mercoledì 18 ottobre 2017

Il vaso di Pandora della merda. Cosa ho imparato dal caso Weinstein.

La prima cosa in realtà non l'ho imparata, è stata piuttosto una conferma, il Grande Classico ribadito e riadattato secondo l'esigenza del momento: non credere mai ad una donna che denuncia una violenza. Soprattutto se è una donna disinibita, libera e magari pure ricca e famosa.
Insomma, come è possibile credere ad una come Asia Argento? Una che è sempre stata sopra le righe, una che ha fatto dell'eccesso ostentato uno dei suoi punti di forza, una fattona figlia di papà che chissà come ha fatto ad avere successo. E poi sono passati vent'anni, sicuro sta cercando pubblicità.
Lei e quelle altre troie di Hollywood, che prima ci sono state perché gli faceva comodo e poi adesso denunciano. Ma figuriamoci.

Ho imparato che parlare di potere e patriarcato è pressoché impossibile, perché se una donna accetta (non "subisce", "accetta") proposte sessuali dal suo capo, il problema è che lei è una zoccola arrivista e le gerarchie di potere non c'entrano niente. Poteva sempre andare via.

Questa storia mi pare l'esempio lampante delle difficoltà di molte e molti nel comprendere ed affrontare quello che è alla base della violenza sessuale: il potere patriarcale. 
Il solo nominarlo suscita fastidio e derisione. Eppure in qualche modo tutto nasce da lì, dall'idea che una donna valga meno in quanto donna e che quindi sia accettabile e quasi "normale" che un uomo possa approfittare della propria posizione e del proprio potere per sottometterla.


Ho imparato che perché una vittima di violenza venga creduta ci vogliono i dettagli. 
Alle persone in realtà non importa niente della violenza, quello che conta è sapere come, dove , quanto e con cosa una donna è stata penetrata. Se ha urlato abbastanza, se le ha fatto male, se ha sanguinato, se i medici del pronto soccorso sono rimasti scossi dalle sue condizioni. 
Senza sangue esposto non c'è violenza.

Alle persone piacciono i dettagli, quelli più truci.
Se non ci sono sangue e lacrime difficilmente una donna sarà creduta.
E il degrado. Ci vuole il degrado.
Perché nell'immaginario collettivo lo stupro è una cosa che succede di notte, in strade buie, in vicoli appartati. O in case fatiscenti e sporche, dove a stuprare non è un uomo, ma un "orco", un "mostro", qualcuno che deve sembrare il più lontano possibile da noi.

Ho imparato, anzi di nuovo ho avuto la conferma, che non basta dire "no", perché ci sarà sempre qualcuno pronto a misurare con quale tono, intensità e convinzione lo hai detto. 
Avevi la voce alta? Si capiva bene? Hai scandito bene le parole? Non è che avevi bevuto e biascicavi? E se per caso hai "lasciato fare" perché magari eri pietrificata dalla paura ecco che sei improvvisamente complice. 
Magari la cosa ti ha fatto comodo e ti è pure piaciuta.

E dire che tutta questa storia potrebbe essere usata come il più lampante degli esempi di cosa sono e come funzionano le questioni di potere in una società e un ambiente maschilisti. 
Patriarcato e cultura dello stupro qui mi paiono perfettamente descritti in ogni loro sfaccettatura. 
C'è l'uomo potente che approfitta della sua posizione nei confronti di una donna e c'è una società maschilista che stigmatizza la donna che di quello stesso maschilismo è stata vittima. 
E così all'infinito.

Non so come stiano affrontando questa storia nel resto del mondo, ma qui la faccenda non pare riguardare Weinstein e il sistema che lo ha coperto e protetto, ma Asia Argento.
Lei è la colpevole che deve difendersi. 
I "c'è qualcosa che non mi torna" sono ovunque, potenti e disgustosi, anche tra le/gli insospettabili, troppo impegnate/i a sputare merda su una donna che non piace piuttosto che indagare cosa sia successo e che significato abbia.


La vittima che deve spiegare perché è stata vittima. Di nuovo e sempre.

martedì 3 ottobre 2017

Sesso con, stupro con. Non farcela mai.

Di nuovo torno sulle parole usate per raccontare la violenza.

Sarebbe bello essere una linguista, credo ne potrebbe uscire qualcosa di interessante.
Da parte mia, mi limito, come al solito a mettere per iscritto le cose che mi vengono in mente.

