'adozione non è un ripiego e non deve esserlo. Basterebbe, come si è detto mille volte altrove, leggersi qualcosa sui fallimenti adottivi e sulle difficoltà ad ottenere l'idoneità per quelle coppie che non hanno superato il lutto della mancata genitorialità biologica (ovviamente qui posso parlare solo di coppie eterosessuali, dal momento che l'adozione in Italia è vietata ai e alle single e alle coppie omosessuali).
Le idee di Muraro mi paiono confuse (volutamente?) anche quando parla di "legalità" della GPA. Per lei nei paesi che la regolano ci sarebbe una «tolleranza legale». La legge di un paese che ha regolamentato qualcosa che non ci piace diventa "tolleranza legale". Intere legislazioni, se sgradite, perdono di dignità.
Non mi voglio soffermare troppo sul quadro che nel testo è tracciato degli uomini, esseri, a quanto pare, incapaci di amare, accudire e crescere la prole. 
L'idea che Muraro sembra avere dei padri è fortemente intrisa di luoghi comuni tipici di quel patriarcato che lei dichiara morto:
Un uomo diventa padre facendo sesso e neanche lo sa. Perciò il legame di paternità si è stabilito con l'aiuto della legge e con il linguaggio di tipo metaforico (il nome del padre), ma oggi anche con il ricorso al laboratorio. Non sorprende, a pensarci, il gran numero di "verità" garantite oggi dalle provette e dai microscopi. [pag. 67]

Eppure c'è un altro tipo di paternità, che è attenta, presente, consapevole, amorosa e capace. 
Non ci sono solo i padri che incontra sul treno Lecce-Bologna incapaci di abbracciare il figlioletto piangente [pag. 66]. Ed esistono rapporti padre-figlia che «hanno tra loro una relazione fatta di rapporti personali, di conflitti, di trattative e di solidarietà», come quelli madre-figlia. 
Ignorarlo è colpevole. 
Significa ignorare che quel mondo che si vuole (giustamente!) stigmatizzare, dell'uomo che è padre solo in virtù del suo sperma, si sta scardinando e che forse per la prima volta, ci sono uomini complici delle donne in questo sovvertimento.

Nel grande mucchio di questioni messe in campo, sarebbe stato utile, o quantomeno interessante, che i vari "ho letto", "ho sentito", "pare" e "forse", fossero stati accompagnati da citazioni o rimandi. 
Ma non c'è traccia di studi o statistiche che vadano a suffragare le tesi esposte.

È interessante, infine, notare che il solo momento in cui Muraro parla della GPA altruistica è per ridere paternalisticamente della "generosità giovanile", quasi fosse una sciocchezza o una provocazione:
Tra le giovani donne che, più numerose delle altre, si sono dette favorevoli alla surrogazione, una parte non voleva sentir parlare di soldi, voleva semplicemente la possibilità di fare bambini da regalare. Generosità giovanile. [pag. 62]

Immagino che quello che aveva in mente la "giovane generosa" fosse ciò che Murgia scrive alla fine del suo citato articolo: 
So però che davanti al desiderio di un'amica, di una sorella del cuore, quello che non ho chiesto mai a un'altra per me stessa, lo farei io liberamente per lei. E non vorrei che esistesse una legge che mi dicesse che non posso farlo.

Io non lo so se lo farei liberamente io per lei.
E non so se ho un'amica che lo farebbe liberamente lei per me.

Ma, come Murgia, non vorrei che una legge ce lo impedisse.