lunedì 2 ottobre 2017

Notti brave.

Capita spesso a molte di noi di sentirci dire che esageriamo, che ci fissiamo sulle banalità, che i problemi sono "ben altri", che focalizzarsi su parole e narrazioni sia inutile e ci renda delle specie di pazze isteriche fuori dal mondo.
Ci siamo abituate.

Ci capita, per dire, ogni volta che non riusciamo a ridere dell'ennesima battuta sessista, quando non sorridiamo appagate se per strada ci fanno notare che abbiamo un bel culo, se non accettiamo che altre donne vengano chiamate puttane per le loro scelte di vita.

A volte perfino io mi dico di lasciar correre, di evitare le polemiche, per una volta sola di lasciarmi scivolare tutto addosso e farmi i cazzi miei.

Solo che poi capita di leggere nella cronaca locale di uno dei più diffusi quotidiani nazionali dell'ennesimo stupro

Una ragazza stuprata ripetutamente da tre uomini  poi abbandonata in strada.

E capita di leggere che l'autore di quel pezzo descriva la violenza come una "notte brava".

Una notte brava.

Tipo quando vomiti perché hai bevuto troppo o ti sei fatta un sacco di canne e ti gira tutto o vai in motorino fino a Ostia per fare il bagno di notte.

Una notte brava.

Ecco, a furia di dire "notte brava", di parlare delle abitudini sessuali delle vittime, di sminuirle, di descrivere la violenza a qualcosa che ci può capitare se non siamo attente, quella violenza sarà percepita come qualcosa di poco importante, qualcosa che se è capitata proprio a noi, in fondo, è perché ce la siamo cercata.

Sarebbe un passo avanti già non dover mai più leggere certe cose.


1 commento:

  1. intollerabile definire "notte brava" uno stupro, definizione sbagliatissima sono d'accordo

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