Ancora una volta l'occasione per parlarne mi viene offerta da La Repubblica, che tenta con difficoltà di trovare il titolo adatto per un pezzo sullo stupro di Firenze.

Comincia malissimo, parlando di "sesso con".

Comincia male, sì, ma non sta facendo niente di così strano o fuori dalla norma.

Provate a iniziare a farci caso: quando la violenza sessuale è compiuta da professionisti, professori, guardie, i titoli che troverete racconteranno quasi tutti di "sesso con". Insomma, dire "stupro" fa proprio pensare ad una cosa brutta, non ci stanno scappatoie. 
Chiamare un rapporto sessuale non consensuale col suo nome,"stupro", parrebbe andare ad  insozzare carriere o divise, a volte perfino luoghi di nascita, e allora deve essere parso molto meglio scrivere "sesso con". Che poi come sottotesto c'è il classico "e però pure lei se l'è cercata" che sta bene su tutto.



Qualcuno su twitter fa notare che il "sesso con" presuppone consenso e che quindi, insomma, sarebbe il caso di trovare un titolo migliore.

La Repubblica non vuole certo deludere lettrici e lettori e quindi si impegna nel secondo tentativo e riesce a titolare "stupro con".

"".
Perché come sappiamo bene lo stupro presuppone reciprocità e consenso.

La donna stuprata è corresponsabile, perché lo stupro è avvenuto con lei. 
Non a sue spese, non ai suoi danni, non sulla sua pelle, non devastandole la vita. 
Con lei. 

In sua compagnia. 
Magari le è pure piaciuto e poi ha cambiato idea e ha denunciato, si sa come vanno certe cose.






Ma di nuovo su Twitter qualcuno sostiene che  ancora proprio non ci siamo e finalmente al terzo tentativo La Repubblica arriva a quello che, forse, sarà il titolo definitivo: "violenza sessuale".















Ci sono voluti tre tentativi e le proteste più o meno ironiche su un social network perché uno dei giornali più diffusi del paese riuscisse a trovare un titolo per un articolo che parla di violenza sessuale.

Quello che è successo con questi tre titoli, comunque, non è altro che un esempio facile facile di quello che accade quando si parla di violenza sulle donne. 

Si trovano mille modi, magari anche più o meno inconsciamente, per sminuire, per trovare scusanti, per colpevolizzare le vittime, come è nella migliore cultura dello stupro.

Scrivere "sesso con" è giudicare le vittime, sottintende che ci sia stato un rapporto consensuale e quindi, di fatto, si toglie credibilità a chi ha denunciato lo stupro. 

Non mi pare che cose simili accadano con una tale sistematicità in altri casi, ma sicuramente sbaglio.
Nel caso, correggetemi.


lunedì 2 ottobre 2017

Notti brave.

Capita spesso a molte di noi di sentirci dire che esageriamo, che ci fissiamo sulle banalità, che i problemi sono "ben altri", che focalizzarsi su parole e narrazioni sia inutile e ci renda delle specie di pazze isteriche fuori dal mondo.
Ci siamo abituate.

Ci capita, per dire, ogni volta che non riusciamo a ridere dell'ennesima battuta sessista, quando non sorridiamo appagate se per strada ci fanno notare che abbiamo un bel culo, se non accettiamo che altre donne vengano chiamate puttane per le loro scelte di vita.

A volte perfino io mi dico di lasciar correre, di evitare le polemiche, per una volta sola di lasciarmi scivolare tutto addosso e farmi i cazzi miei.

Solo che poi capita di leggere nella cronaca locale di uno dei più diffusi quotidiani nazionali dell'ennesimo stupro

Una ragazza stuprata ripetutamente da tre uomini  poi abbandonata in strada.

E capita di leggere che l'autore di quel pezzo descriva la violenza come una "notte brava".

Una notte brava.

Tipo quando vomiti perché hai bevuto troppo o ti sei fatta un sacco di canne e ti gira tutto o vai in motorino fino a Ostia per fare il bagno di notte.

Una notte brava.

Ecco, a furia di dire "notte brava", di parlare delle abitudini sessuali delle vittime, di sminuirle, di descrivere la violenza a qualcosa che ci può capitare se non siamo attente, quella violenza sarà percepita come qualcosa di poco importante, qualcosa che se è capitata proprio a noi, in fondo, è perché ce la siamo cercata.

Sarebbe un passo avanti già non dover mai più leggere certe cose.